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Le sante di Dario Fertilio

Miracoli imprevisti

Ci domandiamo spesso cosa sono i miracoli, e se avvengono realmente. Non parliamo qui dei miracoli certificati da un medico, quelli che vengono esaminati per le canonizzazioni, ma i miracoli piccoli e grandi, quotidiani, che tutti chiediamo nelle nostre preghiere.

Mark Green, «Alone di santità» (2018)

Il libro di Dario Fertilio Le sante dei miracoli (Torino, La fontana di Siloe, 2018, pagine 153, euro 14) risponde, con tanti piccoli e avvincenti racconti scritti benissimo, a questa domanda: ci sono tanti e diversi tipi di intervento del soprannaturale nelle nostre vite, dei quali spesso non ci rendiamo neppure conto dal momento che sono sottili e impercettibili, eppure sempre significativi. Fertilio racconta che ce ne accorgiamo solo se arrivano in risposta a una nostra esplicita richiesta, oppure se una immaginetta, un segnale qualsiasi ce lo rivela. Sono piccoli miracoli in un certo senso “firmati” da una santa, quelli che ci narra, sempre in qualche modo legati alla specificità manifestata da questa nella vita terrena. In questo modo Teresa di Calcutta estende la sua misericordia aiutando a morire una donna ricca ma umiliata, Agnese salvando una ragazzina adescata su internet, Cristina da un omicidio-suicidio nichilista, e così via e si continua a leggere con passione ed emozione un libro che si vorrebbe non finisse mai. Fra le tante sante “ufficiali” ce n’è una imprevista e sconosciuta, che arriva però, anche dopo la morte, ad aiutare e proteggere il figlio solo e disperato: la sua mamma. E lo fa in un modo ingenuo ma perfettamente adeguato al linguaggio che li ha legati e li lega ancora.
Quasi a dire che è l’amore la sorgente della santità, e l’amore di una mamma vale quello delle sante più perfette, e consente a tutti di sperimentare l’amore di Dio già in questa vita. (lucetta scaraffia)

Lucia

Il miracolo più grande è la buccia di mandarino. La cosa più commovente. La più preziosa. Il mandarino è al centro dell’universo che ho esplorato. La polpa è fatta di sostanze pregiate: il tessuto liscio e fresco della superficie, i fili che si staccano, il grado di maturità, la morbidezza al tocco nell’attimo in cui la addento. E naturalmente è beato il profumo di terre calde e lontane che diffonde a metri di distanza.

«Santa Lucia»  (autore ignoto, XVIII secolo)

