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Le sole norme non bastano

«La corresponsabilità esige un cambiamento di mentalità riguardante, in particolare, il ruolo dei laici nella Chiesa, che vanno considerati non come “collaboratori” del clero, ma come persone realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa». Papa Benedetto XVI esprime così la sfida che la Chiesa sta affrontando per quanto riguarda l’interazione tra clero e laicato. I laici non sono solo collaboratori del clero: hanno la corresponsabilità dell’edificazione e della missione della Chiesa. Quello che vale per i laici vale anche per le donne laiche.

Celebrazione di chiusura del concilio Vaticano II

L’affermazione del Papa ha le sue radici nella dottrina del Vaticano II. Il concilio afferma che per mezzo del battesimo tutti i fedeli partecipano al triplice ministero di Cristo. Da ciò deriva che «il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro (ad invincem tamen ordinetur), poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo» (Lumen gentium, n. 10). Sono ordinati l’uno all’altro. Il Vaticano IIinsegna: «La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. “A quel modo, infatti, che in uno stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte la stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siamo membra gli uni degli altri”» (Lumen gentium, n. 32). Sulla base del battesimo, tra i membri c’è una comune dignità e «nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso» (Lumen gentium). L’uguaglianza e l’essere «ordinati l’uno all’altro» si ricollegano alla dottrina secondo cui lo Spirito Santo distribuisce «grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: “A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio”» (Lumen gentium). Questa comprensione spiega perché la diocesi è «una porzione (portio) del popolo di Dio affidata alle cure pastorali del vescovo» (Christus dominus). Il vescovo non viene ordinato per la sua santità personale, ma al servizio di una Chiesa locale specifica. Governare la diocesi implica promuovere e proteggere tutti i carismi dati alle persone affidate alle sue cure. Pertanto, il vescovo non può esercitare il suo ministero da solo, ma di fatto dovrebbe volere ascoltare, accettare consigli e consultarsi con tutti i fedeli, comprese le donne.

La dottrina deve essere integrata con norme canoniche che aiutino la comunità a implementarla: le norme hanno la funzione di facilitare. In che modo le attuali norme canoniche facilitano l’esercizio della corresponsabilità delle donne?

Il diritto in vigore subito prima del Vaticano IIconsentiva agli uomini laici di svolgere alcuni uffici, ruoli e funzioni che non erano aperti alle donne laiche. Il diritto attuale ha in larga misura recepito il Vaticano II: non fa quasi distinzione tra uomini e donne laici. L’eccezione fondamentale è che solo gli uomini battezzati possono essere ordinati. Ma ciò non è di natura canonica, bensì dottrinale.

Il diritto canonico conferma che per mezzo del battesimo tutti i fedeli cristiani (dunque clero compreso), partecipano «nel modo loro proprio dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo». Questa prospettiva viene ribadita nel Titolo dedicato agli obblighi e ai diritti comuni a tutti i fedeli, che si tratti di chierici o laici, uomini o donne. Il primo canone di tale Titolo dice: «Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire». Queste norme dicono che in virtù del battesimo tutti cooperano, ma ognuno lo fa in base alla propria condizione o funzione.

Riguardo ai differenti carismi, il Codice di diritto canonico stabilisce che i laici sono idonei a esercitare veri uffici ecclesiastici e incarichi e che di fatto possono cooperare nella potestà di governo. Pertanto le norme dicono che i laici, e quindi le donne, possono partecipare ai compiti di insegnamento, santificazione e governo della Chiesa. Hanno dunque il diritto fondamentale, nonché il dovere, di diffondere il messaggio divino della salvezza nel mondo. Per il bene della Chiesa, hanno il diritto di esprimere i propri bisogni e manifestare le proprie preoccupazioni ai pastori e agli altri fedeli. Godono del diritto di sostenere l’apostolato con iniziative proprie. Tutti possono essere nominati amministratori di una parrocchia, missionari, catechisti, ministri della sacra comunione, lettori e accoliti (anche se non su base stabile), presiedere preghiere liturgiche, funerali compresi, essere nominati ministri del battesimo, essere delegati ad assistere ai matrimoni, essere ministri della parola, il che consente di predicare, ma non di tenere un’omelia, essere nominati insegnanti di religione, censori, lettori o professori in discipline teologiche o rettori di un’università cattolica o ecclesiastica. Possono essere vicesegretario generale di una conferenza episcopale e membri del personale delle diverse commissioni della conferenza. Possono servire come esperti o consulenti sia nelle questioni interne alla Chiesa sia come delegati a nome della Chiesa, per esempio nei dialoghi ecumenici o interreligiosi o su altri argomenti o in organizzazioni o enti per i cui fini hanno una specifica competenza. Possono essere nominati cancellieri o notai, economi di una diocesi o di un istituto religioso, membri del consiglio per gli affari economici di una diocesi, di una parrocchia o di qualsiasi altra persona giuridica. Possono rappresentare una persona giuridica. Le donne possono essere giudici nel tribunale diocesano o nella corte d’appello, nonché assessori, uditori, ponenti, difensori del vincolo o promotori di giustizia, procuratori o avvocati, tutori o curatori. I laici possono essere nominati consultori, officiali maggiori o officiali negli uffici della Curia romana (costituzione apostolica Pastor bonus). Nelle cause di canonizzazione e di beatificazione le donne possono svolgere la funzione di postulatore. Le donne possono essere membri dei consigli diocesani e parrocchiali, come anche di consigli particolari, sia di una provincia ecclesiastica, sia del territorio di una conferenza episcopale. Le donne possono essere invitate a partecipare ai sinodi dei vescovi a Roma. È però bene osservare che in alcune di queste istituzioni, le donne laiche, come anche gli uomini laici, non hanno un voto ma solo una voce. Dunque possono parlare, ma non possono decidere. La discriminante è l’ordinazione, non il genere sessuale.

