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Le radici della Brexit

· Quando a Berlino finì il ’900 ·

Quando il Muro crollò la scossa fu avvertita, particolarmente forte, a Londra. Finiva un secolo breve che era anche il secolo del Regno Unito, segnato da due affermazioni di portata epocale e tre sconfitte meno visibili, ma altrettanto pesanti. Non stupisce che Margaret Thatcher non volesse aggiungerne una quarta.

Jeff Overs, «Margaret Thatcher»  (agosto 1993)

Il thatcherismo aveva e ha nell’affermazione dell’autosufficienza britannica uno dei suoi pilastri. Il suo modello di riferimento sono il successo nella Prima Guerra Mondiale e, soprattutto, l’epopea di Winston Churchill, germinata nel momento più buio dell’ora più buia. Ma se questi sono i picchi della gloria il momento della nascita del conservatorismo thatcheriano va cercato nel terribile 1976, quando entra in crisi il modello laburista di welfare e Londra si trova costretta a chiedere al Fondo Monetario Internazionale un ingente prestito per estinguere il debito pubblico. Per chi aveva ben vive le memorie dell’impero più esteso nella storia dell’umanità fu un’umiliazione inaccettabile, parente delle altre due che avevano segnato i decenni precedenti: il fallimento della forzata convertibilità in oro della sterlina nel 1931 e la sciagurata spedizione di Suez del ’56. Due fulgidi successi, tre fallimenti brucianti.

Il thatcherismo, insomma, era anche reazione al tramonto di un’epoca, ben rappresentato dalla recente adesione all’allora Comunità Economica Europea, avvenuta a costo di profonde divisioni interne. Bruxelles, volente o nolente, divenne fin da subito simbolo di una dolorosa rinuncia alla propria sovranità nazionale. E il 9 novembre 1989 la Lady di ferro, cui non faceva certo difetto l’intelligenza politica, capì subito che sarebbe rinata la Germania. Una prospettiva inquietante per chi nel momento più buio dell’ora più buia aveva vent’anni.

A rileggere le raccolte dei documenti del Foreign Office dell’epoca (Document on British Policy Overseas: German Riunification, 1989-1990) si vede chiaramente che la prima paura del premier britannico fu quella di una recrudescenza del nazionalismo teutonico. Ma poi emerge, man mano che la riunificazione tedesca si delinea come un processo inarrestabile, un altro timore. Francesi, italiani, perfino gli Stati Uniti sono a favore della rinascita della Germania unita e Londra, sempre più isolata, vede materializzarsi un altro spettro ancora più inquietante, se possibile. Quello della nascita di un centro forte nel cuore del continente. Peggio: un continente forte e coeso con al suo cuore un centro propulsore. È il disegno di Mitterrand, che in quei tempi dà il via libera alla riunificazione a patto che sia agganciata all’integrazione europea. Per Londra questo vuol dire il fallimento di una politica secolare, basata proprio sull’assunto che il Continente dovesse restare il più possibile diviso al suo interno per essere il più possibile gestibile.

La Germania unita nasce comunque, ma la battaglia d’Europa pare vincerla la Gran Bretagna: ottiene che il processo di integrazione europeo passi prima dall’allargamento a est che non dall’approfondimento delle regole comunitarie. Si tiene fuori dall’euro, dalla costruzione dell’Europa sociale e dalla politica estera e di sicurezza comune. Riesce persino a imporre il suo modello di sviluppo capitalista a discapito dell’economia sociale di mercato del modello renano. I trattati di Nizza e Lisbona sanno più di Adam Smith che non di von Mises, in Iraq Tony Blair corre in aiuto (insieme all’Italia di Silvio Berlusconi) di George W. Bush mentre Jacques Chirac sdegnosamente si rifiuta di partecipare al conflitto e la Germania si mantiene alla larga dalle scelte. Se Thatcher e Reagan sono i genitori del nuovo conservatorismo, Clinton e Blair sono i padri della Terza Via e della NeueMitte di Gerhard Schroeder. Forte di una poderosa capacità di elaborazione culturale, il Regno Unito detta le leggi del dibattito culturale e politico e quindi della politica stessa.

Insomma, il soft power britannico prevale sulla forza del destino. Eppure alla fine soccombe di fronte ad una sorta di saudade per cui un referendum consultivo, convocato più che altro per regolare i conti interni ai Tories, porta i britannici via da tutto: da Lisbona, da Maastricht, persino dai Trattati di Roma. Si apre così un incerto futuro fatto di nuovi timori: l’incertezza economica (le proiezioni degli esperti sull’impatto della Brexit sono tutto meno che rassicuranti), la possibile riapertura del conflitto irlandese; l’esistenza stessa del Regno Unito, se la Scozia decidesse una sua exit preferendo Bruxelles a Westminster. Il 31 ottobre, a Londra, finirà davvero il Secolo Breve, ma forse non come aveva immaginato Margaret Thatcher.

Nessuno può dire se la Gran Bretagna tornerà al futuro o per essa si apriranno le porte di un incubo.

di Nicola Innocenti

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19 novembre 2019

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