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Le monete di Dio

· Una rilettura dei numerosi passi evangelici dove con concretezza si parla di soldi ·

Nei due denari anticipati dal samaritano Ireneo vide l’immagine del Figlio e del Padre

Anticipiamo il testo della conferenza che il prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana tiene a Buja (Udine) sabato 3 settembre in occasione della mostra su «Le monete di Dio. Esposizione ragionata delle monete originali citate nei Vangeli» (fino al 30 novembre 2011) organizzata dal Comune in collaborazione con l’arcidiocesi di Udine e con la Vaticana. Corredata da un catalogo a cura di Giancarlo Alteri, l’esposizione che si tiene al Museo d’arte della medaglia e della città di Buja è la prima e la più completa in materia mai organizzata.

Sono rimasto attratto dall’offerta della vedova del Vangelo. Non solo perché quella donna si merita il bellissimo elogio di Gesù: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» ( Marco , 12, 43-44); ma anche perché in quel brano figura il leptòn , la piccola moneta sconosciuta al sistema monetario romano ma comunemente usata dalla popolazione in Palestina per i bisogni giornalieri. I ricchi gettavano molte monete ma, racconta l’evangelista, «venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo» ( Marco , 12, 42). Quelle tradotte con «monetine» sono appunto i leptà (in ebraico prutòt ), mentre quello che è chiamato soldo è il kodràntes , cioè il quadrante, che valeva un quarto di asse.

Rimaniamo ancora un poco con il leptòn e con le monete più piccole. Nei vangeli la parola leptòn ricorre due volte nel racconto della vedova perché ne parlano sia Marco (12, 41-44), da cui ho tratto la citazione precedente, sia Luca (21, 1-4), che sintetizza leggermente la narrazione; una terza volta nel vangelo secondo Luca, quando Gesù invita a trovare un accordo con l’avversario mentre si è in strada per andare davanti al magistrato, «per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione». La finale è molto severa: «Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo» (12, 58-59), appunto il leptòn . Lo stesso insegnamento è riportato anche da Matteo, nel discorso della montagna e, leggendo la traduzione, non ci accorgiamo di alcuna variante, perché la frase è identica: «In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!» (5, 26). Ma, se controlliamo, qui non è più nominato il leptòn ma il kodràntes , che ne vale il doppio, ma è di fatto la più piccola moneta romana. Il significato e la forza dell’affermazione rimangono ovviamente gli stessi.

Un ultimo testo, riportato in parallelo da Matteo e da Luca, ci fa concludere la carrellata sull’ultimo tipo di monete di bronzo citate nei Vangeli, cioè gli assi. Il brano evangelico che fa riferimento a queste monete è quello, molto simpatico, riguardante i passeri del cielo e i capelli del capo. Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo infatti: «Nemmeno uno di essi [dei passeri] cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» ( Matteo , 10, 29-30). E sì che si era domandato un momento prima che cosa valgono mai due passeri? «Non si vendono forse per un soldo?» (10, 29). Il soldo della traduzione è qui un assyrion , cioè l’asse, che vale quattro quadranti o otto leptà . Curiosamente nella recensione di Luca Gesù parla di cinque passeri invece che di due. Il loro valore diventa allora di due assi (12, 6): un piccolo sconto sulla quantità, diremmo! Precisamente uno sconto di due quadranti o di quattro leptà , il doppio di quanto era riuscita a donare la vedova povera osservata con tanto affetto da Gesù al tempio.

Se ci soffermiamo ancora un poco sulla vedova e sull’insieme di questo primo gruppo di testi evangelici, ne dobbiamo dedurre che per Gesù sono importanti anche queste cifre piccole, tipiche della gente comune, anzi dei più poveri. Che però non sono avari: la vedova, leggevamo, dà tutto quello che ha. Il testo del Vangelo usa a questo proposito il termine bìos , una parola quanto mai nota, nei suoi composti, anche nelle lingue moderne — biologico, biodegradabile, biografia e così via — e che significa anzitutto e soprattutto «vita». Vuol dire tuttavia anche «sostanze, mezzi di sostentamento», e in questo senso abbiamo trovato tradotto che la vedova ha dato «tutto quanto aveva per vivere». Il doppio significato del termine suggerisce quindi un simbolismo molto più profondo: la vedova ha dato tutta la sua stessa vita!

L’opposto succede invece quando ci si accosta alle monete con atteggiamento esoso. Allora non si fa sconto neppure su un leptòn e non se ne fa certo dono: bisogna risarcire sino all’ultimo spicciolo. Ma per capire questi atteggiamenti dobbiamo passare alle monete di maggior valore, che finora non abbiamo ancora considerato.

Di maggior valore sono ovviamente le monete d’argento e d’oro, ma di fatto il Vangelo non ricorda esplicitamente monete d’oro.

