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​Le sette visioni

· Un sermone inedito di Bonaventura da Bagnoregio ·

Otto secoli fa (1217) nasceva — in un piccolo centro del viterbese — Giovanni Fidanza, passato alla storia come Bonaventura da Bagnoregio. Numerosi sono stati, nel corso di quest’anno, i convegni e le occasioni di studio — alcune di altissimo livello — per celebrare l’importante ricorrenza.
Quel che tuttavia contribuisce, più di ogni altra cosa, al progresso della conoscenza del pensiero del grande teologo francescano è la scoperta e l’edizione di nuovi suoi scritti, come mostrano alcuni sermoni recentemente editi o in via di edizione da parte di Aleksander Horowski. 

Francisco de Zurbarán, «Bonaventura da Bagnoregio» (xvii secolo)

Ad esempio, risale al 2010 la pubblicazione di un sermone sull’eccellenza dell’Ordine Minoritico – cf. Collectanea Franciscana 80 (2010), pagine 563-580 – che Horowski ha rintracciato nella Biblioteca universitaria di Pavia (ms. Aldini 47). In base a precisi riscontri testuali, l’editore ne assegnava — con fondatezza — la paternità a Bonaventura, collocandone la stesura negli anni 1260-1262, quegli stessi in cui il francescano veniva componendo la sua opera agiografica su san Francesco, la Legenda maior. Secondo Bonaventura, la famiglia minoritica, comparata alle altre forme di vita religiosa, appariva superiore sia negli aspetti sostanziali, vale a dire nella professione regolare, che in quelli consustanziali, cioè nella conferma della Regola, e infine in quelli accidentali, cioè nella vita religiosa così come si manifestava all’esterno.
Nel medesimo sermone il ministro generale dei Frati minori ribadiva (non era infatti quella la prima volta che l’affermava) che la Regola francescana era stata bollata da Cristo con i sigilli impressi sulla carne di Francesco. I Minori, dunque, potevano vantare un sigillo e una testimonianza più nobile, più certa e più liberale di ogni altra bolla, e perciò — citando il ben noto passo della lettera ai Galati «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi, difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (6,17), che costituiva il testo dell’epistola nella messa in onore di san Francesco — Bonaventura poteva asserire (pagine 576-577, rr. 56-58) che nessuno, proprio a motivo di quel sigillo divino, poteva impunemente permettersi di combattere la Religio minoritica.
Ancora, nel 2016 lo studioso ha potuto dimostrare — cf. Collectanea Franciscana 86 (2016), pagine 5-64 — che del sermone Ego Ioannes vidi civitatem, predicato da Bonaventura per la festa di tutti i santi nel 1269 o nel 1270, in realtà esistono quattro diverse redazioni: i due testi più brevi sono appunti presi da due diversi uditori, mentre le due redazioni più ampie, testimoniate dai manoscritti parigino (Bnf, lat. 14595) e monacense (Bsb, Clm 23382), dipendono forse da una versione redatta dallo stesso Bonaventura o da un testo da lui autorizzato. Horowski si è quindi dedicato a redigere un accurato catalogo — cf. Collectanea Franciscana 86 (2016), pagine 461-544 — delle opere autentiche e spurie, edite, inedite o mal edite di san Bonaventura, rivolgendo un’attenzione particolare (pagine 487-535) ai sermoni.
La scoperta più interessante, tuttavia, è ancora inedita. Di notevolissimo interesse appare infatti un nuovo sermone dedicato da Bonaventura a san Francesco che Horowski si appresta a pubblicare sulla stessa rivista scientifica (fascicoli 3-4 del 2017) in cui sono stati ospitati i suoi precedenti studi.
Il sermone prende le mosse dal passo della lettera ai Galati (6,14) Michi autem absit gloriari nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi, del quale l’autore individua due diverse redazioni: una più breve, testimoniata da due codici del fondo latino della Biblioteca nazionale di Parigi e da un codice assisano, l’altra più lunga, testimoniata da un codice di Lipsia.
Secondo Bonaventura, nella lettera ai Galati l’apostolo Paolo non sembra tanto scrivere di se stesso, quanto profetare sulla vicenda di Francesco; giocando quindi su sette apparizioni della croce, mantiene uno stretto contatto con l’architettura della Legenda maior. Già Tommaso da Celano, nel cosiddetto Tractatus de miraculis, nell’asserire che la ragione per cui Francesco fu insignito delle stimmate consisteva nel fatto che «tutto lo zelo dell’uomo di Dio era centrato attorno alla croce del Signore», aveva segnalato visioni, azioni, disposizioni e sentimenti di Francesco e una serie di visioni di altri frati, tutte collegate alla croce di Cristo. Nell’opera, Tommaso non seguì un percorso articolato, ma si limitò piuttosto a raggruppare fatti ed eventi in relazione all’argomento trattato.
Dal proprio canto, a dimostrazione delle sue notevolissime capacità, Bonaventura utilizzò l’intuizione del Celanese assommando in tutto sette visioni o apparizioni. Attraverso le prime sei, Francesco compie «come per sei gradi successivi» il suo percorso verso l’ultima: «Ora, finalmente, verso il termine della tua vita, ti viene mostrato il Cristo contemporaneamente sotto la figura eccelsa del Serafino e nell’umile effige del Crocifisso, che infiamma d’amore il tuo spirito e imprime nel tuo corpo i sigilli, per cui tu vieni trasformato nell’altro Angelo, che sale dall’oriente e porti in te il segno del Dio vivente» [cf. Apocalisse 7,2].

di Felice Accrocca

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23 novembre 2019

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