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Le migrazioni
non sono un pericolo

· All’università Roma Tre il Papa ricorda che anche nelle differenze è necessario il dialogo ·

L’ascolto e il dialogo paziente come argine alla violenza verbale che avvelena ogni tipo di rapporto, fino a sfociare nel conflitto; il ruolo degli atenei nella ricerca di una costruzione dell’unità che non dev’essere mai uniformità, ma accoglienza delle diversità nella communis patria; la globalizzazione della solidarietà per rispondere al fenomeno delle migrazioni, che non sono mai un pericolo ma costituiscono una sfida per crescere. E poi ancora il dramma della disoccupazione giovanile che attanaglia l’Europa. Sono alcuni dei temi affrontati da Papa Francesco durante la visita compiuta stamane, venerdì 17 febbraio, all’università Roma Tre.

Dopo aver ricevuto il saluto del rettore, il Pontefice ha risposto a quattro domande postegli da altrettanti studenti, intessendo un dialogo protrattosi per quasi un’ora. Messo da parte il discorso preparato, il Papa ha parlato a braccio soffermandosi anzitutto sulla violenza verbale, che nel mondo cresce fino a trasformarsi in quella terza guerra mondiale “a pezzi” da lui stesso più volte denunciata, dato che le guerre cominciano nel cuore degli uomini. In proposito Francesco ha esortato ad abbassare i toni, a parlare meno e ad ascoltare di più, perché la violenza finisce col far perdere il senso della convivenza sociale, che si costruisce dialogando.

Da qui la risposta anche alla seconda domanda, perché per il Pontefice è proprio l’università uno dei luoghi in cui si può e si deve dialogare; dove c’è posto per tutti, anche per chi la pensa diversamente. Al contrario, un ateneo in cui si va solo a far lezione non è tale: meglio allora la discussione, il lavoro artigianale del dialogo.

Interpellato sui grandi cambiamenti dell’epoca contemporanea, Papa Francesco ha fatto ricorso all’immagine di un portiere di calcio che si tuffa dove arriva la palla. Perché, ha spiegato, la vita deve essere presa da dove viene, senza paura, e i cambiamenti non devono spaventare. A ulteriore chiarimento ha sottolineato che si sbaglia a pensare la vita come se fosse una sfera, dove tutto è uniforme, mentre sarebbe meglio pensarla come un poliedro, dove ogni cultura conserva le proprie peculiarità, il proprio patrimonio.

Il Pontefice ha anche lanciato un nuovo allarme per la mancanza di opportunità lavorative per i giovani in Europa. Un dramma che li porta a cadere nelle dipendenze, persino a pensare al suicidio o ad arruolarsi in qualche esercito terroristico per dare senso all’esistenza. E tutte queste sono conseguenze di un’economia “liquida”, per arginare la quale serve invece concretezza.

Infine il momento più toccante: la testimonianza della siriana Nour, rifugiatasi a Lesbo e poi giunta in Italia con il volo papale di ritorno dalla visita nell’isola greca. La giovane ha posto sul piatto della conversazione la questione della paura nei confronti dei migranti musulmani, visti come una minaccia alla cultura cristiana dell’Europa. Il Papa ha ribadito con forza che si tratta di persone in fuga dalla guerra o dalla fame, provenienti da paesi a lungo sfruttati dagli europei; gente che rischia la vita in mare, tanto che il Mediterraneo è diventato un cimitero. Ecco dunque che queste persone vanno accolte come essere umani, come sorelle e fratelli, ognuno secondo le proprie possibilità, mirando all’integrazione e non alla ghettizzazione.

Il discorso consegnato  

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