Ma la buccia da sola è un prodigio senza fine, e non ti stancheresti mai di toccarla, saggiarla con il dito da dentro e da fuori, stringerla un po’ più forte per farne uscire l’essenza, che è più tenue e delicata di quella che avvolge la polpa. Senza la buccia di mandarino, il mondo sarebbe scuro e povero.
A volte io riesco a formare l’immagine del mandarino sullo sfondo della mente, ed essa mi parla. Dice: Sven, io sono proprio qui, ora, di fronte a te, fai di me quello che vuoi, mangiami se ti fa piacere. Ma io ritardo, anche per molto tempo, il godimento, perché l’ultimo pezzetto che inghiotto anticipa la sua fine. Ci saranno, naturalmente, tanti altri mandarini da annusare, toccare e gustare. Ma non saranno mai più quell’unico, commovente mandarino che si è rivolto a me, in quel preciso momento, dal centro dell’universo.
Un simile sentimento effimero — bella questa parola, effimero, entrata da qualche anno appena nel mio vocabolario — mi viene soltanto da un’altra cosa: l’onda del mare. Tempo fa sono rimasto seduto sulla sabbia calda e da quel particolare giorno ho cominciato a chiamarla con una parola solo mia: formicolante. La sabbia era formicolante perché formicolava sulle mie cosce, e mi scorreva piano sul ginocchio quando la lasciavo scendere attraverso le dita. Dunque, io mi rigiravo tutto nella formicolante, rotolavo come una palla beata, mangiandone anche un po’ a faccia in giù, e mi sentivo completamente felice, quando è arrivata la prima onda.
È impossibile immaginare che cosa sia prima di sentire le sue dita freddine che esplorano tutto il tuo corpo, persino sotto il costume. Così, paralizzato dalla sorpresa, l’ho sentita venirmi incontro e poi andarsene in un attimo. Quindi è arrivata la seconda, la terza, solleticandomi il sedere quando cominciava il risucchio e ritornava nel mare; ma alla settima, o forse all’ottava, ho detto a me stesso: questa onda è tua.
Così le sono andato incontro come un amante voglioso, uno che la conoscesse da tanto tempo; e ho provato — qui vi prego di non ridere, per favore — un brivido erotico. Il primo di tutta la mia vita (e spero non sarà l’ultimo). L’ho abbracciata, l’onda, e l’ho fatta mia.
Però, quando lei mi ha lasciato e sono arrivate le sue sorelle — la nona, la decima, l’undicesima e poi quelle dopo — non ho più provato la stessa miracolosa felicità dell’ottava. Ho goduto, certo, della schiuma abbondante che sentivo scorrermi attorno alla vita, ma ho avuto la conferma di una verità: niente è mai così magico come la prima volta, e infatti tutti scrivono che il primo amore non si scorda mai. Tanto più se pensi che quella speciale onda, in un certo attimo particolare tua fedele compagna, non si formerà mai più nella storia dell’universo, perché non sarà possibile che qualcuna delle prossime sia perfettamente identica a lei.
Da questi miei ragionamenti si capirà che sono di natura portato a filosofeggiare, anche se di fondo il mio temperamento è malinconico. È proprio così, lo confesso; però non sempre.
Se dovessi elencare tutte le meraviglie della vita da cui traggo gioie sincere e indiscutibili, metterei: la vibrazione di una chitarra che suona; il bacio della persona che hai accanto; il profumo del gelsomino e del bergamotto; il sapore degli gnocchi di semolino; le bollicine della birra sulla lingua; il fresco del tramonto in una sera d’estate; il metallo della ringhiera che ti conforta mentre cammini; il movimento del treno, così simile all’andirivieni dell’arcolaio, quando viaggi verso luoghi che non conosci.
Fuori da questa speciale categoria ho lasciato — a parte l’onda e la formidabile buccia di mandarino — il tocco della mano di mia madre. D’accordo, sono passati tantissimi anni da quando mi è successo di sentirlo. Io ero talmente piccolo, allora, che le impressioni anche approssimative di quel tempo non saprei ricordarle. Com’era il sapore del caffellatte, il risveglio del mio sesso, l’odore della casa dove abitavo, quello dei libri che prima annusavo e poi leggevo attraverso le dita, la profondità delle figure che schiacciavo nelle tavole che mi regalavano? Con un grande sforzo, probabilmente, potrei arrivarci; però non voglio farlo, perché mi restituirebbero troppo acuta la nostalgia per quello che è stato. E la sua mancanza.
