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​Mille e una trasposizioni

La filmografia legata ai personaggi creati da Lyman Frank Baum è talmente ampia, nonché ingarbugliata da una miscela di elementi genuini e altri apocrifi, che per orientarcisi servirebbe veramente un sentiero dorato. Come capitato per altri best seller della letteratura di fine Ottocento, anche per Il meraviglioso mago di Oz le trasposizioni sullo schermo sono cominciate molto presto. È addirittura del 1910 una prima trilogia realizzata da Otis Turner: The Wonderful Wizard of Oz, Dorothy and the Scarecrow in Oz e The Land of Oz. Come per quasi tutti i film degli stessi anni, si tratta sostanzialmente di teatro filmato che rispetta a grandissime linee la trama del primo e di alcuni altri romanzi della serie, comprimendola in tutt’e tre i casi in poco più di dieci minuti. È stato tuttavia notato che il primo film narrativamente è più vicino a una versione teatrale del 1902 che al libro. Effetti scenici più che speciali e un discreto apparato scenografico fanno vagamente assomigliare il trittico ai lavori di Georges Méliès.
Di poco successiva (1914) è un’altra trilogia, stavolta di mediometraggi, firmata da J. Farrell MacDonald: The Magic Cloak of Oz, The Patchwork Girl of Oz e His Majesty the Scarecrow of Oz. Una grande confusione narrativa rende oggi i film quasi inguardabili. E un maggiore realismo rispetto alla prima trilogia non giova. Peccato, perché come regista in senso stretto, MacDonald dimostra una mano davvero sorprendente. Il montaggio all’interno delle scene, la profondità di campo, finezze espressive come il frequente ricorso al montaggio parallelo, ne fanno un pioniere del grande schermo, e fanno sembrare i suoi film almeno di dieci anni successivi. 

