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Le trappole dell’ideologia

· Il Vaticano II e l’ermeneutica della rottura ·

Aligi Sassu, «Concilio Vaticano II» (particolare, 1964, chiesa di Sant’Andrea, Pescara)

Nei giorni in cui si ravviva la memoria del Papa Paolo VI — e per l’anniversario della Ecclesiam suam e per la sua morte — sembra di qualche utilità evidenziare la dimensione cristologica connessa all’interpretazione del concilio, quasi del tutto trascurata nel dibattito attuale, probabilmente a motivo della concentrazione sui temi ecclesiologici, da molti ritenuti l’interesse prioritario (se non esclusivo) del Vaticano II. In altre parole, si tratta di esplicitare quanto implicato nel titolo della costituzione dogmatica sulla Chiesa: «Cristo è la luce delle genti»; da cui consegue che la Chiesa «per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato» (Lumen gentium, 8).

Non si dimentichi che Papa Benedetto XVI, a fianco dei suoi decisivi interventi sull’ermeneutica conciliare, ha profuso non minore impegno nella trattazione cristologica, come appare dalla sua trilogia su Gesù di Nazaret, fondamentalmente ispirata alla coniugazione di esegesi storica e ermeneutica teologica.

Il primo problema che emerge con evidenza dagli opposti estremismi interpretativi del Vaticano II — tradizionalista e progressista — è il carattere ideologico di tali approcci, in base al quale si tende a considerare l’evento e i documenti conciliari secondo una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; tesi che si vuol variamente sostenere a partire da presupposti storici, che diventano di conseguenza teologici. Per tale ragione, si può giustamente sostenere la sapiente via media proposta da Benedetto XVI nel suo Discorso alla Curia Romana del 2005 — in linea con Giovanni XXIII e Paolo VI — secondo la quale si tratta piuttosto di «“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa», o di «processo di novità nella continuità».

Maurizio Gronchi

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19 settembre 2019

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