Il tocco della mano di mia madre — vedete che smentisco quanto mi sono appena ripromesso — era simile alla seta dei petali di rose custodite nei loro vasi; talmente leggero che si disfaceva appena io cercavo di penetrarlo più a fondo. Io lo riprovavo per ore, quel tocco, ma prima o poi arrivava il momento in cui me ne dovevo separare. E quel distacco era, oggi posso riconoscerlo, la cosa più terribile, come... se il mio universo si fosse ristretto al punto da rinchiudermi in una scatola senz’aria, irrespirabile, e io toccassi le pareti che mi soffocavano da tutte le parti...
Molta acqua da allora è passata sotto i ponti. Nel mondo esistono tante luci e tanti suoni, loro si accendono quando li chiamo, al tocco delle mie dita, alle papille nella mia bocca, all’avvicinarsi del mio naso. Il buio di cui tutti parlano per me non è buio. Il buio vale soltanto per i figli della luce. Potrei dire quasi di essere un genio assoluto, un signore dell’universo, perché a tutto do un nome e cognome, diversi da quelli che usano gli altri. Come la formicolante per la sabbia, o lo schiumoso per lo shampoo dei capelli.
Con questo non intendo affatto suonare scortese verso chi ha inventato la lingua di tutti. Non potrei mai esserlo, a loro devo le conversazioni e le storie; grazie a loro ogni lettera ha da sempre il suo posto sul palmo della mia mano, come la F alla base del pollice, o la H a metà del medio, e da lì vengono tutte le informazioni, le fantasie e le barzellette. Voglio dire soltanto che, quando io immagino un cane, o un cielo stellato, so che si tratta di una creazione soltanto mia, più luminosa perché fa parte del mio speciale universo, e dunque è degna di un nome particolare.
Ancora una cosa; vorrei dire due parole sullo spazio. Lo spazio è un certo impossibile da esprimere, e per grazia sua diventiamo scultori. Fra tutte le arti, ancora più in alto della sartoria e della gioielleria, io metto lei: la scultura. Perché quando le mie dita scorrono sulla superficie di una statua, lo spazio in cui mi allargo diventa più grande, e non c’è differenza fra quello che sento e quello che proverei se potessi abbracciarlo con gli occhi.
E ora preparatevi a ridere con me. La cosa che mi sconvolge di più, in piena sincerità, non è il tocco di una mano femminile, né il profumo di una rosa o il sapore di un vino speziato che mi pizzica la gola. È il bruciore di una fiamma.
La fiamma?, chiederete scandalizzati. Sì, la fiamma. La stessa che mia sorella, quando ero molto piccolo, mi faceva toccare la mattina di santa Lucia. Inge si metteva un vestito lungo come una camicia da notte e una larga fascia in vita — mi lasciava toccare tutto quanto — e aveva la testa ornata da una corona di foglie e da sette candele, che le servivano per vedere nel buio. Quando arrivavo a toccare le sette fiamme, una dopo l’altra, non mi importava che scottassero. Lei accostava la sua bocca al mio orecchio cantando — lo capivo dalle vibrazioni e sentivo dal fresco dell’aria che era l’alba — e subito dopo mi faceva scivolare tra dita dei biscotti che aveva cucinato per me il giorno prima. La festa di santa Lucia è stata inventata apposta, io lo so, per noi sordociechi.
Io finivo sempre col toccare a una a una le sette fiamme delle candele di Inge, e ogni volta mi bruciavo. Poi le infilavo in bocca le punte delle dita per rinfrescarle, piangevo, tornavo a toccarle ed ero felice. Per questo, ancora nella mia vecchiaia, mi eccita aspettare la festa di santa Lucia. Comincio a pensarci molto prima, in autunno. E la mattina del 13 dicembre per me non vale se non mi sono scottato, e ho riso di dolore almeno una volta, alla fiamma di una candela.

