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Le tre metafore dell’amicizia

· Il 30 luglio si celebra la giornata internazionale ·

Il 30 luglio si festeggia la giornata internazionale dell’amicizia e questo a partire da una risoluzione dell’Onu del 2011 che ha fissato una data per la sua celebrazione, riconoscendo che l’amicizia è «un nobile e prezioso sentimento nelle vite degli esseri umani nel mondo». Essa rappresenta — è detto sempre nel testo — «un’opportunità per costruire ponti tra le comunità» in quanto contribuisce a creare un clima positivo «per l’inclusione e il rispetto tra differenti culture, mentre promuove intesa a livello internazionale, attenzione per le diversità e una cultura di pace». 

Murillo, «Sant’Isidoro di Siviglia» (XVII secolo)

In realtà questo documento delle Nazioni Unite metteva il suggello all’iniziativa di un movimento, la «Cruzada Mundial de la Amistad», che era nato più di mezzo secolo prima (1958) in Paraguay e che si era dato l’obiettivo di arrivare a una giornata in cui l’amicizia venisse celebrata e ricordata, riprendendo la tradizione, già consolidata in molti paesi del Sudamerica, del «giorno dell’amico» (el Dia de l'Amigo), in cui vige la consuetudine tra gli amici di scriversi messaggi, pranzare e scambiarsi regali un po’ come accade per gli innamorati a san Valentino.
Al di là delle radici e delle origini di questa festa, a dire il vero neppure tanto conosciuta o in voga nel vecchio continente, il fatto che ci sia una giorno dedicato all’amicizia può rappresentare senz’altro un momento non tanto per farne un’occasione commerciale, come spesso anche per altre ricorrenze, ma per riflettere su un sentimento così essenziale alle relazioni e ai rapporti tra gli uomini.
Se ci si interroga sull’amicizia, ci si accorge che comprende tutta una gamma di sentimenti che afferiscono alla sfera della reciprocità (come la lealtà, la fedeltà, la solidarietà) e dell’affettività (come l’emotività, l’empaticità). La sua radice «am» è la stessa di amore.
Tuttavia l’amicizia a differenza dell’amore non coltiva un sentimento esclusivo. Essa infatti rappresenta un sentimento che raggiunge allo stesso modo una pluralità di persone, strappandole alla loro solitudine di individui, cioè di persone singole e forse sole, e le mette «in rete», come si direbbe oggi, ma forse sarebbe meglio dire «in comunione», inserendole in una catena invisibile di relazioni che le fa sentire più vicine.
Quando si parla di amicizia occorre subito liberarsi di un fraintendimento molto comune. Non si tratta, infatti, del riconoscersi di un gruppo (neppure quello dei social), di uno schieramento, di una fazione o di un partito. Questa è semmai una forma degradata di amicizia e quasi non è amicizia perché ci pone gli contro gli altri, una fazione di fronte l’altra. La condizione dell’amico vero è quella di chi entra immediatamente in contatto con l’umanità dell’altro. Sono due umanità che si incontrano, sono più umanità che si incontrano. Ed è nell’amicizia proprio come dovrebbe essere in un mondo ideale. Niente interessi, nessun tornaconto, niente calcoli. Si agisce in nome di qualcosa di simile che abbiamo riconosciuto in noi e questo simile non è una marca, una bandiera, ma il fatto umano.
Un antico Padre della Chiesa, Isidoro di Siviglia, vissuto in Spagna ai tempi della dominazione visigotica, nel libro X delle Etymologiae si sofferma, quasi creando un libro nel libro, sui significati di una serie di vocaboli e tra questi c’è anche la voce amicus (Etym. ix, 4; Pl 82,367).
La prima definizione che ne dà è animi custos. Ovvero un amico è «il custode dell’anima», colui che si pone a guardia, colui che difende l’integrità non solo fisica ma anche spirituale dell’altro suo amico.
Un secondo significato del vocabolo amicus lo fa dipendere da hamus. Dictus autem proprie amicus ab hamo, dice in un latino volutamente semplice perché potesse essere compreso anche dai nuovi popoli occupatori della penisola iberica. «È detto propriamente amico da amo». Alla radice dell’amicizia Isidoro vede un «amo», che altro non è che un gancio molto sottile che cattura e che vincola in un legame strettissimo le persone. Il vescovo di Siviglia passa perciò dall’immagine protettiva del custodire e un'altra unitiva del legare, attraverso appunto il forte vincolo dell’amo.
La terza metafora che egli usa per definire l’amicizia, conseguentemente con la precedente, è quella della catena. Egli parla di catena caritatis. Il padre spagnolo definisce l’amicizia una «catena d’amore» proprio per indicare la natura non esclusiva ma relazionale del legame di amicizia. Il vincolo dell’amicizia crea dunque un nesso invisibile che aggancia le persone tra di loro. La «catena della carità» garantisce inoltre l’universalità di questo sentimento e il fatto, non secondario, che esso si estenda non solo alle persone che si conoscono ma anche e soprattutto a quelle che non si conoscono.

L’autentica amicizia in questo senso supera decisamente la talvolta stucchevole distinzione che si fa tra “amici” e “conoscenti”. Gli anelli di carità di cui è fatta la catena dell’amicizia stanno a significare che occorre considerare amici proprio quelli che non si conoscono. Solo così il sentimento di amicizia, il sentirsi amici, diventa un vero e proprio abito mentale, un modo di essere e di vivere che avvicina la gente, la mette e la tiene insieme, creando quei legami di «solidarietà, comprensione reciproca e riconciliazione» (solidarity, mutual understanding and reconciliation), richiamati dal documento Onu e tanto spesso disattesi nel nostro talvolta poco amichevole convivere di oggi.

di Lucio Coco

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26 maggio 2019

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