Una scena da «The Wizard of Oz (1939) di Victor Fleming

Piuttosto disastrosa è invece la versione del 1925 curata dal grande comico Larry Semon. Narrativamente ha davvero poco a che fare con l’opera di Baum, tant’è che per metà film si rimane nella fattoria del Kansas e la Città di Smeraldo non si vede che da molto lontano. Più che altro, si tratta semplicemente di un veicolo per qualche gag dell’attore. Non a caso, nel ruolo dell’uomo di latta compare il collega di slapstick Oliver Hardy.
Il miglior capitolo della filmografia, è ovviamente Il mago di Oz (The Wizard of Oz, 1939) di Victor Fleming. Lontano dall’essere un capolavoro, indeciso se essere un vero e proprio musical, ma non privo di una certa magia, è in ogni caso uno dei più importanti film della storia del cinema americano. A garantirgli un’importanza storica è innanzi tutto l’utilizzo di uno sfolgorante technicolor, perfezionato — in modo da poter rendere tutte le tonalità — soltanto negli anni immediatamente precedenti e utilizzato ancora su pochissimi film, fra cui Biancaneve e i sette nani (1937) e La leggenda di Robin Hood (1938). Qui, con grande effetto, viene riservato al mondo di Oz, mentre la cornice narrativa, ambientata nel mondo reale, è in bianco e nero virato in seppia, ad accentuare l’effetto di un cinema ormai da superare. La sottolineatura di questa conquista tecnica si sposa perfettamente con la figura del mago di Oz, in fondo una trasfigurazione dei grandi e dittatoriali produttori hollywoodiani dell’epoca. Ma a rendere il film memorabile è soprattutto la tempistica della sua uscita. Il fatto cioè di essere un’isola di colore e di speranza incastonata fra il lungo e faticoso tunnel della Grande depressione, da poco superato, e l’angoscia per una guerra che di lì a poco sarebbe stata non solo europea. La speranza e l’ottimismo, però, sono attenuati da un’atmosfera di prudenza in cui si possono intravedere riflessi di posizioni isolazioniste. Nella protagonista Dorothy c’è voglia di fuga e di scoprire il mondo, salvo poi rendersi conto che nessun posto è come casa. Un atteggiamento che il film significativamente enfatizza rispetto al libro — lì la protagonista viaggia davvero, qui fa solo un sogno — e che risente anche di quella dicotomia fra città e campagna più volte espressa dal cinema del decennio che stava per concludersi. Opere in cui, di solito, era proprio l’immagine positiva dell’America profonda, quella rurale, a prevalere. L’inquietante uso che ne fa David Lynch in Cuore selvaggio (1990), dimostra come l’iconografia del film abbia assunto, nell’immaginario collettivo, una totale autonomia rispetto al libro di partenza.
Un’occasione persa è invece quella di I’m Magic (The Wiz, 1978). Un regista come Sidney Lumet, due interpreti come Michael Jackson e Diana Ross, e le musiche dell’omonimo musical di Broadway dal grande successo di pochi anni prima, non bastano a farne un bel film. A differenza della versione del 1939, questo è dunque un vero musical, ma anche troppo. Nonostante l’uso di molte reali location newyorkesi, infatti, rimane l’odore del palcoscenico, anche a causa della regia statica e davvero poco ispirata di Lumet. Ma il rimpianto maggiore è quello di non vedere Jackson nei panni del mago. Per lui solo il ruolo — interpretato fra l’altro in modo un po’ dimesso — dello spaventapasseri. La sceneggiatura di Joel Schumacher accenna una critica anticapitalistica nel rappresentare la Città di Smeraldo come una struttura piramidale di sfruttatori e sfruttati. Ma tutto è molto superficiale e indefinito. E, a dispetto del successo riscosso nei teatri, non ci sono canzoni che rimangono nella memoria.
Walt Disney aveva accarezzato per molti anni l’idea di una trasposizione del libro di Baum. Negli anni Trenta i diritti gli erano stati soffiati all’ultimo momento dalla Mgm, e quando poi, negli anni Cinquanta, riuscì a ottenerli, non se ne fece più niente, e alcune idee che non avevano preso la giusta maturazione per quel progetto finirono in Babes in Toyland (1961) e in Mary Poppins (1964). Dopo la scomparsa del suo fondatore, tuttavia, la Walt Disney Productions sarebbe tornata a interessarsi all’opera di Baum due volte. Nel 1985 con Nel fantastico mondo di Oz ( Return to Oz, Walter Murch) e nel 2013 con Il grande e potente Oz (Oz the Great and Powerful, Sam Raimi). Il primo è un tipico film fantastico degli anni Ottanta, in cui il fascino di effetti speciali ancora artigianali ma di alto livello ruba la scena al racconto. La magia non c’è più ma la Città di Smeraldo in piena decadenza ha tonalità dark quasi assenti nel film di Fleming e invece in linea con tanti passaggi dei libri di Baum. Il secondo è una sorta di prequel non dichiarato che racconta la giovinezza del mago, qui protagonista. Nonostante una buona sceneggiatura, è un lampante esempio di come il realismo della tecnologia digitale schiacci l’immaginazione a abbia molta meno forza suggestiva rispetto alle scenografie tradizionali.
Infine, degno di nota è Zardoz (John Boorman, 1974), film di fantascienza distopica come andavano di moda negli anni Settanta. Malgrado il titolo, una contrazione di wizard of Oz, che cosa c’entri il personaggio di Baum con un futuro apocalittico tratto più che altro da Arthur Charles Clarke e Herbert George Wells forse l’ha capito solo Boorman, autore anche della complicatissima ed ermetica sceneggiatura. Il suo però è sicuramente un film affascinante che riprende alcuni elementi suggestivi del romanzo di Baum — fra cui l’enorme testa fluttuante — per un apologo sui sistemi totalitari che a ben vedere non è così lontano dal contenuto del libro.
Queste le opere di maggior successo. Ma tra film con attori, film d’animazione e serie televisive, i titoli che si rifanno ai libri dello scrittore americano per ragazzi sono almeno una quarantina. E, a giudicare dai progetti annunciati, si tratta di un numero destinato a salire.

di Emilio Ranzato

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14 ottobre 2019

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