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Le scrivo
con vergogna e orgoglio

· La lettera inedita che Piero Treves indirizzò a De Gasperi nel 1951 ·

Il 17 settembre 1945, Alcide De Gasperi, ministro degli esteri del governo Parri, giungeva a Londra per essere ascoltato dal Consiglio dei Ministri degli esteri dei Paesi vincitori, l’organismo che doveva predisporre i trattati di pace con le potenze “minori” sconfitte: si trattava del primo viaggio all’estero di un rappresentante ufficiale dell’Italia democratica.

Nella capitale dell’impero britannico, il leader democristiano incontrò Piero Treves, esule in Gran Bretagna dal marzo del 1939, cioé dai mesi successivi all’emanazione delle leggi razziali. Durante la guerra era stato collaboratore di Radio Londra e ora stava per assumere la corrispondenza londinese del «Corriere della sera». Ma quello del giornalista non era il suo mestiere: era infatti un affermato studioso di storia greca, allievo a Torino e a Roma di Gaetano De Sanctis. Come notavano maliziosamente i rapporti di polizia, dalla scuola del grande storico cattolico erano emersi tre giovani studiosi ebrei: uno fascista della prim’ora (Mario Attilio Levi), uno a-fascista (Arnaldo Momigliano), uno (Treves) risolutamente antifascista.

Codesta avversione al fascismo aveva una radice “ambientale”: Piero era figlio di Claudio Treves, uno dei capi del socialismo “riformista” italiano, giornalista brillante e raffinato.

Con lui De Gasperi aveva condiviso la lotta dell’Aventino nel 1924-1925, un’esperienza fondamentale nella sua biografia politica: la dimostrazione che, a difesa della libertà, i cattolici democratici potevano utilmente collaborare con socialisti non massimalisti e liberali non anticlericali. Collaborazione che si sarebbe rinnovata, questa volta con pieno successo, nell’esperienza centrista della prima legislatura repubblicana. Proprio per questo retroterra, a Treves, diversamente che ai suoi condiscepoli, non si era dischiusa la carriera accademica.

Quando nel marzo del 1951 De Gasperi — accompagnato dal ministro degli Esteri Carlo Sforza — tornò a Londra per rinsaldare il legame col governo inglese e discutere di questioni fondamentali, quali il futuro di Trieste e l’ammissione dell’Italia all’Onu, Treves avvertì la necessità di esprimergli tutta la sua riconoscenza per quanto aveva fatto per il prestigio internazionale dell’Italia nei difficili anni del dopoguerra, fronteggiando le critiche che gli erano piovute addosso da destra come da sinistra. Così il presidente del Consiglio italiano, appena giunto al Claridge’s, trovò la lettera dell’11 marzo 1951, che qui si pubblica per la prima volta (Fiesole, Archivio delle Comunità Europee, Fondo De Gasperi, cart. Affari esteri, Viaggi a Londra).

«Caro e illustre Presidente, voglia consentire di volgere a Lei, in questa vigilia, una parola di gratitudine. Io rammento, con orgoglio e vergogna ad un tempo, il Suo viaggio a Londra quel tragico settembre del ’45: rammento le mille piccinerie villane, i mille fastidii e soprusi che si vollero infliggere al rappresentante del nostro paese, il quale veniva bensì a raccogliere la damnosa hereditas d’un regime di sopraffazione, ma nella sua persona di perseguitato pur attestava la presenza operante d’un manipolo di animosi, ugualmente decisi a non cedere dentro e fuori i confini della penisola.

Perciò non posso non sorridere fra il compianto e il disprezzo, e non senza una vena di amara melanconia, quando leggo che l’Italia dai giorni del governo Badoglio a Salerno non ha più avuto una sua politica estera: come se l’uomo di cui la polizia britannica perquisiva, sei anni or sono, insospettita il bagaglio, non fosse alla vigilia di essere ricevuto, ospite onorato ed illustre, da re Giorgio vi, e la semplice giustapposizione dei due episodii non valesse di per sé a documentare il faticoso, ma sicuro e continuo, risorgimento d’Italia. Quanto più si ama dimenticare, e specialmente fra noi, il cammino percorso — e percorso unicamente grazie agli uomini che non piegarono jeri, e oggi sono con Lei al timone della nave italiana — tanto più imperioso, ma tanto più dolce, è per noi mèmori il dovere di ringraziare – di attestarLe con umiltà e con fervore la riconoscenza di quanti sentono ogni giorno meno amara la propria lontananza dalla patria, poiché ogni giorno più la patria assurge sotto la Sua guida all’altezza dell’ideale che i nostri Morti ci appresero a sognare per essa".

di Roberto Pertici

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