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Le memorie perdute

· Per la festa dell’Assunzione di Maria ·

Dalla dormizione all’ascensione

Proprio vicino alla porta della città vecchia di Gerusalemme, sul monte Sion, non lontano dal Cenacolo, si innalza la basilica della Dormizione di Maria, una chiesa moderna, consacrata solo nel 1910 e completata proprio nel XX secolo. L’edificio di culto sembra monumentalizzare una memoria antica, che proviene dal testo apocrifo definito Transito di Maria, uno scritto piuttosto precoce, almeno nel suo nucleo originale, che rievoca il momento in cui, dopo la morte della Vergine, la sua anima fu condotta in cielo dal Figlio, mentre il suo corpo veniva sepolto. Di lì a poco — su richiesta degli apostoli — fu sempre il Cristo a far riaprire il sepolcro dagli angeli, affinché anche il corpo fosse assunto in cielo. Ebbene, solo in epoca crociata fu concepito un ampio edificio, che inglobò la memoria della Dormitio, definita anche Somnum Mariae, e il Cenacolo, ma il complesso monumentale fu obliterato in epoca musulmana e sopravvisse solo l’edificio del Cenacolo.

«Dormitio Virginis» (particolare, Santa Maria Maggiore, Roma, fine XIII secolo)

Soltanto nel 1898, il sultano Abdul Hamid donò il luogo dove si collocava il ricordo della dormizione della Vergine all’imperatore tedesco Guglielmo II, che incaricò l’architetto Heinrich Renard di costruire la chiesa moderna, concepita secondo i canoni monumentali della cattedrale carolingia di Aquisgrana e affidata alla comunità dei benedettini, che annesse alla chiesa un monastero.

A questo monumento si associa un altro edificio di culto, situato sempre a Gerusalemme, ai piedi del Monte degli Ulivi, noto come chiesa dell’Assunzione di Maria, più conosciuto come tomba della Vergine. Secondo la tradizione il memoriale fu concepito già nel IV secolo, scavato nella roccia e consacrato dal vescovo Giovenale di Gerusalemme, subito dopo il concilio di Efeso del 431. Nel VI secolo sul primitivo edificio ne fu costruito uno di dimensioni maggiori, a pianta centrale, che divenne una sorta di cripta, la quale permetteva di accedere alla cosiddetta tomba di Maria. Tra il 1112 e il 1130 i monaci benedettini edificarono un nuovo complesso, con annesso un monastero, ambedue obliterati da Saladino, che risparmiò solo la cripta ove si praticava la devozione per la Madre di Dio. Ai nostri giorni rimane ancora il piano di roccia, dove, secondo la tradizione, fu adagiato il corpo della Vergine. Questo manufatto appare corroso e scheggiato per l’instancabile attività dei pellegrini, che asportarono delle piccole porzioni di roccia, che fungevano da vere e proprie reliquie.

Queste suggestive memorie mariane trovavano i loro presupposti nella letteratura e nella produzione figurativa bizantina e conobbero la loro espressione più definita nell’abside medievale del santuario romano sull’Esquilino, dove una basilica era stata concepita già i tempi di Papa Liberio (352-366). Nei pressi di questo edificio di culto, oggi perduto, il Pontefice Sisto III (342-440) innalzò una suggestiva e monumentale basilica, all’indomani del concilio di Efeso, per esaltare Maria Theotokos e il sottile concetto della partenogenesi.

Il santuario romano, attraverso infiniti rifacimenti, ha mantenuto gli spazi, le luci, l’essenziale atmosfera delle basiliche paleocristiane, pari solo a quella di Santa Sabina sull’Aventino, di impianto pressoché coevo. Anche la postazione, che la pone in un suggestivo “faccia a faccia” con la cattedrale lateranense, risulta un luogo nevralgico, nell’ambito della topografia cristiana della tarda antichità. La grande e luminosa basilica fu decorata da un apparato musivo estremamente complesso, ancora in parte conservato: restano molti dei quadri ispirati al Vecchio Testamento disposti lungo le navate e il maestoso arco trionfale, che, un tempo, fungeva da arco absidale, prima dei lavori medievali, che trasformarono l’area presbiteriale del sontuoso edificio di culto. L’abside paleocristiana, oggi completamente obliterata, doveva accogliere, secondo le più accreditate ipotesi degli iconografi, l’immagine di Maria assisa, con il Bambino sulle ginocchia, situata in un articolato groviglio vegetale, con volute popolate da fiori e animali, declinando in chiave cosmica l’intera figurazione.