Teresa di Calcutta 

«Riguardo alla faccenda giapponese...», attaccò con poca convinzione Charlie Forgeron, ma venne subito interrotto. Dan DeWitt, presidente della Metallus Global Risk, gli fece oscillare benevolmente davanti agli occhi la testa del suo ferro 2 — aveva preso l’abitudine di maneggiare quella mazza da golf quando voleva interrompere qualcuno e chiudere una discussione. «Al diavolo gli affari e i giapponesi quando siamo nel mio giardino», proruppe, «e al diavolo anche la Metallus se è il momento dei daiquiri». Naturalmente Charlie, suo socio di quasi vent’anni più giovane, sapeva che non era sincero né in una cosa né nell’altra — al contrario, la contesa legale con i concorrenti di Tokyo contava parecchio per la Metallus, e ancor di più lo stato di salute dei bilanci. Ma accettò senza discutere il daiquiri. Il cameriere portoricano in giacca bianca glielo porse dal vassoio, dopo aver attraversato il parco di aceri davanti alla villa dei DeWitt, un posto per ricchi che Dan si ostinava a chiamare «il mio giardino». Del resto anche il Ferretti d’altura, una cosina da due milioni di dollari, era soltanto «la sua barca», e lo chef che in occasione dei party noleggiava dal miglior ristorante di Kennebunkport, a cifre proibitive, era semplicemente “Jeff”.

