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Le Sibille di Cristo

· Nell’antica letteratura cristiana ·

Non meno delle arti figurative (se si pensa al Perugino, a Jan Van Eyck e a Michelangelo della Cappella Sistina) anche la letteratura cristiana antica è attraversata dalle profetiche figure femminili che sono le sibille di Cristo.
In particolare sant’Agostino ne afferma la credibilità e a Fausto manicheo, che si era mostrato scettico sul tema delle predizioni e dei presagi, replica che in questi oracoli parla la forza di quel Dio che i cristiani venerano (cfr. Contro Fausto manicheo 13,15; pl 42, 290). Anche altrove l’Ipponese ha modo di ribadire la sua convinzione che in esse «si trova una qualche testimonianza riguardante Cristo» ( Esposizione incompleta della lettera ai Romani 3; pl 35, 2089).

Michelangelo, «Sibilla Delfica» (1509, Cappella Sistina)

Nondimeno egli ci tiene a precisare che non c’è nessuna contaminazione con i culti pagani e che la Sibilla «in tutto il suo vaticinio poetico non ha nulla che riguardi il culto degli dèi falsi o inventati e che anzi questa parla in termini tali contro di loro e contro i loro adoratori da essere annoverata nel numero di coloro che appartengono alla città di Dio» ( La città di Dio 18, 23.2). In tal modo Agostino riconosce a queste donne quello che la tradizione pagana aveva loro da sempre attestato ovvero «la capacità di accogliere nel proprio petto la voce del dio Sibylla dicitur omnis puella cuius pectus numen recipit» (Servio, Commentari all’Eneide 3, 445).
Nella tradizione classica Varrone aveva contato dieci sibille, allocate in diverse regioni dell’ecumene, e le aveva anche ordinate cronologicamente, perciò nel suo elenco egli comprendeva la Persica, la Libica, la Delfica, la Cimmeria, l’Eritrea, la Samia, la Cumana, l’Ellespontica, la Firigia e la Tiburtina (cfr. Antichità fr. 138 e 290).
È interessante notare, quasi che non ci fosse soluzione di continuità, come molte di loro continuino a vaticinare e a dare responsi anche nella tradizione cristiana. Talvolta esse predicono l’avvento di Cristo.
È il caso per esempio dello Pseudo Giustino che nella Esortazione ai greci scrive che «l’antichissima e vetustissima Sibilla, i cui libri sono conservati in tutto il mondo, ci insegna con gli oracoli sotto una potente ispirazione che i cosiddetti dèi sono niente e preannuncia chiaramente e apertamente l’avvento futuro del nostro Salvatore Gesù Cristo e tutte le cose che egli avrebbe operato» (n. 38; pg 6, 310). Lo stesso fa Lattanzio che ritrova la predizione della venuta di Cristo nell’oracolo della Sibilla eritrea, la quale «ispirata dal sommo Dio, preannuncia il Figlio di Dio principe e imperatore di tutto» (Le divine istituzioni 4, 6; pl 6, 463).
Anche sant’Agostino del resto fa più volte riferimento all’oracolo cumano (si tratta della stessa Sibilla microasiatica trasferita dai coloni ionici da Eritre a Cuma) della quarta Bucolica e ne La città di Dio è fatto esplicito richiamo all’avvento di Cristo a cui i versi virgiliani sembrano preludere. «Infatti Virgilio — scrive il Padre africano — nel quarto verso dell’egloga dichiara che non è una sua affermazione personale quando dice: “È giunta già l’ultima età dell’oracolo di Cuma” ( Bucolica 4, 4). Da ciò appare indubbiamente che il fatto (della venuta del Salvatore) fu preannunciato dalla sibilla di Cuma» (La città di Dio 10, 26).
Oltre all’avvento e all’incarnazione le sibille preannunciano anche diversi episodi della vita di Cristo. Lattanzio riferisce quelli relativi alle guarigioni che avvenivano «non con le mani o con qualche medicina ma con la forza del verbo; la Sibilla infatti, “operando tutto con la parola, curava ogni morbo”» ( Le divine istituzioni 4, 15; pl 6, 492 = «OrSib» 8, 272).

È ancora l’apologeta romano a citare altri annunci di fatti miracolosi come la moltiplicazione dei pani e dei pesci (ib; pl 6, 493 = «OrSib» 8, 275-278), la tempesta sedata (ib; pl 6, 494 = «OrSib» 8, 273-274), «la rianimazione dei morti e la mitigazione di molti dolori» (ib; «OrSib» 6, 14-15).

di Lucio Coco

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19 agosto 2019

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