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La nostra terra
non è in vendita

· Il fenomeno del land grabbing nei paesi poveri e mal governati ·

«Oltre all’acqua anche l’utilizzo dei terreni rimane un serio problema. Preoccupa sempre più l’accaparramento delle terre coltivabili da parte di imprese transnazionali e di Stati che non solo priva gli agricoltori di un bene essenziale, ma intacca direttamente la sovranità dei paesi. Sono molte ormai le regioni in cui gli alimenti prodotti vanno verso l’estero e la popolazione locale si impoverisce doppiamente perché non ha né alimenti, né terra. E che dire poi delle donne che in molte zone non possono possedere i terreni che lavorano, con una disparità di diritti che impedisce la serenità della vita familiare perché si rischia da un momento all’altro di perdere il campo? Eppure sappiamo che nel mondo la produzione mondiale di alimenti è in massima parte opera di aziende familiari».

John Spooner, «Land grab»

Con queste sintetiche e precise parole Papa Francesco aveva stigmatizzato, di fronte ai delegati della Fao, nel giugno del 2015, il fenomeno del land grabbing — o «accaparramento della terra» — che ha assunto in questi ultimi anni proporzioni enormi e inquietanti, interessando specialmente paesi o territori particolarmente vulnerabili: perché poveri o mal governati, perché fragili o fortemente corrotti.

Il fenomeno consiste nell’acquisizione di vastissime estensioni di terra — generalmente attraverso contratti di leasing di una durata che varia dai 30 ai 99 anni — da parte di governi, multinazionali, compagnie pubbliche e private (locali o straniere) e fondi di investimento, alla ricerca non solo di terra, ma anche di acqua, fonti energetiche, forestali, minerarie, pascoli oltre che di climi più favorevoli e manodopera a basso costo.

Gli investitori sono quasi tutti privati nel caso del Nord America (Stati Uniti e Canada) e dell’Europa occidentale (soprattutto Regno Unito), mentre per quanto riguarda i paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar), Cina e Corea del Sud il settore pubblico gioca un ruolo preminente. Tra i principali investitori ci sono anche paesi come Malaysia, Singapore e Brasile.

Il boom degli investimenti è avvenuto attorno al 2008/2009 in concomitanza con la crisi economico-finanziaria e l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari. Secondo Land Matrix 2016 — database che monitora il fenomeno dell’accaparramento della terra — dal 2000 a oggi, nel mondo, sono stati conclusi 1204 accordi per un totale di 42,2 milioni di ettari. La grande maggioranza riguarda il settore agricolo, con 1004 contratti per 26,7 milioni di ettari, ovvero circa il due per cento della terra arabile mondiale.

L’Africa è il continente maggiormente interessato con 422 accordi (il 42 per cento), per un totale di circa 10 milioni di ettari (37 per cento) soprattutto nelle regioni orientali e lungo i fiumi. I paesi più coinvolti in termini di numero di accordi sono l’Etiopia e il Madagascar, seguiti da Sudan, Tanzania, Mali e Mozambico. Ma in termini di estensione delle terre “acquisite” troviamo ai primi posti — oltre all’Etiopia — paesi come il Ghana o lo Zambia e, addirittura, il Sud Sudan, uno dei paesi più poveri e devastati al mondo dove, ancora prima dell’indipendenza del 2011, sono state cedute in maniera particolarmente opaca enormi estensioni di terra. I terreni vengono espropriati e utilizzati essenzialmente per prodotti da esportazione — olio di palma, biocarburanti, canna da zucchero, soia, eccetera — ma anche per la coltivazione di generi di prima necessità come i cereali, che contribuiscono a garantire la sicurezza alimentare delle popolazioni dei paesi investitori a scapito di quelle locali. Che si ritrovano così a essere doppiamente vittime: cacciate delle proprie terre — a volte con l’inganno o addirittura con la forza — senza cibo e senza risorse. Con ripercussioni diverse e complesse non solo di tipo economico-finanziario, ma anche ambientali, sociali, culturali, politiche e persino religiose.