Tuttavia possiamo coglierne un cenno nelle istruzioni che Gesù dà ai Dodici mandandoli in missione, là dove enumera in sequenza i tre metalli con cui venivano coniate le monete: oro, argento e bronzo: «Non procuratevi oro ( chrysòn ) né argento ( àrgyron ) né bronzo ( chalkòn ) nelle vostre cinture» ( Matteo , 10, 9). Il significato più ovvio è quello di pensare alle monete dei rispettivi metalli. Per l’oro si trattava probabilmente degli aurei romani.

Per le monete d’argento invece i riferimenti sono numerosi e, come già accennavo, vi troviamo anche gli atteggiamenti esosi, come quello del servo spietato della parabola (18, 23-35). A lui erano stati condonati diecimila talenti ( myria tàlanta ). Il talento, come la mina, è solo una «moneta di conto», cioè un’unità monetaria che non esiste in realtà ma alla quale si fa riferimento per calcolare somme di grande quantità. Fra l’altro essi hanno dato il nome a due parabole specifiche, fra loro simili. Il talento attico, di cui parlano i Vangeli, si divideva in sessanta mine, ognuna delle quali valeva cento denari. I diecimila talenti indicavano quindi una somma esorbitante, impagabile, di sessanta milioni di denari: si è calcolato che in quindici anni un lavoratore poteva guadagnare un talento in tutto... Il compagno del servo spietato deve a quest’ultimo solo cento denari ( hèkaton denària ), che tuttavia quegli non vuole condonare, pur essendo stato graziato di una somma seicentomila volte superiore: un paragone improponibile e, nella contrapposizione a effetto, una esosità tremenda da parte del servo spietato.

L’insegnamento concerneva il perdono, e Gesù conclude con una frase che vuole scuotere i suoi ascoltatori di allora e di oggi: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (18, 35).

Al perdono fa riferimento anche un’altra parabola ( Luca , 7, 40-50), nella quale sono ugualmente in gioco due somme di denari, tuttavia in un rapporto più contenuto, di dieci a uno. Un creditore condona infatti cinquecento denari ( denària pentakòsia ) a un debitore, cinquanta ( pentèkonta ) a un altro. Qui non c’è contrasto fra i due, piuttosto amore riconoscente, tanto più grande quanto più si comprende di aver ricevuto un generoso perdono: proprio come la donna che ha cosparso di profumo i piedi di Gesù e che Gesù elogia davanti a Simone il fariseo raccontandogli quella parabola, perché finalmente percepisca anche lui lo stupore riconoscente dell’essere perdonati.

E, per stare in una tematica simile, quando una donna a Betania unge il capo di Gesù con un profumo di grande valore e come racconta il Vangelo di Marco alcuni dei presenti si indignarono gridando allo spreco di «più di trecento denari» che si sarebbero potuti dare ai poveri ( Marco , 14, 5), Gesù dovette anche qui intervenire a difesa di quella donna: «Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura»; aggiunse anche una solenne promessa: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto» (14, 8-9).

La stessa indignazione, con identica cifra e motivazione — anche se l’unzione torna a essere sui piedi di Gesù — troviamo nella narrazione parallela del Vangelo di Giovanni, dove tuttavia la critica è posta in bocca a Giuda Iscariota e la donna che compie il gesto è Maria, sorella di Marta e di Lazzaro ( Giovanni , 12, 1-8).

Un’ultima valutazione, questa volta in un contesto positivo e in riferimento al pane per sfamare un gruppo immenso di persone, viene compiuta in occasione della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesù chiede ai discepoli di provvedere loro stessi, ed essi domandano come fare a raccogliere così tanto ben di Dio. Nel Vangelo secondo Marco esprimono una quantificazione numerica: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?» (6, 37). Dal Vangelo di Giovanni apprendiamo che è l’apostolo Filippo a formulare lo stesso pensiero: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo» (6, 7). Sappiamo che non ci fu bisogno di procedere secondo quella prospettiva e che Gesù provvide altrimenti...

Fra le monete in argento, i Vangeli non conoscono solo i denari, che erano di fatto le abituali monete romane e infatti sono ugualmente presenti in numerosi altri passi dei Vangeli. Conoscono anche le dracme, monete greche di valore equiparabile a quello dei denari, e i sicli e i mezzi sicli, rispettivamente corrispondenti a quattro e a due denari o dracme ciascuno. I sicli e i mezzi sicli erano le uniche monete d’argento accettate al Tempio insieme alle monete di bronzo coniate dagli ebrei in Palestina: le monete romane o genericamente pagane non vi erano accolte per i loro soggetti contrari alla Legge con raffigurazioni umane o di animali o specificamente idolatriche ( Esodo , 20, 4). Per questo nel cortile del Tempio si trovavano i cambiavalute, che permettevano di entrare nel luogo sacro con le monete lì utilizzabili. Bisogna tuttavia segnalare che il siclo e il mezzo siclo recavano la raffigurazione del dio fenicio Melqart: ma in questo caso la prassi faceva un’eccezione, probabilmente in ossequio alla consolidata stabilità della moneta...

