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Le parole della sentinella

· Il «Libro della lamentazione» di Gregorio di Narek ·

La proclamazione di Gregorio di Narek (Grigor Narekatsi) a dottore della Chiesa universale da parte del Pontefice, il 12 aprile 2015 durante la messa per i fedeli di rito armeno celebrata nella basilica vaticana, è stata l’omaggio più significativo della Chiesa alla memoria delle vittime del Grande Male (Metz Yeghern) subito dal popolo armeno nel 1915. Omaggio significativo in quanto diventa l’emblema di un’intuizione profonda che pone il santo di Narek al centro dell’universo spirituale armeno, come la “costituzione spirituale” del popolo, secondo la felice espressione dello stesso Papa durante la sua visita in Armenia. 

Marina Mavian «San Gregorio di Narek»  (2012)

Nella storia della cultura cristiana armena il periodo di straordinario splendore costituito dall’epoca del regno dei Bagratidi (Bagratuni) a settentrione, con la leggendaria capitale Ani, e del regno degli Artzruni nel sud, intorno al lago di Van, viene troncato dall’occupazione bizantina dell’Armenia meridionale, nel 1021, e di Ani nel 1045. Se la città di Ani e l’irripetibile gioiello della chiesa di Aghthamar, sul lago di Van, sono i simboli plastici più eloquenti di tale splendore, la creazione poetica del veggente di Narek (945-1005 circa) ne è il contraltare letterario, un monumento dagli slanci di pensiero vertiginosi e dalle effusioni di indicibili esperienze e intuizioni mistiche.
Dopo i Salmi, infatti, il Libro della lamentazione (Matean Oghbergutean), capolavoro del santo di Narek, fu il libro più letto dagli armeni. In questo testo diviso in 95 capitoli (denominati dall’autore “parole”) e nel ritmo travolgente dei suoi versi i lettori percepivano, nonostante la difficoltà a penetrarne i significati, qualcosa di sublime, un riflesso del proprio essere, un potere taumaturgico contro ogni male.
Gregorio di Narek è anzitutto un mistico: erudito dal sapere vasto, poeta e teologo, tra i più originali della tradizione cristiana. Nell’esperienza del santo armeno Cristo si manifesta all’anima soprattutto nella sua funzione di Lògos redentore che la salva dal naufragio esistenziale, espresso attraverso il naufragio della parola umana. Si tratta di una mistica che ha remote ascendenze in alcuni autori dell’era patristica, come Evagrio Pontico e lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita.
L’interesse particolare degli armeni per il fenomeno del linguaggio teologico sul piano storico può essere ricollegato al fatto che in seno alla Chiesa armena si sviluppò fra il V e il IX secolo, più che in altre parti della cristianità, un vivace confronto fra le posizioni cristologiche segnate dalla tradizione alessandrina e quelle, piuttosto minoritarie, d’ispirazione antiochena.
A differenza del mondo bizantino e di altre cristianità della periferia dell’impero, i teologi armeni di maggior spicco si misero alla ricerca di soluzioni conciliatorie e di formule più sfumate. All’origine di questa ricerca intellettuale stava probabilmente, oltre a fattori di carattere storico e sociale, la consapevolezza quasi istintiva — elaborata poi egregiamente in chiave teorica sul piano della salvezza cristiana — dell’essere sostanzialmente un popolo e una cultura di confine, di frontiera.
In questo percorso di ricerca dei teologi armeni ispirato a una particolare coscienza del linguaggio, una prima figura emblematica è rappresentata da Yovhan Odznetsi (650-728 circa, catholicòs dal 717) nel suo tentativo di arrivare a una formula che potesse soddisfare le varie tendenze cristologiche nei limiti dell’ortodossia. Un altro momento di rilievo può essere individuato anche nella visione dell’anapakanut‘iwn (in greco aphtharsìa, incorruttibilità) dell’umanità di Cristo.
Ma il vertice assoluto si raggiunge nell’opera di Gregorio di Narek. Questi va ben oltre la pura elucubrazione di una teologia del linguaggio, giungendo a una superiore visione che include quanto l’esperienza e l’intelletto umani da una parte e il lume della parola di Dio dall’altra possono offrire all’espressione dell’uomo. Su questa scia dell’esplorazione dei misteri e delle potenzialità del linguaggio, per quanto riguarda la cristologia Gregorio di Narek si presenta quale sublime rappresentante della veneranda tradizione alessandrina, restando in sintonia sostanziale con la fede calcedonese, secondo la posizione della Chiesa armena a partire dal vi secolo. Questa base professata nella differenziazione dei linguaggi teologici ha reso possibili in epoche recenti le dichiarazioni comuni di fede fra la Chiesa di Roma e quelle ortodosse precalcedonesi.
Il confronto di Gregorio con il problema del linguaggio s’intravede già a partire dal titolo del Libro e si manifesta continuamente nella sua composizione e strutturazione. Le “parole” (cioè i capitoli) si susseguono in apparenza senza ordine, senza un nesso discorsivo intorno cui articolarsi e organizzarsi, nonostante i tanti e sinora poco fruttuosi tentativi di rintracciarvi un progresso logico. Ma una lettura più attenta e profonda rileva una particolare “economia” del Matean, che si dispiega sul piano della scrittura attraverso una continua rete di richiami, rimandi, autoriferimenti, ripetizioni, litanie, assonanze e rime interne, che esprimono in fondo una logica. E questa è quella propria, originale, irripetibile della parola del “vegliante”, come Gregorio si definisce immancabilmente all’inizio di ogni “parola” (di questo testo una traduzione parziale italiana annotata si trova in La spiritualità armena. Il libro della lamentazione di Gregorio di Narek , Roma, Studium, 1999).
È la logica di una parola che si sviluppa e si orchestra intorno a determinati temi. Anzi si amplifica e tracima in una dimensione temporale inafferrabile in cui le immagini si rincorrono senza fissarsi in una spazialità narrativa e in una storia, sia pure intima, poiché prevale ovunque e in ogni momento la radicale inconsistenza dell’esistenza. L’intreccio del discorso si evolve tutto in una dimensione temporale sfuggente piuttosto che nella costruzione di una spazialità continua. Nella trama tutto è in evoluzione, nella parola come nella vita; la precarietà e l’inconsistenza dell’esistenza più che un leitmotiv, è per Gregorio l’atmosfera stessa in cui respira, la visuale di fondo che tinge l’intero suo orizzonte.
Di questa travolgente trama che è la tragodìa dell’esistenza umana, trasformata in epopea divina, possiamo riassumere schematicamente i tratti più distintivi. Innanzi tutto, la coscienza della nefandezza del peccato. Poi, il senso della trascendenza di Dio. Quindi il sentimento del limite e, dunque, della precarietà dell’essere. Da qui la percezione della radicale limitatezza, anzi dell’incapacità della parola umana di esprimersi. A questa percezione della vacuità e dell’impotenza della parola umana fanno fronte la pienezza e l’onnipotenza redentrice della parola divina e della sua grazia misericordiosa. In una “mistica dell’abisso”, il cui perno è l’incapacità del dire nella dialettica di salvezza tra la parola umana e quella divina.

di Boghos Levon Zekiyan, Arcivescovo di Istanbul

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