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Le strade che conducono al silenzio

· Rapporto con la natura e solitudine per ritrovare se stessi ·

Paul Delvaux, «Il villaggio delle sirene» (1942)

Siamo abituati a considerare il silenzio come mezzo privilegiato della ricerca spirituale, infatti troviamo nel silenzio monaci, eremiti, asceti più o meno in ogni tradizione religiosa, ma dobbiamo riconoscere come oggi, a causa del frastuono e dei ritmi pressanti della vita quotidiana, il silenzio stia divenendo sempre più necessario per la salvaguardia psicofisica dell’individuo stesso. È quanto testimonia Erling Kagge nel suo libro Il silenzio (Torino, Einaudi, 2017, pagine 112, euro 12), che si può definire il racconto di un’esperienza laica estrema di immersione nel silenzio, attraverso la quale appare, con tutta evidenza, come l’anelito verso l’infinito sia connaturato all’essere umano. Il silenzio diviene la chiave che permette di sperimentare frammenti di uno spazio aperto che, seppure spesso ricercato all’esterno, in realtà corrisponde a uno spazio interiore. Kagge ha fatto del silenzio una scelta di vita sperimentandolo nelle sue spedizioni di esploratore che l’hanno portato nell’Artide, nell’Antartide, sulle cime dell’Everest. Il libro nasce a seguito di una conferenza tenuta presso un’università scozzese, durante la quale, dopo aver parlato del «silenzio intorno a noi», si soffermò a parlare del «silenzio che è dentro di noi». Gli studenti rimasero ammutoliti, in ascolto, «come se quella fosse una dimensione di cui avevano sentito la mancanza». Ne scaturirono alcune domande chiave, alle quali l’autore cerca di rispondere, innanzitutto a se stesso, attraverso questo libro. «Che cos’è il silenzio?», «dove lo si trova?», «perché è più importante che mai?». Le riflessioni si dipanano senza seguire un filo preciso, ma cercando di ritrovare nell’esperienza diretta, propria o di altri, filosofi, scrittori, musicisti ecc., alcuni frammenti capaci di offrire delle tracce di una dimensione difficile da raccontare. Il silenzio «deve parlare. Deve dirci delle cose e noi dobbiamo parlare con lui e sfruttare il suo potenziale inespresso». Questa realtà sconosciuta e sfuggente è essenziale per conoscere se stessi. È come un immenso tesoro che deve venire alla luce. «Sono andato da solo al Polo Sud, e in quel paesaggio monotono che si stendeva davanti a me a perdita d’occhio, non si udivano altri suoni umani se non i miei. Da solo sul ghiaccio circondato da un grande nulla bianco, riuscivo a sentire e a percepire il silenzio». Dunque una dimensione esterna estrema, come ponte di una esperienza interiore. 

Servono dunque condizioni limite per aiutarci a scoprire intime dimensioni ancora sfuggenti, come se l’esterno, facendoci da specchio, riuscisse a riflettere quanto di noi ancora non riusciamo a vedere. Nell’Antartide «la natura mi parlava nel silenzio. Più era totale e più distinguevo i rumori [...] avvertivo un silenzio assordante. Iniziai a prestare sempre più attenzione al mondo di cui facevo parte [...] all’improvviso ero presente a me stesso». Il rispecchiamento fra esterno e interno fa comprendere la stretta connessione fra la nostra vita individuale e la natura all’interno della quale siamo contenuti. Anche noi apparteniamo alla natura e per ritrovare noi stessi più profondamente, certe volte, abbiamo bisogno di riconoscerci in quanto ci circonda. Per questo, per ritrovare dimensioni inaccessibili, dobbiamo esplorare fisicamente luoghi ignoti: «l’Antartide ha come missione quella di essere un territorio sconosciuto». In quanto continente misterioso, rimane depositaria del mistero non solo a livello geografico, ma anche come possibilità interiore. Il silenzio quindi è una dimensione umana per lo più sconosciuta che per essere sperimentata deve essere prima incontrata in luoghi che ancora la custodiscono. Per questo «il silenzio raggiunge la sua massima espressione nella natura». Nel nostro mondo assordante e caotico, la natura rimane dunque la depositaria del silenzio, che non vuol dire mancanza di suoni, ma mancanza di rumori. «Al mare si ode lo sciabordio delle onde, nel bosco il mormorio del ruscello e lo stormire delle fronde mosse dal vento, in montagna gli impercettibili movimenti tra le pietre». Il silenzio è dunque la chiave che ci permette di percepire l’armonia del tutto in cui siamo contenuti e che ci attraversa, ma che dentro di noi rimane come inabissata nel rumore di un immenso disordine. Quando «me ne sto seduto in silenzio in una stanza, da solo, senza avere niente da fare, il caos si manifesta». Assorbire la realtà caotica del mondo artificiale che abbiamo costruito, è la causa prima di alienazione. Il silenzio fa paura perché fa sentire una terribile distanza dalla nostra realtà più autentica. Al tempo stesso però è il mezzo che riavvicina, consumando il sovrappiù, affinando la percezione. Solitudine, silenzio, provocano grande disagio perché gli individui sono sempre più separati da se stessi. «In questo secolo le possibilità di essere disturbati sono aumentate in modo esponenziale [...] il silenzio è sotto attacco». Kagge riesce a ricostruire in maniera molto efficace il preoccupante rapporto di dipendenza provocato da un uso indiscriminato delle nuove tecnologie. L’uomo «sarebbe arrivato al punto di rinunciare alla libertà. Di abdicare al ruolo di persona libera per diventare una risorsa [...] Una risorsa per aziende come Apple, Facebook, Instagram, Google». C’è un invito costante a stare in guardia, a non cadere nelle maglie di un potere pressante e quasi invisibile. Nonostante il valore delle relazioni, certe volte «è importante spegnere il telefono, sedersi, starsene in silenzio, chiudere gli occhi», in poche parole «chiudere fuori il mondo», non quello naturale, ma quello delle connessioni. Questa distanza, causa di alienazione, produce anche una grande paura nei confronti della morte perché impedisce di vivere in pienezza. Essere sempre distanti da se stessi, dalle cose che facciamo, impedisce un rapporto intenso con la vita. Il rumore più invasivo è dunque quello causato dalle continue dipendenze con le quali si cerca di passare il tempo per non cadere in preda alla noia. Così si crea un altro inganno, quello della mancanza di tempo. Nel silenzio il tempo sembra non passare mai e fa paura perché mette a nudo il vuoto che le varie dipendenze cercano di riempire. È importante l’attenzione, valorizzando ogni istante attraverso la presenza, allora «il silenzio può manifestarsi in qualunque momento». Gustare intimamente la vita nel qui e ora del suo fluire, porta quella connessione con il piano profondo che colma ogni vuoto: «Attraversare l’oceano in barca a vela, e al ritorno scopriamo che ciò che stavamo cercando potrebbe essere dentro di noi». Esterno e interno sono un continuum, ma per essere percepito ha bisogno che la mente si dilati, che la percezione si affini. Stabilire un contatto vivo con il silenzio interiore richiede stupore, meraviglia, come a esempio accade quando contempliamo di notte il cielo stellato. «Quali strade conducono al silenzio? [...] Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque. Si tratta di procedere per sottrazione. Ognuno può trovare il suo Polo Sud».

di Antonella Lumini

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19 marzo 2019

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