L’arco trionfale, di cui si diceva, era decorato da uno dei più estesi scenari musivi della Roma paleocristiana. I temi erano tutti ispirati all’Infantia Salvatoris, ovvero alle storie mariane e cristologiche relative alla nascita e all’infanzia del Messia. Alcune storie rappresentano episodi ricordati dagli scritti apocrifi, come il Vangelo dello Pseudo Matteo e il Protovangelo di Giacomo. A queste ultime fonti si ispirano, ad esempio, la scena che ritrae Maria, nel momento dell’annunciazione, mentre fila la porpora per la tenda del tempio e quella che riproduce il prodigioso evento accaduto, durante la fuga in Egitto, allorquando Gesù, poco più di un bambino, affronta il re Afrodisio nella città di Sotine. Il resto del ricco e variopinto “manifesto di Efeso”, così come si dispiega sull’arco trionfale di Santa Maria Maggiore, accoglie gli episodi della presentazione al tempio, dell’annunciazione a Giuseppe, della strage degli innocenti, dell’adorazione dei Magi e del loro colloquio con Erode, mentre spuntano le città gemmate di Betlemme e Gerusalemme e il parusiaco trono dell’Etimasia, tra Pietro, Paolo con i quattro viventi dell’Apocalisse.

In vista del grande Giubileo del 1300, il Pontefice Niccolò IV, come si diceva, fece ristrutturare il presbiterio, inserendo un transetto e creando una nuova abside, che fece decorare, sempre a mosaico, da Jacopo Torriti, che concluse l’opera nel 1295. Il fuoco della maestosa calotta absidale è rappresentato da un ampio clipeo, che accoglie l’incoronazione della Vergine, seduta nello stesso trono in cui è assiso il Redentore. Maria è vestita con abiti regali, estratti dall’immaginario bizantino romano, mentre intorno all’iconica rappresentazione si snoda il racemo acantiforme popolato di animali e, nello zenit, si apre una variopinta “camera fulgente”, quali memorie della decorazione paleocristiana.

Tutta la rappresentazione vuole sviluppare il tema mariano dell’ascesa in cielo di Maria, specialmente se analizziamo il ciclo torritiano che scorre alla base dell’abside; ebbene, proprio al centro di questa fascia si sviluppa l’animata scena della Dormitio Virginis, mentre, ai lati si riconoscono le rappresentazioni dell’Annunciazione, della Natività, dell’Adorazione dei Magi, della Presentazione al tempio.

Jacopo Torriti, un francescano originario di Torrita di Siena, fu attivo anche ad Assisi, accanto a Filippo Rusuti, che si occupò pure della facciata di Santa Maria Maggiore, dove rappresentò l’episodio miracoloso della Madonna della Neve. Jacopo Torriti e Filippo Rusuti, assieme a Pietro Cavallini animarono il panorama pittorico dell’ultimo scorcio del XIII secolo, quando, sotto l’impulso dell’“atmosfera francescana”, corroborata dalla grande personalità del Pontefice Niccolò IV, il primo Papa appartenente all’ordine dei frati minori, si superò il repertorio e l’orizzonte bizantino, in vista della nuova stagione figurativa medievale.

Ma torniamo all’intreccio tra la Dormizione e l’Assunzione, con cui abbiamo dato avvio ai nostri ragionamenti, che trovano ragione e sostanza nel tempio mariano romano, che, dall’età paleocristiana, si allunga sino al Medioevo. L’assunzione di Maria in cielo nasce, dunque, nel V secolo e diviene subito argomento privilegiato della devozione popolare. Secondo questa tradizione, Maria, alla sua morte, fu trasferita in paradiso, sia con l’anima che con il corpo, ossia fu accolta in cielo. In verità l’assunzione non comporta sempre la morte della Vergine, anche se l’episodio della dormizione ebbe presto una certa fortuna.

Dobbiamo attendere il primo novembre dell’Anno Santo 1950 per la definizione dogmatica dell’assunzione di Maria in cielo, con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, pronunciata da Pio XII. Secondo questo dogma «la Vergine Maria, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Il dogma pontificio non specifica se l’assunzione fosse preceduta dalla Dormitio Virginis, che allude sia a un sonno profondo che alla morte naturale.

di Fabrizio Bisconti

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15 novembre 2019

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