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Le pietre di John Ruskin

· ​L'8 febbraio 1819 nasceva a Londra lo scrittore e critico d'arte ·

William Turner, «Venezia, la foce del Canal Grande» (1840)

Ingegno poliedrico segnato da una vena di pazzia. Si specchia in questo profilo, ridotto all’essenziale, la figura dell’inglese John Ruskin, nato a Londra l’8 febbraio di duecento anni fa. Soleva dire Joseph Conrad che quando ci si trova davanti a personalità dai tanti interessi e dalle tante sfaccettature, sarebbe saggio evitare, nel discettarne, di voler ostinatamente essere esaurienti: si corre il rischio, infatti, di risultare comunque approssimativi. Meglio, allora, limitarsi al «nudo osso», strategia questa più idonea a individuare i tratti essenziali del soggetto in questione. Alla fine si è approssimativi lo stesso, ma con maggior gloria. Nel caso di Ruskin — scrittore, pittore, poeta, e critico d’arte, nonché una della personalità di maggior spicco dell’età vittoriana — è bene dunque puntare su quella poliedricità, intesa come sua peculiare cifra stilistica, permeando essa l’intero spettro del suo impegno intellettuale. Quando trattava di architettura, egli faceva riferimento a romanzieri che costruivano le loro opere come cattedrali; quando si soffermava su un dipinto o su una scultura, richiamava i versi di poeti per creare “affinità elettive” tra la levigatezza di un marmo e la soave sonorità di un verso. Ma ciò che maggiormente colpisce nel ripercorre la sua vicenda intellettuale è la capacità di denunciare i mali e le storture della società industriale attraverso l’estetica: tramite l’esame del “bello” vengono forgiati i giusti strumenti per fustigare e condannare il “brutto”, identificato, in sostanza, nel capitalismo, reo, a sua avviso, di portare — con la sua logica materialistica e consumistica — alla degradazione di ciò che è più raffinato e sublime. Nel tessere l’elogio di Ruskin, la scrittrice George Eliot scriveva: «Io lo venero come uno dei grandi maestri di oggi. Certe sue utopie sul piano pratico non portano danno, ma le grandi teorie della verità e della sincerità dell’arte, e la nobiltà e la solennità della nostra vita umana che egli insegna con l’ispirazione di un profeta ebreo, quelle sì che costituiscono una promettente sferzata per le menti dei giovani».

Indubbiamente il suo lascito più significativo investe il mondo dell’arte, da lui studiato e giudicato attraverso saggi incisivi e illuminanti. La sua teoria generale, secondo la quale l’uomo e la sua arte devono essere radicati nella natura e nell’etica, fa di lui uno dei fondatori dell’Arts and Crafts Movement: lungo questa linea si configurò come uno dei precursori dell’Art Nouveau. Fu grazie a Ruskin che il pittore William Turner e il movimento preraffaellita poterono godere di fama internazionale: nel suo Pittori Moderni, che ancora oggi rappresenta un testo fondamentale per i cultori dell’arte, sia il grande paesaggista britannico, tra i precursori dell’Impressionismo, sia i preraffaelliti vengono “pubblicizzati” sulla base di osservazioni e valutazioni che tradiscono un acume e una competenza a dir poco eccellenti.
Altrettanto rilevante fu il suo contributo nel campo dell’architettura: è proprio in questo ambito che cominciò a insinuarsi la diceria che Ruskin fosse «un po’ pazzo» (diceria alimentata anche dalla sua travagliata vita sentimentale). Si sospettavano in lui frammenti di follia perché sosteneva con fiera caparbietà che «il restauro è la peggiore delle distruzioni». Sentenza con la quale intendeva erigere un baluardo in difesa dell’autenticità dell’opera: non c’è restauro — professava — che possa riportare un monumento alla sua pristina natura. E non c’è restauratore, anche se animato da nobili propositi, che intervenendo sull’opera non finisca per lederne l’identità, la dignità e la storia.
Grande amore nutriva Ruskin per l’Italia: e agli stessi italiani insegnò ad apprezzare le sue stupefacenti bellezze. Con Le pietre di Venezia e Mattinate fiorentine seppe creare un vero e proprio vocabolario dell’arte le cui voci corrispondono ai tanti capolavori conservati sul suolo italico. Il critico d’arte studia minuziosamente l’architettura di Venezia, rivalutandone il versante gotico: il suo studio assume anche la veste dell’appassionata ode alla città lagunare, della quale celebra al contempo l’originale bellezza e la fragilità.
Professore di storia dell’arte a Oxford, Ruskin, in Mattinate fiorentine, redige una guida turistica per i connazionali che vogliano recarsi nel Bel Paese per contemplarne i tesori d’arte. Sono tanti i consigli che impartisce: anche quello di dare una lauta mancia al custode di un museo affinché permetta di visitare, senza vincoli e restrizioni, anche i recessi più remoti di un museo. Alla fine della visita — assicura Ruskin — si avrà la certezza che quel denaro in più è stato ben speso.
Tra i suoi ammiratori, poteva vantare Tolstoj e Proust. Con quest’ultimo, tuttavia, ingaggiò una serrata polemica in merito al rapporto fra lettura e conversazione. Per l’inglese, la lettura rappresentava il passaggio obbligato per accedere alle somme vette della conversazione, intesa come espressione di civiltà; per il francese, tra la lettura e la conversazione correva una marcata distinzione che ne faceva due ambiti nettamente distinti. Disquisizioni queste che potrebbero apparire oggi prive di vera sostanza: in realtà risultano essere l’elevato raziocinio di due menti eccelse, insofferenti delle pastoie e delle convenzioni.

di Gabriele Nicolò

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