Madre Teresa di Calcutta

«Che te ne pare di questo?», volle sapere Dan, misurando attraverso il vetro appannato il daiquiri che aveva cominciato a sorseggiare. «Particolare, senza dubbio», riconobbe prontamente Charlie. Nonostante il rapporto di familiarità col suo presidente, non scordava mai una buona dose di diplomazia nei giudizi. «Mandarino al posto della limetta, e una goccia di Campari per renderlo più italiano», spiegò soddisfatto Dan DeWitt, assaporando la bevanda con un piacere quasi infantile. Si era fatto portare un secondo bicchiere, che adesso era posato sul tavolino pieghevole, pronto per la replica.
«Notizie di Mr. 36?», domandò dopo un po’ Dan, usando il linguaggio cifrato in voga fra i dirigenti della Metallus (Mr. 36 era un ex della compagnia assicurativa passato al nemico, e la cifra stava a indicare il numero di anni che gli erano stati necessari prima di decidersi a mollarli).
«Che io sappia, non sta affatto ottenendo i risultati che ha millantato».
«Gli obiettivi», ridacchiò soddisfatto Dan, «che ha fatto balenare a quella nana demente di Margareth Cossak, per farsi accettare dall’altra parte».
I due uomini risero all’unisono, perché la nana demente al servizio della concorrenza, addetta al reclutamento dei disertori, era un soggetto fisso delle loro gag.
«Come va con il golf?», buttò là Charlie, giusto per non toccare altri argomenti delicati.
«A volte batto i vecchietti come me, e qui a Kennebunkport ce ne sono parecchi», sospirò Dan, passando al secondo daiquiri. Entrambi socchiusero gli occhi, giacché spirava a folate un venticello fresco dall’Atlantico che portava con sé granelli di sabbia.
«Io penso che dovresti esserne orgoglioso», fece Dan accennando alla moglie di Charlie.
Melanie era in piedi vicino al tavolo apparecchiato nel mezzo del parco. Al suo confronto, Janice, la signora DeWitt che le stava al fianco, nonostante l’abito elegante, più che a una chirurga in pensione somigliava a una casalinga in disarmo.
«Sì», disse Charlie, «lo sono. Ma anche la tua Janice non se la cava affatto male».
«Oh, Janice, certo», commentò Dan riprendendo a sorseggiare il suo daiquiri. Il venticello agitava piacevolmente i vestiti delle due signore, che in quel momento, una cinquantina di metri più in là, stavano sorvegliando la disposizione delle portate sull’ampio tavolo da colazione.
«Voglio sapere di questa», stava dicendo Melanie, indicando un piatto che riteneva indelicato definire semplicemente zuppa di vongole. «Patate, cipolle e frutti di mare, ma non so quali precisamente», spiegò senza calore Janice DeWitt. «Però non dubito che Jeff abbia ordinato le cose in grande. Senti, non trovi che faccia un po’ troppo fresco per restare tutto il tempo qui fuori?».
«Ma no, per me il settembre del Maine va gustato come un bel piatto», azzardò Melanie. E aggiunse giuliva in direzione dei loro uomini: «Guarda quei due come se li godono i loro cocktail».
«A proposito, ne vuoi uno anche tu, di daiquiri?», s’informò cortesemente Janice.
«Ma no, piuttosto sono curiosa di provare i piatti. E quello...?», indicò la portata di astice e maionese dall’aria maestosa che troneggiava al centro, fingendo di non riconoscere il classico Lobster Roll del Maine. Ma Janice non le rispose subito, persa com’era a osservare suo marito e quello di Melanie che ora discutevano animatamente, quasi potesse udire i loro discorsi a una tale distanza. Infine si riscosse e chiese: «Scusa, stavi dicendo qualcosa?».
«Dicevo», riprese Melanie senza far caso alla sua distrazione, «che quella matta della Greenwood l’altro giorno mi ha chiesto di portarla a vedere la casa dei Bush».
«Greenwood?», la osservò con aria interrogativa Janice, prima di comprendere, «vuoi dire la scrittrice?».
«Proprio lei, e se vuoi saperlo credo che beva di brutto, se non peggio. Dovrò scorrazzarla in giro per il Maine, cinque giorni interi a spese della mia casa editrice, pagandole tutti i capricci. Hai mai letto niente di lei?».
«Non mi pare. Be’, forse non ci crederai, ma non ne avrei proprio il tempo. E a proposito, la tua scrittrice sa che la casa dei Bush è solo a tre chilometri da qui?».
«Certo che lo sa, e purtroppo dovremo andarci. Pace eterna all’anima del presidente», azzardò Melanie, cui piaceva di tanto in tanto esibire qualche atteggiamento liberal. «Non ho mai potuto soffrire né lui né sua moglie».
«Il tempo passa per tutti», commentò in modo un po’ incongruo Janice DeWitt.
