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Le restauratrici
della chioccia di Monza

· ​Torna a splendere il ciclo pittorico che ha per protagonista Teodolinda ·

Una coloratissima favola gotica e cortese si snoda, come un nastro di seta, in cinque registri e quarantacinque riquadri sulle pareti della Cappella del Duomo di Monza, dove si trova la Corona Ferrea (IV-V secolo) con cui furono incoronati tutti i re d’Italia. Protagonisti del ciclo pittorico una donna vissuta nel cuore del Medioevo, la regina Teodolinda (570-628), e le vicende dinastiche del suo popolo, i Longobardi. 

L’opera, uno dei più vasti esempi di pittura tardo gotica — unica nel suo genere a essere interamente dedicata a una donna, laica per di più — è stata oggetto di un’intensa campagna di restauri promossa dalla Fondazione Gaiani, intervento appena conclusosi durato ben sei anni. Meno della metà furono necessari alla bottega dei fratelli Zavattari per dipingere la cappella, tra il 1444 e il 1447, utilizzando una tecnica mista: a secco e a fresco, con oro in foglia e pastiglia, stucchi e rilievi. Utilizzando strumenti all’avanguardia come ultrasuoni, nano particelle e raggi laser, un pool tutto al femminile di restauratrici, guidato da Anna Luchini, ha restituito ai visitatori — le prenotazioni sono già settemila — che fino ad aprile hanno la possibilità di salire sui ponteggi per ammirare l’opera vis à vis, il fascino intatto di un racconto per immagini affollato da oltre ottocento personaggi. 

Sguardi di cortigiane e cavalieri, dame e palafrenieri, re ed ecclesiastici. Tutto appare vivo, come hanno scritto gli Zavattari sulle pareti firmando la scena XXXIII: «Osserva tu che passi, come i volti appaiono vivi e quasi respirino». Tra mille volti, lo sguardo cerca quello della protagonista, Teodolinda, bella come una Madonna di Pisanello, il volto ovale e il collo allungato come una donna di Modigliani. La bionda regina, barbara e cattolica, dolce e volitiva. Eccola mentre cavalca, offre una coppa di vino a re Agilulfo, ordina di trasformare gli idoli pagani in oro, affronta per amore del suo popolo viaggi, e ben due matrimoni. 

Le sue vicende, narrate da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum (796) e raffigurate nei vari riquadri, scorrono come un filmato nel flusso continuo e musicale del lungo, ininterrotto corteo di personaggi che costituisce il motivo dominante della cappella. La loro lettura, sulle tre pareti, procede dall’alto verso il basso, e da sinistra verso destra. Dietro le storie di Teodolinda l’opera degli Zavattari intende celebrare la sfarzosa vita di corte del ducato di Milano ai tempi dei Visconti e degli Sforza. I bianchi profili dei cavalli, bardati d’oro e con la coda elegantemente legata secondo la moda dell’epoca, si alternano ai delicati colori (sapientemente ripuliti nel restauro con “impacchi” di acqua sterile e deionizzata) delle vesti dei cortigiani, al rosso damascato e all’azzurro lapislazzulo, al biondo oro delle capigliature, all’arancio, verde e rosa dei copricapi.
Fa da sfondo l’oro puro del cielo, trattato con motivi geometrici e che accentua l’atmosfera di liturgia cortigiana, sacra e profana insieme. Su quella tappezzeria luccicante e in rilievo (su cui ha dovuto insistere il laser), si ritagliano le sagome degli alberi, delle montagne e degli edifici di una città ideale del Quattrocento lombardo. Ancora il laser ha dovuto pazientemente “scavare” per ritrovare nei prati le specie botaniche di un vero e proprio erbario medievale.
Su quel tappeto fiorito rivivono le vicende della regina Teodolinda. E forse, dietro la sua immagine, gli Zavattari hanno voluto suggerire, come in filigrana, l’immagine di un’altra donna, Bianca Maria Sforza che — come Teodolinda e nello stesso territorio lombardo — assicurò un’altra continuità dinastica: quella tra i Visconti e gli Sforza nel ducato di Milano.
Con questa duplice lettura in chiave tutta femminile percorriamo dall’alto verso il basso i tre piani dei ponteggi che ci trasportano, come una macchina del tempo, dalla Baviera, terra nativa di Teodolinda, alla corte longobarda di Verona, dove sposa Autari, a quella di Pavia dove incontra Agilulfo, duca di Torino che per lei (e per la corona) lascia l’arianesimo e si fa battezzare. Per ritrovarci, seguendo uno sfarzoso corteo di caccia, a Monza, sulle sponde del Lambro: qui Teodolinda ha la visione dello Spirito Santo che le indica il luogo dove fondare il duomo.
Nella scena successiva ci troviamo a Roma, davanti a Papa Gregorio Magno che consegna al diacono Giovanni reliquie e oggetti sacri da portare a Monza, in omaggio a Teodolinda.


di Alfredo Tradigo

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24 marzo 2019

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