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Le persone e le pietre

· Etica ed estetica in uno studio sulle chiese di Montini a Milano ·

La convenzione europea del paesaggio sottoscritta a Firenze dal 2000 ha finalmente riconosciuto che non vi è distinzione tra opera dell’uomo e natura, che non si possono tracciare confini netti tra bellezze panoramiche, paesaggi, vedute da un lato e dall’altro società, politica, attività umane, giustizia. Il paesaggio è fatto dunque anche di persone e delle loro opere, viste nell’insieme. Esiste quindi una continuità tra architettura, urbanistica, politica, scienze umane, tradizioni culturali, religione.

La città come grande casa: in estrema sintesi così, secondo il precetto di Leon Battista Alberti di cinquecento anni prima, dal 1955 al 1963 è stata intesa per quasi nove anni Milano da Giovanni Battista Montini quando ne divenne arcivescovo, lasciando la Segreteria di Stato in Vaticano dove come “grande casa” aveva servito il mondo. Quel passaggio di competenze dal generale al particolare non è stato allora vissuto come allontanamento riduttivo, ma come prova e occasione di concretezza.

Il 23 gennaio 1955, due settimane dopo l’ingresso nella diocesi milanese l’arcivescovo Giovanni Battista Montini visita il cantiere per la costruzione della chiesa del Cuore Immacolato di Maria in San Sebastiano (oggi intitolata a San Leonardo Murialdo)

Negli anni della ricostruzione il suo impegno si è concentrato sulle parti povere e marginali della città, le periferie, per dotare i nuovi quartieri in crescita di una chiesa, sapendo che anche la cura dei luoghi dove si vive influenza i pensieri e le opere delle persone che a loro volta si condizionano tra loro. Non si trattava certo di una vanità, di una sfida, di una impresa personale da legare al proprio nome, ma di aderire ad aspettative, di dedicarsi a un lavoro fatto da tutti e con tutti, in prosecuzione del piano avviato dal cardinale Schuster subito prima della guerra. Siamo quindi davanti alla ripresa e alla continuazione di un compito necessario: la cura dell’abitare, del farsi animo, che è poi idealmente la ricerca dell’armonia del giardino originale che è tanto difficile ritrovare nelle città.

Don Massimo Zorzin, nel libro Giovanni Battista Montini: un’idea di chiesa, le sue chiese. Il «Piano» per la costruzione delle «ventidue nuove chiese del Concilio» a Milano (Roma, Edizioni Studium, 2018, pagine 253, euro 24,50) affronta l’impresa di documentare come sia stato allora avvertito e svolto dall’arcivescovo del capoluogo lombardo questo compito, nel delicato periodo di transito che vedeva mutare l’ordinaria e naturale cura (nell’Italia preindustriale) in impresa quasi impossibile, nel transito iperbolico all’era atomica. La crescita della popolazione italiana, in particolare al nord, era in quegli anni molto sensibile, con l’arcinota onda demografica della pace, della ricostruzione, del benessere, negli anni del boom. La pressione migratoria su Milano era negli arrivi dieci volte maggiore rispetto al numero del saldo positivo tra nati e morti. Quindi con problemi di integrazione, sociali e strutturali, incomparabilmente maggiori di quelli odierni. Sommati a povertà atavica, analfabetismo ancora diffuso e ai danni di guerra.

In un periodo come quello attuale, nel quale il saldo migratorio sommato all’andamento demografico in Italia è pari a una crescita zero quando non addirittura a una decrescita, si levano volentieri, ripetutamente e letteralmente grida di “all’arme”. Allora di fronte a problemi maggiori si diceva piuttosto sommessamente e con mitezza, ogni giorno, “all’opera”. E si faceva, con la naturalezza di un sorriso, il necessario possibile: sino a donare la propria croce pettorale e il proprio anello pastorale per disporre delle varie occorrenze (avverrà poi lo stesso per la tiara papale).

Giustizia, pace, tolleranza, equo impiego delle risorse in spirito di fraternità non sono ideali rivoluzionari, ma legittime aspirazioni civili. Attenzioni mirate non solo a rendere sopportabile e migliore il presente, ma a non compromettere il futuro. Dopo avere negli anni di guerra tenuto a battesimo la nascita della Democrazia cristiana, nel 1961 Montini assiste a Milano alla costituzione della prima giunta comunale di centrosinistra.