Dovevano essere precisamente dei sicli le trenta monete date a Giuda, anche se da Matteo sono genericamente indicate come «trenta monete d’argento» ( triàkonta argyria ) (26, 15) e da Marco (14, 11) e Luca (22, 5) ancora più genericamente come denaro ( argyrion ). Infatti i sacerdoti prelevarono le monete dal tesoro del Tempio, dove appunto non si trovavano gli altri tipi di monete dei romani. La somma corrisponde a 120 denari, il prezzo che la Legge prescriveva per il riscatto di uno schiavo ( Esodo , 21, 32); e un denario, come conferma la parabola degli invitati a lavorare nella vigna, era il salario di una giornata di lavoro di un bracciante agricolo e, con buona probabilità, di un qualsiasi operario specializzato in una determinata attività. Non una grande somma, quindi. Un gruzzolo indefinito di sicli, sempre con il nome generico di «monete d’argento» ( argyria ), fu pure consegnato, ugualmente attingendoli al tesoro del Tempio, ai soldati di guardia, perché dopo la risurrezione di Gesù dicessero a tutti che i discepoli erano venuti di notte e ne avevano trafugato il corpo ( Matteo , 28, 11-13).

Un ultimo riferimento al siclo, meglio: a un mezzo siclo, troviamo nell’episodio del pagamento della tassa al Tempio da parte di Gesù e di Pietro, nel quale sono tuttavia utilizzati i termini didrammo e statere. Si recano da Pietro gli incaricati che raccolgono i didrammi ( dìdrachma ) per il Tempio; Gesù allora invita Pietro ad andare a pescare e a dare poi agli incaricati, per loro due insieme, uno statere ( statèr ) che troverà in un pesce ( Matteo , 17, 24-27). Il didrammo, cioè una doppia dracma, è precisamente la tassa annuale richiesta, pari a mezzo siclo; tuttavia Pietro, su invito di Gesù, pescherà uno statere, altro nome del siclo intero, così che questa moneta, del valore di quattro dracme, servisse a pagare per ambedue. Gesù compie questo gesto prodigioso «per evitare di scandalizzare» gli incaricati, sottomettendosi a una tassa che spiega a Pietro a lui, in quanto Figlio, non doveva essere richiesta. Ma, allo stesso tempo, riconosciamo un’accorta competenza amministrativa: pagando con uno statere e non con due didrammi distinti come troviamo scritto nella Mishnah , che raccoglie la tradizione orale della legge ebraica, Gesù mostrava infatti di sapere che il pagamento unitario come peraltro suggerivano le stesse autorità del Tempio permetteva di evitare l’aggiunta di un aggio di circa l’otto per cento richiesto invece nel caso di pagamento distinto. Non sfugge nulla, e tutto — ogni cosa al proprio livello — ha un suo senso.

In tema di tasse, ricordiamo che anche per la tassa ai romani, il tributo a Cesare, Gesù era stato interpellato con la domanda infida a cui aveva dato la nota soluzione: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» ( Matteo , 22, 21; cfr. Marco , 12, 17; Luca , 20, 25). In questo caso la moneta che i suoi interlocutori gli presentano è un denaro ( Matteo , 22, 19; Marco , 12, 15; Luca , 20, 24), tipica moneta romana con l’immagine e l’iscrizione di Cesare, come viene fatto debitamente notare!

Quanto alla dracma, essa compare solo una volta nel Vangelo, appunto nella parabola della dracma perduta. Nella traduzione si rende con indicazioni generiche: «Quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova?» ( Luca , 15, 8). L’evangelista Luca pone in bocca a Gesù la parola drachmè , riferendosi alla moneta greca equivalente al denario. Forse, però, Gesù parlò, come al solito, proprio dei denari romani, comunemente usati, e fu l’evangelista a introdurre quella raffinatezza linguistica. In ogni caso partecipiamo alla gioia della donna, che condivide con le amiche e le vicine il ritrovamento, e accogliamo senza immaginare ritocchi! L’espressione conclusiva di Gesù: «Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte» (15, 10).

