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Le pietre rotolanti
di «Western Stars»

· Il nuovo album di Bruce Springsteen ·

The Searchers («Sentieri Selvaggi», 1956), capolavoro indimenticato di quel poeta dello spazio che fu John Ford, si chiude con un’uscita di scena che sa di epico. Il granitico (e inespressivo?) Ethan Edwards-John Wayne ha regolato tutti i conti che teneva aperti: ha inseguito indiani, ha ucciso indiani, ha strappato agli indiani la piccola Debbie, rapita quando era bambina, restituendola così alla sua famiglia. Tutto pronto, dunque, per il più classico dei The End? 

Niente affatto. Quel genio di Ford non poteva accontentarsi di qualcosa di banale. E inventò un finale da brividi. La camera fissa, dall’interno di una casa, una porta che lentamente si richiude. Nel ritaglio dello spazio, Ethan si incammina a piedi, da solo, nel deserto. Mentre lo fa, si tocca un braccio: è ferito? Cosa ci vuole dire Ford con quel gesto inaspettato del suo “eroe”? Che nessuna lotta, come quella che lo ha opposto al capo indiano Scar (letteralmente cicatrice, segno), si consuma senza incidere la carne, come ben sa Giacobbe? L’eroe si congeda dalla famiglia, dalla comunità. L’eroe esce dalla storia, per consegnarsi al mito. Da allora il West è, nella cultura americana, una sorta di serbatoio di immagini, figure, personaggi dal sapore decisamente mitologico.
Non è un caso che Bruce Springsteen, inossidabile grande voce della musica a stelle e strisce, abbia scelto la stessa cornice per il suo diciannovesimo album. Lo diciamo subito: Western Stars è crepuscolare, nostalgico. Springsteen sceglie questo mondo al tramonto, inattuale, prossimo alla dissolvenza, per calare le sue storie minime, scarnificate, ridotte agli elementi essenziali. Siamo lontani anni luce dalle scritture della frontiera che avevano impegnato il cantante americano in The Ghost of Tom Joad (1995). Lì c’erano precisione, sviluppo narrativo, psicologie complete: qui i personaggi sono solo schizzi. Gli ingredienti dell’Ovest, però, ci sono tutti: strade, bar, solitudini, motel, rimpianti. E soprattutto c’è lo spazio. Perché, nella narrazione del West, lo spazio è essenziale, lo spazio diventa esso stesso narrazione. Basta rivedere i film di Ford, dove l’uomo appare minuscolo, quasi irrilevante per capirlo.
Ma come può un musicista “raccontare” lo spazio? Springsteen ci prova, vestendo la sue canzoni di abiti musicali inediti per la sua produzione: violini, orchestre, arrangiamenti che dilatano la trama musicale, la gonfiano, la rendono evocativa. Le dissolvenze e le ripetizioni fanno il resto. Altro cliché del west: il movimento. «La sola cosa da fare era andare», dice il protagonista del più famoso dei romanzi di Jack Kerouac, On The Road. E i personaggi di Western Stars non fanno altro che spostarsi, viaggiare, guidare, vagabondare, andare “alla deriva da una città all’altra”. Sono “pietre rotolanti”, formula fin troppo evocativa per chi frequenta la musica americana.
Western Stars si apre con un uomo che fa l’autostop (Hitch Hikin’), prosegue con uno che vagabonda (The Wayfarer), con un altro che aspetta l’arrivo di un treno (Tucson Train), un altro ancora che guida veloce ma solo per simulazione (Drive Fast — The Stuntman), un altro ancora che è “lontano 2.500 miglia” dal posto dove vorrebbe essere (Sundown) e così via. «Afferrami adesso/ domani me ne sarò andato», canta l’uomo del già citato Hitch Hikin’, il brano che apre l’album. E in quello che lo chiude, Moonlight Motel, il protagonista si arena in un parcheggio.
Ma se nella produzione giovanile di Springsteen, la strada era il luogo della redenzione e il movimento aveva una valenza salvifica, se lungo le corsie balenava la possibilità di afferrare il Paradiso, ora la strada sembra essere stata ingoiata dal rimpianto. Perché c’è un filo rosso che corre attraverso tutte le canzoni di Westerns Stars: la perdita. Uno su tutti: l’uomo di Chasin’ Wild Horses. «Cancellarti dalla mia mente/ è come inseguire cavalli selvaggi», è costretto a riconoscere l’io narrante del brano, pensando alla donna che ha perso.
Come ha scritto Jon Pareles sul New York Times: «L’orizzonte del west segna la fine del confine, dove i personaggi di Springsteen si ritrovano soli con i loro rimpianti». E per Christopher Phillips del sito Backstreets: «Possiamo chiamarlo isolamento o indipendenza, solitudine o autosufficienza, è sempre lo stesso tema quello che attraversa il nuovo lavoro di Springsteen. Uomini senza nome, vagabondi, giocatori d’azzardo, uomini che abbandonano, uomini che vengono abbandonati ... questi sono i personaggi che popolano Western Stars.
Mentre Tunnel of Love (1987) era un ciclo di canzoni centrato sull’amore e sull’impegno, questo è il rovescio della medaglia: una meditazione sulla desolazione, condita dalla «lunga storia d’amore con il deserto» di Springsteen. È un disco solitario».
È nello spazio stretto tra sconfitta e riscatto, tra perdita e desiderio di riprovarci che galleggiano i personaggi cantati da Springsteen in Western Stars. C’è l’uomo di There Goes My Miracle che vede il suo “miracolo” svanire, sfuggirgli dalle mani. C’è l’uomo di Sundown che lavora al confine della contea: quello che lo tiene in vita è la promessa sussurratagli dalla donna amata (e lontana). C’è il protagonista di The Wayfarer che si ritrova con “un cuore di pietra”. C’è l’uomo di Tucson Train che vuole spegnere quella “voce che lo tiene sveglio la notte” e sa che «il lavoro duro pulirà mente e cuore/ il sole caldo brucerà il dolore». E quello di Stones, schiacciato dalle “pietre” delle menzogne. È un uomo stanco di amare solo “città solitarie” e “strade vuote” il protagonista di Hello Sunshine.
Nel brano che dà il titolo all’album, rimpianto, amarezza, nostalgia prendono una piega sarcastica: il protagonista della canzone ha girato una sola scena al fianco di John Wayne (sì, proprio lui) e su questa ha edificato la sua (piccolissima) fortuna: «Una volta sono stato colpito da John Wayne/ era verso la fine/ quell’unica scena mi ha fatto guadagnare mille drink/ versami da bene, amico, e te la racconterò», canta Springsteen. Le stelle del West brillano ancora, ma sono solo fuochi fatui.

di Luca Miele

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24 ottobre 2019

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