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Le tasche dello zio Sam

· Luci e ombre nella finanziaria 2011 di Obama ·

Barack Obama fa i conti in tasca a un'America impantanata, che stenta a rilanciare i consumi e l'occupazione, un'America appesantita dal maggior deficit di sempre (1.556 miliardi, il 10,6 per cento del pil) e che vede traballare il suo primato internazionale di fronte all'incedere dei colossi asiatici. Il discorso sullo stato dell'Unione e le scelte della finanziaria 2011 dimostrano che per la Casa Bianca, a poco più di un anno dall'entrata in carica della nuova Amministrazione, la vera sfida non si gioca sul terreno economico, ma su quello politico interno: con la stagione elettorale alle porte — partono oggi, mercoledì, le primarie in Illinois — e una popolarità in grave calo, Obama si prepara a varare nuovi tributi per le classi più ricche e per le banche e a congelare per tre anni le spese non legate alla sicurezza. Scelte impopolari, che potrebbero alla fine presentare un conto molto salato.

In effetti, se tecnicamente il deficit può essere ridotto nella misura e nei termini illustrati nella finanziaria (gradualmente, fino al tre per cento nel 2014), sul piano politico la questione diventa molto più complicata. Per ridurre il disavanzo Obama dovrà inevitabilmente chiedere ai parlamentari di rinunciare a molti dei loro progetti speciali. L'asso nella manica potrebbe rivelarsi l'incarico a una commissione bipartisan sull'emergenza fiscale di organizzare interventi ad hoc nei settori dove i costi lievitano di più: pensioni e sanità. Ma i repubblicani promettono battaglia e i democratici appaiono più divisi che mai. Con le lobby e le banche contro, con un mercato azionario perplesso e con un segretario al Tesoro sotto attacco per il salvataggio di Aig, Obama rischia di farsi terreno bruciato intorno e di compromettere anche l'iter dell'approvazione della riforma sanitaria. Sottolineando che alcuni tagli delle spese nel budget «sono dolorosi», il presidente non ha cercato di nascondere la realtà dei fatti: «un decennio di spese sregolate ha lasciato gli Stati Uniti profondamente indebitati». Tuttavia, sono in molti a criticare l'aumento dei fondi per gli interventi militari in Afghanistan e i tagli in altri settori.

E di sicuro, nel difficile gioco degli equilibri politici non potrà aiutare il presidente la gaffe del capo del suo staff, Rahm Emanuel, che con una battuta mal riuscita ha scatenato una vera bufera nel partito democratico. L'episodio, risalente ad agosto, è stato rilanciato di recente da «The Wall Street Journal». Il «braccio destro» di Obama si è scusato pubblicamente, ma la vicenda per molti non si è ancora chiusa.

Per reperire le risorse necessarie ad avviare le riforme annunciate Obama conta su una ripresa di circa il tre per cento nel 2010 e di oltre il quattro nei prossimi due anni. Obiettivi difficili da realizzare, come dimostrano anche i dati attuali: la spesa personale a dicembre 2009 ha registrato un rialzo dello 0,2 per cento, inferiore alle previsioni e contro il più 0,7 per cento del mese precedente; sempre a dicembre i redditi personali sono aumentati dello 0,4 per cento, contro il più 0,5 di novembre. Complessivamente, nel 2009 i consumi sono scesi dello 0,4 per cento, il calo più forte dal 1938, mentre i redditi sono diminuiti dell'1,4, altro scarto record. Si contrae anche la spesa edilizia, che a dicembre ha segnato un ribasso dell'1,2 per cento, più del doppio rispetto alle previsioni iniziali. Secondo il Fondo monetario internazionale, il tasso dei consumi delle famiglie americane continuerà a diminuire nei prossimi anni, mentre aumenterà la percentuale delle entrate destinate al risparmio. A completare il quadro ci sono poi le stime sull'inflazione: secondo la Casa Bianca, il costo del denaro aumenterà fino all'1,9 per cento nel 2010 e all'1,5 nel 2011.

L'unica vera svolta per l'Amministrazione, a questo punto, può arrivare solo dall'esterno. In due modi. Anzitutto, per far ripartire l'economia l'America ha bisogno di sostenere le esportazioni e quindi di mantenere un dollaro debole. A tal riguardo, il rapporto finanziario con la Cina gioca un ruolo fondamentale e necessario. In tutti e due i sensi: Washington deve rivolgersi a Pechino per collocare i propri buoni Tesoro, ma Pechino a sua volta è interessata alla stabilità e alla crescita di Washington, essendone il maggiore creditore con 789,6 miliardi di dollari (novembre 2009) di titoli del Tesoro, ovvero il 22 per cento del debito a stelle e strisce. Dallo sviluppo delle recenti tensioni su Google, su Taiwan, sul Tibet e su alcune questioni commerciali dipenderà quindi molto del successo o dell'insuccesso del piano di Obama.

Il secondo aspetto è quello delle regole: solo con un vero accordo internazionale su norme comuni in grado di mettere sotto controllo i mercati e le banche, Obama può sperare di arginare quelle pratiche irregolari che ancora pesano sull'economia. Solo così, infatti, il presidente riuscirà ad aggirare il gotha della finanza statunitense e a piegarlo ai propri intenti. Ma in tal senso, sarà decisivo il supporto dei Paesi europei.

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