Questa veloce, pur parziale, carrellata ci ha tuttavia permesso di notare che nei Vangeli compaiono varie volte le monete, sia negli episodi che vi sono raccontati sia nei discorsi pronunciati da Gesù. Non ne siamo stupiti: le monete fanno parte della concretezza della vita, e i Vangeli non sono certo lontani da questa concretezza. Anzi, vi sono immersi, perché descrivono vicende quotidiane e raccontano di situazioni ambientate nella quotidianità. Ci siamo imbattuti nelle monete usate per pagare le tasse civili e quelle del Tempio oppure per ricompensare il lavoro della giornata, per compiere un’offerta al tempio dando «tutti i propri mezzi di sussistenza», per comperare da mangiare (anche se le monete non furono di fatto utilizzate, visto che ci pensò Gesù a procurare pani e pesci alla folla, dopo averla nutrita con la sua parola!), persino monete per ripagare il traditore o per tacitare i soldati testimoni della Risurrezione di Gesù; poi somme di monete con cui si quantifica il profumo delicatamente sparso su Gesù da donne colme di riconoscenza, o monete con le quali vengono espressi i debiti contratti, ormai condonati o da condonare ad altri, o piccole somme con cui si enuncia il costo irrilevante di due o cinque pesci (ma così preziosi, e non solo essi, davanti a Dio!).

E ancora i talenti o le mine — grandi somme! — ricevute da ciascuno per farle fruttare nella propria vita; e la moneta ritrovata dalla donna nella lieta condivisione di tutti: scena tanto quotidiana e simbolo della gioia del Regno di Dio fra di noi; e le monete di ogni tipo sulle quali non far affidamento nella missione: «Non procuratevi...»!

Dobbiamo riconoscere che usare le monete è impresa delicata e può comportare dei rischi. Dalla carrellata che abbiamo compiuto fra i testi evangelici resta l’impressione che, quando hai a che fare con i soldi, qualche tensione o contrasto o ingiustizia possa nascere. In generale succede quando mammona, la ricchezza, diventa un padrone assoluto che prende il tuo cuore e ti induce a tralasciare e a trascurare tutto il resto, Dio compreso. Anche il denaro ricevuto dal traditore manifesta in grado estremo questa tentazione con le sue tremende conseguenze.

Ma le monete non portano con sé una dannazione originaria. Esse possono essere usate bene e a buon fine, comprese quelle per l’organizzazione del lavoro degli operai — il denaro per i lavoratori della vigna — o quelle che vengono messe a profitto della comunità (abbiamo sentito parlare di monete per tasse civili e religiose); comprese, e forse al primo posto, quelle che esprimono gesti di grande generosità nella loro piccolezza, riservatezza e umiltà, come la vedova che diede «tutti i propri mezzi di sussistenza», tutta «la sua vita», riproducendo da vicino il gesto del Salvatore, che ha offerto la sua vita, la sua «sostanza», per l’umanità; compresa quella moneta che si è perduta e si cerca e si ritrova, partecipando agli altri la propria gioia, come la donna della parabola, perché non si è spreconi e perché gli uni e gli altri condividono la serietà con cui affrontiamo le questioni dell’economia. Se poi il desiderio di quella moneta va oltre e indica la ricerca appassionata del Regno di Dio, nel quale l’uomo si trova amato dal suo Creatore e impara a costruire una comunità di pace e di giustizia, di comprensione e di perdono, ancora meglio! Una moneta così tutti la desiderano e non crea sperequazioni o ingiustizie: crea piuttosto una società dove tutto concorre al bene di tutti.

Posso così concludere riferendomi al samaritano della parabola, che ho volutamente lasciato da parte sin qui. Il samaritano usa le sue monete per assistere il malcapitato in cui si imbatte lungo la strada. Lascia infatti due monete all’albergatore perché ne continui l’assistenza: sono due denari, monete usuali, monete «laiche», non quelle specifiche per il Tempio, monete che permettevano di soggiornare due o tre giorni in una locanda discreta. Prima, però, il samaritano si dà da fare a curare personalmente il bisognoso: gli si fa vicino, gli fascia le ferite, versandovi olio e vino, lo carica sopra il suo giumento. Il samaritano del Vangelo sa bene che il dare le monete — e in genere le cose — per non ridursi a un mero lavarsi le mani mascherato da una beneficenza esteriore, deve essere inserito nella trama di un autentico rapporto personale.

Gli antichi commentatori — sto riferendomi a Ireneo di Lione, vissuto nel ii secolo — non ebbero timore a spiegare la parabola identificando nel samaritano Cristo stesso, che si china sull’umanità ferita e poi la affida all’albergatore, cioè allo Spirito Santo, perché la guarisca imprimendo su di lei l’immagine del Figlio e del Padre, rappresentati dai due denari (cfr. Adversus haereses , III, 17, 3). Il simbolo è un po’ forzato, ma siamo piacevolmente stupiti nel trovare identificate nelle due monete le stesse persone divine. Di più non si poteva immaginare!

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17 ottobre 2019

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