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Le sfide
della Chiesa caldea

· Dal ritorno dei cristiani in Iraq al rafforzamento del ruolo dei laici ·

Il sinodo della Chiesa cattolica caldea svoltosi ad Arbil, nel Kurdistan iracheno, si è concluso con l’auspicio di un ritorno delle famiglie sfollate, cinque anni dopo l’invasione della piana di Ninive da parte del cosiddetto “Stato islamico” (Is), che ha provocato la fuga di migliaia di cristiani. Al termine dell’assemblea — alla quale ha partecipato per la prima volta un gruppo di laici — il patriarca di Babilonia dei caldei, cardinale Louis Raphaël Sako, ha esortato i fedeli «dentro e fuori» il paese a unirsi e a rafforzare la propria identità, basandosi sui «pilastri essenziali»: appartenenza alla Chiesa, alla patria e alla lingua. Per questo motivo i vescovi hanno invitato a ricostruire i monasteri e le antiche chiese di Mosul e della piana di Ninive. Tra le altre raccomandazioni, l’obiettivo di «unità» fra i cristiani attraverso «il dialogo e la comunicazione» e il compito di «ponte» fra le diverse etnie e gruppi per promuovere la coesistenza e favorire lo sviluppo della nazione e dei suoi cittadini.

I vertici della Chiesa caldea hanno sottolineato la necessità di «sostenere il processo di ricostruzione» di Mosul e delle cittadine della piana di Ninive devastate dai jihadisti, incoraggiando le famiglie di sfollati interni cristiani «a ritornare e a non vendere case e proprietà», perché esse appartengono «al loro patrimonio» storico e culturale. Soltanto un terzo circa dei caldei che avevano abbandonato le proprie case nel 2014 per sfuggire all’Is hanno ritrovato le città e villaggi dove vivevano. Il sessanta per cento si è stabilito nel Kurdistan iracheno, più precisamente ad Ankawa, il quartiere cristiano di Arbil. Altri emigrati hanno invece raggiunto l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia.

di Charles de Pechpeyrou

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20 ottobre 2019

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