Tornano qui in mente le parole della Laudato si’: «La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso» (Laudato si’ 52). Papa Francesco non cita esplicitamente la questione del land grabbing, ma in molti passaggi di questo prezioso documento sembra far riferimento proprio a questo fenomeno. Specialmente quando aggiunge: «La terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati». (Laudato si’ 93).

Non è propriamente quello che sta avvenendo in molte parti dell’Asia e dell’America latina e soprattutto in Africa. «L’enciclica di Papa Francesco sottolinea la necessità di un dialogo su come stiamo plasmando il futuro del nostro pianeta e su che tipo di mondo vogliamo lasciare a coloro che verranno dopo di noi». Così si è espresso il segretario esecutivo di Caritas Ghana, Samuel Zan Akologo, in occasione di una conferenza che si è tenuta il 23 e il 24 agosto 2016 ad Accra. Si tratta del primo importante appuntamento che una Chiesa africana dedica al problema del land grabbing, a partire da una ricerca svolta sul campo. Secondo Akologo, «la Chiesa ha un ruolo fondamentale da giocare. La Laudato si’ rappresenta un quadro di riferimento per una risposta collettiva e collaborativa tra Chiesa, stato, società civile e persone giuridiche al fine di costruire un più ampio consenso nell’affrontare il problema».

La conferenza episcopale del Ghana è tra quelle maggiormente impegnate e attive nel cercare di proteggere e ripristinare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, tutelare l’ambiente e salvaguardare le comunità da inutili lotte e conflitti conseguenti al land grabbing.

L’impresa è tutt’altro che facile o scontata. Investitori e governi, del resto, si presentano come portatori di un’opportunità di sviluppo, creazione di posti di lavoro e modernizzazione dell’agricoltura. In pratica, però, la cessione di vaste estensioni di terra comporta spesso gravi violazioni dei diritti delle popolazioni coinvolte, offre opportunità lavorative modeste o non adeguatamente pagate e tutelate e spesso provoca la perdita dell’autosufficienza alimentare delle comunità stesse. Senza parlare dei gravi danni ambientali dovuti in particolare alla deforestazione e allo sfruttamento intensivo del terreno. O delle terribili carestie a cui il fenomeno del land grabbing avrebbe contribuito in diversi paesi. Un caso emblematico è l’Etiopia, dove milioni di persone continuano a soffrire la fame e dove sono scoppiate violente rivolte per protestare contro l’ulteriore impoverimento delle popolazioni rurali, provocato anche dalla cessione della terra.

E così i piccoli contadini sono quelli che pagano il prezzo più alto: «Produciamo ciò che non mangiamo; e mangiamo ciò che non produciamo», protestano. Eppure sono proprio loro — in Africa come altrove — a nutrire gran parte della popolazione del pianeta. Ma questi produttori sono minacciati un po’ ovunque. In particolare, per quanto riguarda l’Africa, le piccole proprietà agricole rappresentano circa il 90 per cento di tutte le fattorie, ma possiedono solo il 15 per cento della terra coltivabile. I sistemi di proprietà tradizionale della terra basati su diritti consuetudinari sono stati gravemente erosi o smantellati, a partire dal periodo coloniale. In molti paesi, la proprietà della terra è stata acquisita dallo stato o è stata assegnata a capi locali o ad aziende per piantagioni. Questo ha avuto pesanti ripercussioni sulla classificazione dei terreni e sul loro uso.

Secondo l’organizzazione internazionale Grain, «dove la terra si presuppone che appartenga allo stato — e non è contabilizzata come coltivata o utilizzata dagli agricoltori locali — questo fornisce una base per l’accaparramento delle terre da parte di grandi farmer o aziende, con la spiegazione che essi svilupperanno terreni inutilizzati. Stando però al diritto consuetudinario, queste terre appartengono alle comunità locali e sono spesso attivamente utilizzate. I piccoli agricoltori in Africa probabilmente utilizzano molto di più del 15 per cento dei terreni agricoli, ma l’accesso delle comunità a queste terre non solo non è garantito, ma può essere perso in qualsiasi momento».

