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Le parole sono come zaffiri

· Pubblicato il nuovo vocabolario Treccani ·

«Le parole / sono di tutti e invano / si celano nei dizionari» scriveva Eugenio Montale. Alla verità di questi versi se ne può aggiungere un’altra: per essere davvero di tutti le parole cercano l’accoglienza di un dizionario. È quanto suggerisce il vocabolario Treccani 2018 l’ultima, preziosa impresa uscita dall’officina lessicografica della Treccani che si compone di tre volumi, autonomi ma legati da un rapporto di reciproca necessità.

Come osservano in una premessa di rara incisività e brillantezza i direttori scientifici Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, una vita spesa con entusiasmo e dedizione a fare dell’italiano l’italiano di tutti, pubblicare un nuovo vocabolario cartaceo nell’era del digitale può apparire una sfida. E sfida è stata, ma certamente vincente perché Il Nuovo Treccani è un vocabolario innovativo nella sostanza e nella forma: sfoltimento delle voci con cancellazione di regionalismi e di parole mai davvero entrate nell’uso; attenzione concentrata su quello che viene definito il «vocabolario fondamentale» (circa 2000 parole) e sulle parole di «alto uso»; cura delle voci grammaticali destinate a risolvere i possibili dubbi del lettore; corretta pronuncia delle parole; etimologia; spiegazioni accessibili di tecnicismi e di parole scientifiche; registrazione di espressioni e modi di dire; citazioni tratte dal nostro patrimonio poetico e letterario; autonomia di ogni definizione, vale a dire tutte le parole utilizzate vengono spiegate senza che il lettore sia costretto a inseguirne il significato. Alla proverbiale qualità della tradizione Treccani si aggiungono dunque chiarezza, semplicità, facilità di consultazione, principi ispiratori che, rigorosamente mantenuti, fanno di questo «un vero vocabolario dell’uso» destinato a entrare nelle case «delle famiglie italiane come un oggetto bello e indispensabile».

A corredo il volume Neologismi che raccoglie 3505 parole nuove registrate dallo spoglio dei giornali nel decennio 2008-2018. Come sottolineano i curatori è la stampa quotidiana nella sua più ampia articolazione (giornali a diffusione nazionale e regionale, di diverse tendenze politiche e sociali) la fonte prescelta «per la sua funzione di testo scritto e di modello linguistico ancora oggi autorevole e documentabile» e dove i giornalisti svolgono un’importante funzione di filtro e di mediazione delle parole di nuovo conio.

Se un vocabolario è uno scrigno della memoria — parole antiche che hanno mantenuto la giovinezza, parole che nel tempo hanno perso smalto ma ostinate continuano a esistere, parole recenti che hanno conquistato il loro spazio nel lessico — un volume dedicato ai neologismi è una raccolta di istantanee, di parole colte al volo sulle labbra delle persone, quasi una scommessa sul futuro. Parole nate dal progresso tecnico, scientifico, informatico, dal contatto con altre lingue o dalla fantasia di commentatori, opinionisti, politici, personaggi della cultura e dello spettacolo sull’onda di eventi o di protagonisti che colpiscono l’immaginazione collettiva. Di queste nuove coniazioni qualcuna entrerà stabilmente nell’uso contribuendo a incrementare il nostro patrimonio lessicale, altre «effimere e occasionali» voleranno presto dal nido e in breve se ne perderà la memoria. Tutte — ironiche, polemiche, stravaganti, scherzose che siano — resteranno a testimonianza della capacità di vita della nostra lingua.

Se con il volume dedicato ai neologismi si entra nello spazio dell’invenzione e della creatività, con il terzo inizia uno straordinario viaggio di conoscenza. A dare il titolo all’opera è la parola latina Thesaurus che, come spiega Giuseppe Patota nella premessa, «si deve al genio di un italiano», quel Brunetto Latini autore del più importante trattato enciclopedico dell’Europa medievale la cui memoria molto deve alle parole ammirate e affettuose di Dante. Utilizzato dai dotti del Rinascimento per titolare enciclopedie e vocabolari, dalla metà dell’Ottocento questo termine, che rimanda a un’esuberante ricchezza, passò a indicare un particolare tipo di dizionario, detto oggi analogico, dove l’attenzione si sposta dalla definizione alle relazioni che una parola intrattiene con altre.

Le parole sono come zaffiri, diceva Emily Dickinson, e davvero splendono queste 1000 voci selezionate secondo il criterio della frequenza d’uso e della maggiore memoria storico-culturale. Voci che sono il cuore di queste mappe da cui partono strade, sentieri, rotte di navigazione e dove, in un sistema affascinante di collegamenti e contatti, il lettore può andare alla scoperta di oltre 24mila vocaboli.

Di «amichevolezza» dello stile ha parlato Luca Serianni, storico della lingua italiana, sintetizzando con questa felice espressione il carattere di un’opera che è molto più di uno strumento di consultazione: un lungo, affascinante, conversevole racconto. L’idea di vocabolario spesso si porta dietro il ricordo di un’aula: i banchi, i colori del mondo alle pareti, la lavagna, i fogli protocollo e accanto un tomo pesante a cui chiedere conforto cercando un significato, un sinonimo, una traduzione. Come allora dovremmo abituarci a considerarlo un amico destinato a restarci accanto sempre, oltre il tempo della scuola, nel tempo della vita. Perché un vocabolario custodisce il passato ma accoglie anche tanto futuro. Perché a sfogliarlo regala parole per comunicare pensieri e sentimenti, per incontrarsi e riconoscersi, per dialogare con gli altri e con sé stessi. Perché è sempre pronto a offrirci ciò che non sappiamo, ma anche a svelarci qualcosa in più sulle parole che conosciamo o che crediamo di conoscere. Perché un vocabolario, come scriveva Anatole France, «è il libro per eccellenza; tutti gli altri vi sono già dentro». Un oggetto magico che contiene e racconta il mondo.

di Francesca Romana de’ Angelis

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16 ottobre 2019

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