L’elenco può essere ancora esteso: ci sono donne che occupano posizioni non previste dal diritto, ma non contrarie allo stesso. Dirigono scuole cattoliche, ospedali o altre strutture sanitarie. In passato queste posizioni sono state occupate da religiose. Possono impiegare più di 10.000 persone e amministrare budget superiori a quelli di molte diocesi. Alcune gestiscono strutture sanitarie in diversi paesi, il che fa di loro direttori di operazioni multinazionali.

Alcuni vescovi diocesani impiegano donne per svolgere compiti che di solito vengono svolti da vicari episcopali: per esempio, sono delegati episcopali per caritas, educazione, vita religiosa o affari canonici e fanno parte della curia diocesana. Sono a capo dell’ufficio del personale: a fianco del vicario per il clero, che è un sacerdote, la donna è il delegato episcopale e ha la responsabilità dei ministri ecclesiali laici. I vescovi impiegano donne laureate in teologia o diritto canonico per aiutarli a preparare omelie, articoli e lezioni. Di fatto, le posizioni occupate dalle donne sono anche legate alla formazione teologica che hanno ricevuto.

Antonio del Pollaiolo«Allegoria della giustizia» (1470)

Le molteplici possibilità lasciano anche aperte alcune questioni teologiche. Quella più complessa riguarda la natura della partecipazione dei laici all’esercizio della sacra potestas del vescovo. Che cosa significa dal punto di vista teologico quando un vescovo delega un laico ad agire in nome della Chiesa, per esempio quando una donna riceve la missio canonica di predicare e insegnare, la delega a guidare una parrocchia, a concedere dispense, o quando viene nominata a fare il giudice? La delega da parte del vescovo cambia la natura dell’azione svolta dal laico? Che cosa significa quando una tale delega implica che il laico agisce nel nome della Chiesa?

L’elenco delle possibilità che hanno le donne di partecipare nella Chiesa è impressionante: laici e laiche fondamentalmente hanno gli stessi diritti e gli stessi obblighi, nonché le stesse opportunità di impegnarsi nel lavoro della Chiesa. Tuttavia, molte di queste non vengono colte. Ciò dimostra che le norme da sole non bastano. Occorre un cambiamento di mentalità, come ha affermato Papa Benedetto XVI. È necessario compiere tre passi: primo, occorre giungere alla consapevolezza che la partecipazione delle donne laiche (come anche degli uomini laici) non trae origine da un qualche sviluppo sociale riguardante l’uguaglianza tra uomo e donna, ma è radicata nelle implicazioni ecclesiologiche del battesimo. Secondo, la partecipazione di donne e uomini laici non è una minaccia bensì un arricchimento, perché consente alla Chiesa di beneficiare dell’azione dello Spirito santo nei diversi membri. Terzo, poiché il Vaticano IIha chiarito che, nel rispetto della loro condizione (secondo la condizione) i diversi membri dei fedeli sono ordinati gli uni agli altri, la collaborazione deve essere praticata come corresponsabilità. Papa Francesco esprime la stessa realtà facendo riferimento alla sinodalità: essere Chiesa implica “camminare insieme”. «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto... Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto... l’uno in ascolto degli altri; ... e tutti in ascolto dello Spirito santo, lo “Spirito della verità”, per conoscere ciò che egli “dice alle Chiese”». E prosegue: «La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico». Questo concetto, che Papa Benedetto XVI esprime con il termine «corresponsabilità» e Papa Francesco con «sinodalità», esige che alle donne vengano concesse opportunità per esercitare la loro corresponsabilità in risposta al loro battesimo. Il diritto attuale ammette molte possibilità. Ragioni teologiche ne raccomandano l’attuazione per l’edificazione e la missione della Chiesa.

di Myriam Wijlens

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06 dicembre 2019

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