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Le mille vite
di Montecassino

· ​Petronace da Brescia a tredici secoli dalla rinascita dell’abbazia ·

Dopo la distruzione di Montecassino intorno al 577 a opera di longobardi al comando del duca beneventano Zotone, e l’esilio della comunità cassinese a Roma, di cui per primo scrive Paolo Diacono, solo intorno all’anno 718 ha inizio la rinascita dell’archicenobio benedettino grazie a Petronace, che — come scrive lo stesso Paolo Diacono — «cittadino di Brescia, spinto dall’amore divino, si recò a Roma e, su esortazione di Gregorio, allora papa della sede apostolica, si diresse a questa rocca di Cassino e, giunto presso il sacro corpo del beato padre Benedetto, prese ad abitare lì insieme ad alcuni uomini semplici che già vi si trovavano. Questi elessero il venerando Petronace loro superiore».

Petronace e i confratelli nella miniatura di un codice proveniente da Montecassino

Fu dunque decisiva per la rinascita di Montecassino agli inizi dell’ottavo secolo la volontà di papa Gregorio ii (715-731), il quale nell’inviare quasi contemporaneamente Petronace a Montecassino e san Bonifacio in Germania (il primo nel 718 e il secondo nel 719) dava con lungimiranza un impulso formidabile al definitivo consolidamento del monachesimo di regola benedettina, e per ciò stesso a quella futura Europa delle abbazie, la cui civiltà si irradierà per molti secoli fino alla crisi protestante e — in paesi come l’Italia, la Francia, la Spagna — senza soluzione di continuità fino alla rivoluzione francese, al ritmo indiscusso dell’ora labora et lege.

Ecco il nucleo della riflessione storiografica intorno al quale ruotano gli interventi (tra cui quello di chi scrive) nella giornata di studio Petronace da Brescia. Nel 1300° anniversario della rinascita di Montecassino (718-2018) che si tiene il 23 novembre nel Palagio Badiale di Piazza Corte a Cassino. Gli studiosi offrono i risultati delle loro ricerche sul tema, miranti a illustrare non solo la figura di Petronace, ma in primis l’ambiente cittadino ed etnico di quella Brescia longobarda dalla quale proviene il primo degli abati ricostruttori di Montecassino; di questo tratta l’intervento di Nicolangelo D’Acunto (Università cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia).

D’altra parte se è notevole che Petronace sia stato indirizzato a Montecassino dalla Sede Apostolica, impegnata in un progetto di evangelizzazione missionaria dell’Italia e dell’Europa, è ugualmente degna di rilievo la notizia tardiva riportata nel Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni (secolo XII), secondo cui la ripresa della vita comunitaria cassinese si deve inizialmente all’opera dei tre santi fondatori di San Vincenzo al Volturno, Paldone, Tatone e Tasone, i quali avrebbero stabilito sull’arce cassinese propri monaci, per assolvere presso la tomba di san Benedetto gli uffici del servizio per Cristo.

Emerge così agli esordi della rinascita cassinese l’apporto della vicina abbazia di San Vincenzo ubicata alle sorgenti del Volturno, scaturita dalla natio longobarda di Benevento, voluta dalla Sede Apostolica esattamente al confine dei ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, e rimasta sempre fedele alla sua originaria vocazione romana.

Ciò mostra in particolare come la rifioritura di Montecassino, pur promossa dalla Sede Apostolica, sarebbe stata del tutto improbabile senza una convergenza tra la politica antimperiale di papa Gregorio ii, contraria al dispotismo bizantino, e i longobardi del sud.

Pertanto ben due interventi, nel programma del convegno, sottolineano il contributo vulturnense in parallelo all’opera ricostruttiva di Petronace: l’uno mettendo a confronto Montecassino e San Vincenzo al Volturno, due monasteri tra longobardi del nord e longobardi del sud (Federico Marazzi, università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli), l’altro sottolineando il valore di vera e propria fonte storiografica, per l’ottavo secolo, dell’epigrafia cassinese e di quella vulturnense (Daniele Ferraiuolo, università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli).

