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Le tombe di Arlington

Negli anni che ho passato a Washington visitavo periodicamente le tombe dei fratelli Kennedy nel cimitero nazionale di Arlington. Era un tributo alla mitologia della mia prima gioventù. Entrambi, John Fitzgerald e Robert Francis, hanno influenzato fortemente la coscienza sociale e politica della mia generazione: giovani, brillanti, innovatori, con un coraggio estremo, che costò loro la vita. Gli assassini cercarono d’impedire che le loro idee e la loro testimonianza cambiassero la mentalità della società americana e che questa prendesse coscienza del significato reale dei grandi concetti che difendevano: libertà e giustizia. Con l’eliminazione di John interruppero brutalmente il sogno innovatore del primo presidente cattolico. Con l’uccisione di Robert liquidarono la creazione e il consolidamento di un progetto volto a combattere gli interessi più sporchi. La mafia americana avrebbe poi approfittato dello scandalo di Chappaquiddick per stroncare la carriera del terzo fratello, il senatore Edward, che non avrebbe così potuto subentrare ai suoi due fratelli assassinati. 

La figura di Robert, a distanza di mezzo secolo, appare ancora più grande per il suo proposito di fare pulizia degli sporchi traffici della mafia e di certi sindacati. Nato a Brooklyn nel 1925, giovane di grande coraggio e formazione, iniziò i suoi studi di diritto ad Harvard per poi concluderli nel 1951 alla University of Virginia, dopo aver servito nella marina durante la seconda guerra mondiale. Il suo strumento politico fu il diritto, la sua ossessione applicare la giustizia a partire dalla politica. Iniziò come procuratore del Dipartimento di giustizia dello stato del Massachusetts, incarico che dovette abbandonare poco tempo dopo per aiutare il fratello John nella campagna per un seggio al senato dello stesso stato. Robert avrebbe poi collaborato con i senatori Joseph McCarthy (che abbandonò nel 1954) e John Little Mac Clellan, nel cui gruppo avrebbe raggiunto la notorietà come membro di una commissione senatoriale che tra il 1957 e il 1959 investigò sulle attività illecite dei sindacati. Dal 1959 si impegnò a dirigere la campagna presidenziale del fratello John, dove avrebbe dimostrato le sue brillanti doti di organizzatore. Con il trionfo di John nel 1960 ottenne l’importantissima carica di ministro della giustizia degli Stati Uniti, e in questa veste condusse una dura lotta contro tutte le attività illecite della mafia con l’applicazione rigorosa delle leggi.
Robert s’impegnò poi nella difesa dei diritti delle minoranze di colore e ispaniche. Fu l’inizio della sua sventura, poiché ottenne una clamorosa vittoria contro i mafiosi, riuscendo a mandare in carcere, con una condanna di otto anni, il dirigente sindacale Jimmy Hoffa per la sua connivenza con la mafia. Il suo lavoro fu in gran parte interrotto dall’assassinio del fratello presidente, il 20 novembre 1963 a Dallas, e dal suo cattivo rapporto con il successore Lyndon Johnson e con il direttore dell’Fbi, Edgar Hoover. Tuttavia il presidente Johnson lo riconfermò nel suo incarico di ministro della giustizia, da cui si dimise nel 1964 dopo aver portato a termine l’incarico affidatogli dallo stesso presidente nel sud-est asiatico, infiammato dalla guerra in Vietnam. Un conflitto che lo avrebbe portato in seguito a uno scontro pubblico con il presidente, all’inizio del 1965, quando Robert già ricopriva la carica di senatore dello stato di New York.
La sua militanza liberale e la sua coscienza cattolica lo spinsero a una lotta costante a favore delle minoranze e contro i ghetti che si erano creati con le migrazioni nello stato di cui era senatore. Una vocazione così coerente con la giustizia e i diritti lo portò a partecipare attivamente alla protesta giovanile contro la guerra in Vietnam, che a suo modo era in sintonia con i movimenti contestatari in Europa: il maggio parigino, le manifestazioni studentesche a Berlino, la Primavera di Praga. Johnson insisteva nell’escalation militare, mentre Robert Kennedy aumentava le sue critiche, soprattutto a partire da quella primavera in cui i vietcong scatenarono dal nord la famosa offensiva del Têt, l’attacco a sorpresa a più di novanta città e a posizioni militari statunitensi.
Questo significò il tracollo del morale degli americani, dato che oltre mezzo milione di giovani erano coinvolti in una guerra crudele che sentivano lontana ed estranea ai loro interessi. Kennedy lanciò allora la sua candidatura alla presidenza, scontrandosi con il senatore, anch’egli democratico, Eugene McCarthy. Le proteste e i disordini negli Stati Uniti motivarono ancora di più il discorso di Bob: «Il paese avanza lungo un cammino pericoloso — diceva — e bisogna cambiare rotta e comando». Il suo programma politico e il suo coraggio trascinavano sempre più le masse di potenziali elettori. Prometteva l’immediata cessazione del conflitto in Vietnam e l’abolizione delle differenze razziali.
La sua idea di cambiamento politico lo portò a schiaccianti vittorie nelle primarie dell’Indiana e del Nebraska. Fu forse il suo clamoroso successo in California a condannarlo a morte, per mano dei suoi nemici. Il senatore quarantaduenne venne così ucciso a Los Angeles, il 5 giugno 1968, subito dopo l’annuncio dei risultati. Solo due mesi prima era stato assassinato Martin Luther King.
Il susseguirsi di queste tragedie scosse gli Stati Uniti e il mondo. Tanto coraggio provocò la reazione degli assassini che, dall’oscurità della cospirazione, posero fine alle speranze delle giovani generazioni americane. Anche il mondo occidentale ne fu scosso e apparvero allora le premesse del crollo del muro di Berlino nel 1989 e della fine della guerra fredda. Risultati ottenuti in gran parte grazie a Giovanni Paolo II e all’azione di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher.
Come per gli eroi greci, la tragedia cancellò le speranze, nel segno del male che armò una mano assassina di origine oscura ma dai chiari tratti mafiosi, che non perdonarono a Robert Francis Kennedy l’audacia che aveva condiviso con il fratello John Fitzgerald nel volere stabilire una nuova politica in occidente, più giusta e più libera. Per questo andavo a pregare sulle loro tombe di Arlington, una accanto all’altra. Sentivo che anche i miei sogni erano stati assassinati, con quelli dei due fratelli. Come direbbe Omero, gli eroi muoiono giovani. E a volte anche le speranze.

di Manuel Milián Mestre

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20 novembre 2018

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