Altra questione legata a doppio filo con il fenomeno del land grabbing riguarda le donne. In Africa, rappresentano circa i tre quarti della manodopera agricola ma, in base al diritto consuetudinario, non possono possedere o ereditare i terreni né decidere della loro destinazione. E se complessivamente le comunità non sono adeguatamente informate né partecipano significativamente alle decisioni riguardanti le loro terre, a maggior ragione ne vengono escluse le donne. Spesso sperimentano, insieme alle loro famiglie, la necessità e il dramma di dover abbandonare i luoghi di origine, con gravi conseguenze non solo sul piano economico, ma anche identitario. La terra, infatti, non è soltanto luogo di produzione, ma è innanzitutto “terra-madre”, perché dà la vita e definisce l’appartenenza di una persona a quella comunità, nonché fonda il senso di continuità tra coloro che sono già stati (gli antenati) e i più giovani che rappresentano il futuro. Emblematico il caso recente della Sierra Leone, dove sono scoppiati dei conflitti per il fatto che un villaggio non aveva più nemmeno la terra per seppellire i morti e aveva cercato di usare quella dei vicini.

Tutte queste questioni legate al land grabbing interpellano anche le comunità cristiane, che spesso però si mostrano impreparate a comprendere e ad affrontare adeguatamente questo fenomeno complesso. L’iniziativa della Chiesa ghanese è una delle poche che ha dato concretamente seguito alle raccomandazioni emerse dal Continental Conference on Land Grabbing che si è tenuto a Limuru, in Kenya, nel novembre del 2015. Promosso dall’Africa-Europe Faith and Justice Network (Aefjn), dal simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam/Sceam) e dal Cidse (la Rete internazionale delle organizzazioni cattoliche allo sviluppo), questo grande evento continentale ha permesso per la prima volta di radunare oltre 160 partecipanti da 25 paesi circa anche di Europa e America.

«Riconosciamo — si legge nel documento della Conferenza — che l’accaparramento di terra — così come i problemi strutturali a esso legati — e il tema della giusta governance ci impegnano a camminare insieme, dalla base sino ai livelli globali». L’Africa, ribadisce il documento, è il principale obiettivo del land grabbing a livello mondiale. «La nostra più grande preoccupazione — si legge — gravita attorno al flagello che questo accaparramento di terra comporta e al suo impatto in termini di sovranità alimentare e di sovranità degli stati africani. Multinazionali straniere sono tra le principali responsabili di questa vergognosa acquisizione massiccia di terreni coltivabili che strappano l’Africa e le sue generazioni future dei propri mezzi di sussistenza e dalla propria identità. Siamo anche consapevoli che a livello locale, governi e istituzioni finanziarie giocano un ruolo importante in questo fenomeno».

Nel testo, si punta il dito anche contro alcune istituzioni internazionali come il g8, la Banca mondiale e il Fondo monetario, così come l’Organizzazione internazionale del commercio o il Forum economico mondiale, che giocherebbero, direttamente o indirettamente, un ruolo importante nel facilitare massicce acquisizioni di terre.

Da parte sua, il simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar ha proposto un proprio documento dal titolo molto significativo — Our Land is Sacred, Our Land is our Life, Our Land is Not for Sale (“La nostra terra è sacra, la nostra terra è la nostra vita, la nostra terra non è in vendita”) — e dal contenuto inequivocabile: il land grabbing viene definito un vero e proprio «cancro»: «Esso è parte di un sistema economico globale ingiusto che ci ha gravemente impoveriti, provocando migrazione forzate, conflitti fra comunità e diseguaglianza estrema».

Ora dalle parole occorre passare ai fatti.

di Anna Pozzi

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