All’abate bresciano si deve specialmente la ristrutturazione dell’antico oratorio di San Martino fatto edificare da san Benedetto a Montecassino sul sito del tempio di Apollo, che allungò di sedici cubiti (7,5 metri per 14,5), aggiungendovi inoltre un’abside con l’altare dedicato alla Vergine Maria e ai santi Faustino e Giovita, al primo dei quali apparteneva la reliquia del braccio che Petronace aveva portato con sé da Brescia, e che fu posta sotto questo stesso altare.

È probabile inoltre che nell’oratorio di San Giovanni Battista (la futura chiesa abbaziale) sia stato lo stesso Petronace ad aggiungere all’altare del Battista quello dedicato a san Benedetto, come sembra attestare uno dei calendari cassinesi, il Parigino lat. 7530, che al 3 giugno commemora: Dedicatio S. Iohannis. S. Benedicti et S. Faustini. Una tardiva nota in beneventana dell’undicesimo o dodicesimo secolo nel manoscritto con la segnatura cod. Casin. 175 (p. 580), in cui sono trascritti i Miracula sancti Benedicti in Turri fa riferimento in particolare alla celebrazione annuale nella stessa Torre (all’ingresso del monastero) di un servizio liturgico in greco e in latino prescritto dall’abate Petronace. La notizia non ha alcun riscontro diretto, ma sembra trovare conferma in una pratica liturgica del martedì dopo Pasqua, sicuramente precedente agli anni di governo dell’abate Teodemaro (777/778-796), che si compiva in pianura nella chiesa di San Pietro, dove nel corso della celebrazione eucaristica i monaci cantavano in greco: un fatto che non certifica, e che tuttavia sembra almeno autorizzare l’ipotesi che proprio Petronace sia stato l’iniziatore di quella consuetudine liturgica al momento della rinascita di Montecassino.

Di questo milieu liturgico, letterario e artistico danno conto le ultime tre relazioni previste nel programma, rispettivamente concernenti la poesia, la liturgia e la musica a Montecassino nel secolo di Petronace (Nicola Tangari, università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale), i tesori superstiti della cultura manoscritta cassinese nell’ottavo secolo (Giulia Orofino, università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale), e infine il tema più generale dei rapporti tra Benevento, San Vincenzo al Volturno, Montecassino e l’Europa, alla ricerca delle tracce di un rinascimento delle arti (Valentino Pace, università degli studi di Udine).

Nel necrologio del codice con la segnatura cod. Casin. 47 (nel foglio 289v) degli anni 1159-1173, come nei più antichi calendari cassinesi dell’ottavo secolo, l’obitus o la depositio dell’abate Petronace, il cui governo si conclude nel 749/750, è segnato al 6 di maggio, con queste brevi parole che ne trasmettono il ricordo devoto dei cassinesi dall’alto medioevo fino a noi: Obiit domnus Petronax sacerdos et abbas huius loci. Quando Petronace muore a metà dell’ottavo secolo, egli lascia ormai in eredità un Montecassino ben diverso da come ce lo descrive la Vita Willibaldi scritta dalla monaca Hugeburc, secondo cui, quando Villibaldo vi giunse vent’anni prima, non trovò se non paucos monachos et abbatem nomine Petronacem. Ora Montecassino è divenuto il centro vitale della Terra Sancti Benedicti, la cui giurisdizione per volontà dei papi e degli imperatori spetterà per secoli ai successori di Petronace.

Non solo; è percepito ormai come il luogo significativamente unico dal quale si è irradiata quella Regola di Benedetto alla quale già nel concilio germanico del 742, sotto la presidenza del re di Austrasia Carlomanno, e alla presenza di vescovi come Bonifacio e Villibaldo, si riconosce un primato, che è come l’anticipazione del primo sinodo di Aquisgrana dell’816, quando grazie a Benedetto d’Aniane e all’imperatore Ludovico il Pio, la Regola ormai si impone a tutti i monasteri dell’impero carolingio.

Il Montecassino di Petronace doveva costituire inoltre un modello alla cui fraterna unione aspirare, se san Bonifacio in una lettera inviata tra il 750 e il 754 al successore, l’abate Optato, esprime il voto di una societas spiritalis, una comunione di preghiera con lo stesso monastero cassinese, il più intimamente legato a Benedetto e a quella Roma che insieme rappresentavano le più genuine fonti ispiratrici del monachesimo germanico.

di Mariano Dell’Omo

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16 settembre 2019

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