«Oh, sì, e a proposito», strillò quasi Melanie, ricordandosi di una cosa, «devo chiederti un grosso favore, cioè... pensavo che da esperta forse potresti aiutarmi». E bambineggiando, come faceva di solito col marito, le indicò una macchia scura che di recente le era comparsa sulla guancia. «Non dirmi, non dirmi, ti prego non dirmi che non si può togliere».
«Certo che si può», confermò Janice dopo averla esaminata più da vicino. «Quando vuoi, lo facciamo. Probabilmente basteranno pochi minuti per levarla di mezzo. Però non ti posso garantire che non ricompaia, dopo un po’ di tempo».
«Me lo faresti prima di cominciare il pranzo?», supplicò Melanie, perseverando nel suo atteggiamento infantile.
«Ma certo», e Janice la guidò prontamente in direzione della villa. «Ehi, voi due!», le apostrofò il padrone di casa da lontano, ma entrambe finsero di non averlo udito.
La villa si poteva definire di prima categoria, anche col metro esigente di Kennebunkport, e le due donne impiegarono un po’ di tempo prima di raggiungere una stanza interna.
Una volta là, Melanie si soffermò ad ammirare la collezione di conchiglie che straripava dalle mensole e dalle bocce sparse un po’ dappertutto. «Opera tua», commentò allegramente.
«Un tempo le raccoglievo io, poi gli amici hanno cominciato a portarmene in regalo», spiegò Janice, mentre rovistava in un armadietto. «Danno un senso di armonia, di pace con la natura», commentò Melanie, che tra le altre sue passioni coltivava anche quella ecologista.
«Ecco qua», disse Janice avvicinandosi a lei con un barattolo trasparente. «È aloe vera, e di solito fa miracoli». Fece sedere Melanie su una poltrona e cominciò a passarle la sostanza sulla guancia, massaggiandola leggermente.
«Ha un profumo molto gradevole», commentò Melanie.
Quando ebbe finito di massaggiarla, Janice disse di punto in bianco: «Melanie, so tutto di te e Dan. Ma non ti devi preoccupare, ho già perdonato tutti e due».
Melanie aprì di colpo gli occhi, che aveva socchiuso abbandonandosi in poltrona, e istintivamente si irrigidì. Sembrò sul punto di replicare qualcosa, ma le uscì di bocca soltanto un mormorio inarticolato. «Ho detto che non ti devi preoccupare, e neanche Dan. Sarà il tempo a chiarire ogni cosa. Io, come dicevo, vi ho già perdonato»
«Ti giuro...», cominciò Melanie, che adesso aveva assunto un’aria spaventata. «Non serve giurare», disse Janice, «e non ha più importanza dopotutto, perché sto morendo».
«Che cosa stai... ma scusa...», strillò quasi Melanie Forgeron, adesso realmente spaventata. Si era alzata in piedi davanti alla moglie del presidente, e le tremavano le labbra. «È così», confermò Janice, fermamente, facendole segno di tornare a sedersi e accostando per sé una sedia. «Vedi», riprese, «ormai manca il tempo per le frasi di circostanza. Ho detto che vi perdono, tutti e due, e non c’è bisogno di aggiungere altro».
«Ma chi ti ha detto... e quando hai saputo...?»
Janice rise serenamente, per la prima volta da quando si erano incontrate al party. «Che cosa? Quello che è successo fra te e Dan, o il fatto che sto morendo?». E poiché l’altra non parlava, aggiunse: «Più o meno tutte e due le cose contemporaneamente, circa tre mesi fa. E a proposito, la mia è leucemia bella e buona, fra un po’ dovrò andare in qualche ospedale, e puoi giurare che non tornerò tanto presto. Per questo ho voluto dirtelo e mettermi il cuore in pace».
Seguì un lungo silenzio, durante il quale Janice provò quasi pietà per Melanie, che continuava a guardarsi intorno senza trovare niente di intelligente da dirle. Ebbe l’impressione che non vedesse l’ora di andarsene.
Ma alla fine Melanie parlò. «Tu credi in qualcosa?, domandò con una voce strana, soffocata. Evitava di guardarla negli occhi, ma aspettava davvero una risposta. «Credo di sì», disse Janice.
«Sei cattolica, vero?». «Lo ero, prima di sposare Dan, comunque la mia educazione è stata quella».
«E», chiese Melanie schiarendosi la gola, «questo ti aiuta?». «Credo di sì», rispose Janice scrollando le spalle. «Non ne sono sicura, ma credo di sì. Prego anche molto. Sarà per questo che non ho tanta paura».
«Chi preghi, posso chiedertelo?». «Madre Teresa di Calcutta», rispose semplicemente Janice. «Oh, quella», commentò Melanie stupita, come se avesse detto che credeva al dio Odino o agli spiriti della foresta. «Sì», disse Janice risoluta, «proprio lei». «Teresa di Calcutta», mormorò Melanie tra sé.
Per toglierla d’imbarazzo, Janice la prese sottobraccio e le due donne ritornarono in silenzio ai mariti seduti nel parco.

