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Sette ultime parole

· I ​crocifissi di William Congdon in mostra a Milano ·

Una silenziosa lezione di teologia della croce emerge con la forza di un’eruzione lavica, con l’evidente brutalità di un magma primitivo, dalle quattordici immagini esposte in uno dei luoghi più suggestivi della Milano rinascimentale: l’antica Biblioteca Umanistica di Santa Maria dell’Incoronata (1487), un tempo scriptorium degli agostiniani. 

Crocifisso n. 60 (1972)

Qui, dove i monaci magistri sacrae paginae copiavano senza sosta la parola di Dio, i coraggiosi crocifissi a olio su tavola dell’ultimo grande action painter, il newyorkese William Congdon (1913-1998) sfidano il passato e sono una sferzata di energia che invita la nostra fede a fare un balzo in avanti. In sintonia con Papa Francesco. Crocifissi in uscita. Quattordici stazioni. Verso la contemporaneità delle periferie urbane che Congdon ha incontrato nell’ultima guerra, dove prestò servizio come conduttore di ambulanze (Italia, Germania, campo di concentramento di Bergen Belsen). O a Bombay, dove vide gli uomini che morivano lungo le strade e sui marciapiedi nell’indifferenza generale. Quei volti morenti copiati su blocchi d’appunti segnarono per sempre il suo immaginario d’artista.
È questa l’umanità che si riflette nei quattordici crocifissi esposti alla mostra William Congdon. Ecce Homo (dal 12 marzo all’8 aprile), curata da Rodolfo Balzarotti e Giovanni Gazzaneo. Metà di queste opere, alcune provenienti da collezioni private, vengono a completare la serie di ben 182 crocifissi realizzati da William Congdon tra il 1960 e il 1978 e numerati dall’artista stesso in una sequenza che dice di un percorso spirituale intimo e riservato, così approfondito da diventare una teologia per immagini.
Queste quattordici tavole sono altrettante occasioni per confrontarci col tema del crocifisso, immergendoci in quelle notti dell’anima che hanno vissuto santi come Giovanni della Croce e Teresa d’Ávila a cui Congdon era molto legato, e di cui leggeva e sottolineava le opere. Come ricorda Rodolfo Balzarotti, il Congdon convertito, dopo la liturgia quotidiana, la santa Messa e l’eucaristia, faceva la sua meditazione sulla Parola di Dio dipingendo soggetti evangelici. Una sorte di ruminatio visiva. Ma ben presto si accorse che la sua arte era più lenta e non andava di pari passo con la sua anima. Arte e fede non sempre hanno gli stessi tempi. Lo aiutò molto in questo conflitto interiore la lettura dell’opera di Jacques Maritain L’intuizione creativa nell’arte e nella poesia con cui trovò una profonda sintonia. E anche un testo di Romano Guardini, Il Signore.
Così abbandonò i temi evangelici per concentrarsi sull’immagine del crocifisso in cui superò il conflitto, la separazione tra arte e vita. Ne ripeteva ogni giorno le fattezze in un corpo a corpo difficile e doloroso. Balzarotti ricorda come spesso distruggesse le opere che non lo soddisfacevano. Congdon iconoclasta di se stesso.

di Alfredo Tradigo

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21 marzo 2019

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