La democrazia paritaria e sempre più inclusiva è fedele a se stessa, ma presenta non poche difficoltà. La povertà etica e morale è una minaccia grave e nuova, al punto da divenire forse la maggiore offesa alla vita civile. Ma è pur sempre povertà da soccorrere. Generosamente. Con la prevenzione principalmente, con l’ininterrotto impegno per l’educazione. Perché mentre dalle privazioni materiali, alimentari e sanitarie è relativamente facile e naturale sollevarsi, quando e se finalmente si dispone del necessario, non altrettanto può dirsi per le abitudini di pensiero e di azione, che a differenza degli abiti e delle abitazioni si cambiano con minore facilità e disinvoltura. E mentre il parvenu sotto il profilo del censo può fare a volte solo sorridere per eventuale goffa inesperienza presto sanabile, altra forma di miseria può generare sconsolata disperazione quando a mancare sono istruzione, cultura, rispetto, educazione, gentilezza, umiltà, amore del prossimo. Anche la malavita è povertà estrema, perfino e soprattutto quando si organizza e ritiene di essere ricca. Addirittura quando invoca il suo “diritto” a far parte dello stato, quando pretende potere, mentre al contempo lo inquina con i veleni della prepotenza, dell’intimidazione e della corruzione.

Ma bisogna riuscire a prevenire e soccorrere anche questa peggiore carenza urbana, più difficile da sanare e da integrare, e di qui sorge l’impulso a costruire nuove chiese, nuovi centri di aggregazione, nuovo supporto alla possibilità di incontro e di soggiorno armonioso e comune. Dove si possa gratuitamente scoprire di essere parte di un tutto più vasto, nello spazio e nel tempo. Dove si possa riflettere, chiedere, offrire, meditare, ricordare, programmare, assumere impegni, ringraziare, fare festa, cantare.

Da qui sorge la decisione di dotare le nuove parti della città di chiese: non è desiderio di sfarzoso ornamento, né volontà di marcare il territorio. Non è un sigillo di possesso o presenza. Le chiese milanesi di Montini sono semplici doni, opportunità, paragonabili all’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole voluto da Aldo Moro. O alla riorganizzazione degli uffici delle “belle arti” come ministero a sé stante preposto alla tutela della cultura e degli esempi migliori, sempre da lui voluta. Alla casa e alla vita di tutti si offre insomma un soggiorno e uno studio, non solo dotazioni di servizi, stanze, uffici, fabbriche e botteghe.

Questo libro lo si può leggere in vari modi: come un romanzo storico, come le carte e le lettere trovate nel cassetto di una persona cara che non c’è più o come un manuale pratico sull’arte del fare silenziosamente e con discrezione. Ma con massima efficacia. L’unico rincrescimento è che non sia stato trovato e aperto l’altro comparto, quello dei disegni e delle fotografie, immagini che peraltro vengono spesso menzionate acuendone il desiderio: ma questa osservazione può tradursi nell’auspicio che una riedizione illustrata possa in futuro uscire, magari tratta dalle precedenti pubblicazioni. Si mostrerebbe con immediatezza ancora maggiore, allora, anche quali siano state l’austerità e l’essenzialità di cui la cura del necessario è capace, o quanto meno è stata capace. Non pare esagerato dire già ora che, immaginando o ricordando quelle chiese non tutte poi consacrate, questo libro traccia o ricalca un sentiero, un percorso di riforma cattolica.

La prefazione del cardinale Giovanni Battista Re scioglie subito un dubbio: come è stato possibile impostare in anticipo un riferimento al concilio? Con l’idea delle 22 nuove chiese parrocchiali, in numero pari ai concili della Chiesa cattolica? Come poteva essersi così prematuramente orientato il comitato per «i novi templi» di Milano? La risposta viene fornita e indicata nel fatto che le chiese desiderate erano molto più numerose, oltre un centinaio, ma al momento dell’indizione del Vaticano II da parte di Giovanni XXIII intervenne la scelta di limitare quel desiderio a un numero evocativo dei concili.

Certo, anche così non sono mancate difficoltà e ostacoli. E resta, tra gli altri aspetti affrontati, da chiarire quale sia stata la motivazione nella scelta del nome di ognuna, che in più della metà di esse, 12 su 22, è cambiato. Comunque le chiese delle quali è stata dotata l’area di Milano, nei suoi dintorni e nelle sue periferie, sono state in tutto 18 nella città e 4 nel territorio dei comuni contermini. Questi interrogativi si trovano dettagliatamente esposti e circostanziati, con completi riferimenti bibliografici che lasciano tuttavia aperto il motivo della dedicazione variata.

Ma in definitiva, questo studio è soprattutto una dimostrazione eloquente dell’umiltà indispensabile all’assolvimento di ogni opera di continuità: prova come possa essere intessuta collegialmente una vita in ogni suo istante, tenendola saldamente unita al tempo precedente e successivo, annullando e superando il dilemma della esasperata alternativa tra conservazione e cambiamento, fra tradizione e progresso, fra immobilismo e riforma, fra rendita e lavoro. Tutti aspetti fusi insieme nella continuità: dall’eredità di san Carlo Borromeo, nel passato remoto, questa ininterrotta corrente dell’attività pastorale è stata raccolta, arginata, indirizzata e preparata, andando ben oltre se stesso, dall’arcivescovo Montini.

di Francesco Scoppola

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27 maggio 2019

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