Srey

Se vi fermate a contemplarlo dal villaggio di Stung Trong, il Mekong è il fiume più silenzioso del mondo. Le sue acque marroni scorrono con una tale lentezza, fuori dalla stagione delle piogge, che potreste contare il numero delle onde mentre vi scorrono davanti, e il richiamo di un uccello sarto potreste riconoscerlo a un chilometro di distanza. Al passaggio di una canoa cambogiana da trasporto, l’increspatura dell’acqua quasi non si nota, tanto è ampio il letto e lontana la sponda opposta, dove si affaccia l’altro villaggio di Kdol Leu. Gli abitanti di Kdol Leu, per un abitante di Stung Trong, vivono in un altro mondo.

Veduta di  Stung Trong (tratta dal libro di Milton Osborne, «The Search for the Source of the Mekong», 1866)

Durante il giorno, mentre spia i pescatori al riparo delle palafitte che reggono la sua casa galleggiante, Tha Poi è un animale del fiume, alla pari degli uccelli e delle bisce. Se ne sta immerso per ore fino alla vita, armato di un bastone, pronto a spingere un pesce verso di sé e poi abile nell’afferrarlo con le mani. Oppure nuota come un cagnolino, di casa in casa, al pelo dell’acqua, attento a evitare i banchi di sporcizia e i rifiuti, finché a volte una vicina impietosita lo chiama per regalargli qualche chicco di riso.
Ma la vera passione di Tha Poi sono le barchette che costruisce col legno depositato dal fiume contro le palafitte; piccoli gusci dove infila uno stecco come albero maestro, e un pezzetto di plastica che rappresenta la vela. Quando è il momento di affidarla alla corrente, lo coglie una fitta di apprensione, nel timore che possa rovesciarsi. Ma se gli riesce di costruirne una ben equilibrata, il suo spirito si solleva come quello di un uccello fluviale, e allora si mette a inseguire la sua creatura lungo la riva passo dopo passo, pieno d’angoscia quando la vede inclinarsi ma trionfante allorché si riprende, e poi si allontana sempre più veloce in direzione dei canneti, prima di perdersi gloriosamente laggiù dove l’orizzonte del Mekong si apre verso dimensioni sconosciute.
Ma da giorni il varo delle sue piccole imbarcazioni ha perso il fascino dei giochi infantili, e si è trasformato in una faccenda seria da adulto. Proprio come fanno i grandi del villaggio, in occasione delle feste, Tha Poi negli ultimi tempi ha deciso di affidare i suoi doni galleggianti al dio del fiume. Fa così perché è in attesa di una risposta. Una grande risposta, la più grande di tutta la sua vita.
L’altro giorno si è rivolto al dio che abita il fiume Mekong chiedendogli un segno. Lo ha pregato con tutta l’intensità dei suoi tredici anni, e con una sensibilità amplificata dalla solitudine. Da quando sua madre Srey ha lasciato questa terra, Tha Poi si aggira tra le palafitte del Mekong come un uccello zoppo, perché non ha più da chi ritornare dopo le sue scorribande. Il padre, addetto alle catene d’attracco sul traghetto del Mekong, esce di casa alla mattina prestissimo e spesso rientra quando è già notte fonda. Le due sorelle, Khom e Srey (quest’ultima ha ricevuto il nome della madre) lavorano come domestiche fisse in case di ricchi possidenti, fuori da Stung Trong. E Somaly, cugina del padre e a sua volta madre di famiglia, da loro riesce a sbrigare in fretta qualche faccenda domestica per non più di un’ora al giorno. Così Tha Poi, che non ha ancora ricevuto l’invito di nessun pescatore a seguirlo sulla sua canoa, è abbandonato a sé stesso e al pensiero della madre.
Senza confessarlo a nessuno, ha ricavato in un angolo di casa un altarino dove si sofferma di tanto in tanto a parlare con lei. È convinto, benché nessuno gli abbia mai accennato di queste cose, che Srey possa sentire le sue preghiere. Sa che era istruita nella fede buddista, ma che non ha mai del tutto abbandonato — come del resto suo padre — la fede antica degli antenati. Per questo ha nascosto vicino all’altarino alcuni doni riservati al dio del fiume, come una noce di cocco o una zucca di tamarindo malabar. Ha collocato là accanto la minuscola statua di un Budda di plastica, che da anni si trovava fra le cose della madre, e anche un rosario vietnamita, risalente al tempo in cui lei aveva frequentato un missionario cristiano proveniente da Kdol Leu. Poi il missionario era ripartito, e aveva lasciato per suo ricordo il rosario fatto di perline. Tutti insieme, questi oggetti per lui sono una cosa unica, una religione da esprimere con parole da lui stesso inventate, con al centro il ricordo della madre. Da questi oggetti preziosi non vorrebbe separarsi per tutto l’oro del mondo, ed è proprio per questo che invece ora ha deciso di farlo. Pur di ricevere, attraverso la sofferenza che gliene deriverà, quel particolare segno.
Dammi un segno, ha mormorato l’altra sera Tha Poi al dio del fiume. Fammi sapere se lei ascolta davvero le mie preghiere e continua a vegliare sui miei sonni.
Così l’indomani ha fabbricato la più bella imbarcazione che mai gli sia riuscito di mettere in acqua, fatta col legno migliore raccolto fra tutte le palafitte di Stung Trong, e corredata di una piccola vela leggera. Poi ha caricato sulla barchetta, facendo attenzione a non lasciar filtrare acqua all’interno, la noce di cocco e la zucca di tamarindo malabar. Quindi l’ha affidata alla corrente, limitandosi a spingerla col dito verso il largo.
Dammi un segno, ha mormorato un’ultima volta, senza sapere lui stesso quale tipo di risposta avrebbe potuto ricevere dal dio del fiume.
L’indomani, appena dopo l’alba, ha corso impaziente fino al punto in cui aveva abbandonato la barchetta, ha esplorato tremante tutti i più remoti recessi fra le palafitte in cerca di quel segno, ma naturalmente non ha trovato nulla. Soltanto qualche verdura galleggiante e altre sporcizie rimaste a cullarsi pigramente nell’acqua, ferme tra i pali e l’erba della riva.
Allora, fedele al suo proposito, ha costruito un’altra barchetta, non bella come la prima, perché questa volta ha trovato soltanto legno marcio e uno straccetto per la vela, e vi ha depositato la statuetta del Budda.
Dammi un segno, le ha chiesto con tutta l’anima, e quasi con disperazione, prima di lasciarla partire per la sua meta ignota. E di nuovo, l’indomani, ha dovuto arrendersi di fronte all’insuccesso.
Poi è toccato al rosario vietnamita, che ha offerto allo sconosciuto dio del missionario di Kdol Leu, sospingendo la barchetta verso la lontana riva di fronte, sperando che riuscisse per miracolo ad attraversare il Mekong.
Ma nel momento decisivo, quando l’ha vista beccheggiare e poi imbarcare acqua, fino a sparire tra le onde, non gli è riuscito di invocare il dio straniero del missionario. Si è rivolto invece direttamente a sua madre, e ha chiesto a Srey Poi di darle lei direttamente quel segno, dal momento che nessun altro essere superiore trovava il tempo per farlo. Nel disegnare con la mente il volto della madre, di colpo ha intuito di averla accanto. E ha compreso che è impossibile rivolgersi a chi non si conosce, perché le vie del cuore possono battere soltanto strade conosciute.
Nei giorni seguenti, anche nel silenzio della casa notturna o nel chiasso dei richiami disparati di Stung Trong, non si è più sentito solo. E quando, dalla piccola branda in cui dorme ha teso le braccia verso l’alto, gli è parso di essere quasi sul punto di toccare le mani di lei.

L’altra notte, nel silenzio, la sveglia che Srey teneva sul letto, all’improvviso e senza ragione, si è messa a suonare da sola. Allora Tha Poi ha sorriso e ha fatto un cenno verso l’alto, come per dire: finalmente!

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16 dicembre 2018

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