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Le immagini della
«Concordia apostolorum»

· Solennità dei santi Pietro e Paolo ·

Roma, cimitero dell’ex vigna Chiaraviglio. Affresco con l’abbraccio tra Pietro e Paolo (IV secolo)

Il manifesto iconografico della concordia apostolorum si definisce, in tutti i suoi dettagli, al tempo del Papa Damaso (366-384), quando rimbalza nei vetri dorati, nei rilievi — primo fra tutti quello suggestivo di Aquileia — e nelle decorazioni eburnee, come nella tavola di Castellammare di Stabia. Qui il “faccia a faccia” dei vetri dorati, che talora presentano solo i volti, secondo la vecchia tipologia dei coni monetali, ma anche le figure intere ai lati di perni centrali, per lo più cristologici e anastatici, e pure le immagini assise, secondo l’antico atteggiamento filosofico. Qui interviene il gesto ancora più forte dell’abbraccio, che oggi trova la più antica testimonianza in un affresco del cimitero dell’ex vigna Chiaraviglio. In questo caso, nell’affresco i due apostoli sono riuniti in un abbraccio forte e suggestivo, al centro di una piccola teoria di altri apostoli, situati tra esili palme, mentre un cristogramma rosso è posto al di sopra della congiunzione. Il manifesto figurativo, che può aver avuto la sua prima formulazione sulla fronte del triforio della basilica circiforme dell’adiacente memoria apostolorum, vede due fasi che, con ogni probabilità, dovettero ripetere, nelle grandi linee, lo stesso schema. La ricerca del referente letterario ci accompagna verso gli scritti apocrifi e verso la lettera di Dionigi l’Areopagita De morte apostolorum Petri et Pauli ad Thymoteum, ove si narra l’incontro dei principi degli apostoli prima del martirio, ma un maggiore approfondimento degli scritti acanonici conduce verso la passio sanctorum apostolorum Petri et Pauli, che pare meglio aderire alla dinamica dell’incontro apostolico, che vuole la riunione di due vite condotte sino ad allora separatamente, forse in seguito ai conflitti ideologici seguiti all’incidente di Antiochia, du cui troviamo i riflessi in Galati 2, 7-14. In questo senso, possono essere lette altre raffigurazioni, da quella coeva, o poco più tarda, riferita alla decorazione della navata della basilica di San Paolo fuori le mura, di solito fatta risalire all’età di Leone I (440-461), a quelle che decorano, molti secoli dopo, la cappella palatina di Palermo e la basilica di Monreale. In quest’ultimo caso il riferimento alla “pacificazione” tra i due apostoli è sottolineato dalla didascalia: Hic Paulus venit Romam et pace fecit cum Petro. Ma il referente apocrifo, nella costituzione di questo tema così singolare, si accompagna alle idee politico-religiose del tardo iv secolo, quando, per l’impulso di Papa Damaso, si cerca di ricomporre l’armonia tra le componenti della Chiesa, sostituendo l’antico concetto del primatus Petri con il nuovo manifesto della concordia apostolorum, intesa come una renovatio Imperii. Questa tendenza, che vede l’introduzione della figura paolina, per bilanciare la dilagante tematica petrina, entra precocemente nella scultura funeraria, non solo romana, talché succede che alcuni sarcofagi ravennati vedono Paolo che riceve la legge, nell’ambito della collaudata scena della traditio legis. Tornando al tema della concordia, è bene ricordare che lo schema speculare dei principi degli apostoli proviene dal tema della concordia augustorum che si allinea al progetto della renovatio Imperii, intesa come progetto della doppia apostolicità attribuita all’Urbe, trovando il suo naturale esito nella fondazione della basilica di san Paolo fuori le mura, che interessa proprio il periodo che va dagli anni ‘80 del secolo IV sino agli esordi del seguente e vede impegnati gli imperatori Valentiniano III, Teodosio e Arcadio. L’impresa dei tre imperatori trova consonanza con la politica religiosa di Papa Damaso e riabilita, in maniera monumentale, la memoria paolina che, al tempo dei costantinidi, era molto modesta, rispetto a quella, già sontuosa, dedicata a Pietro. Ed è proprio Papa Damaso, con un celebre epigramma, a riequilibrare la memoria paolina, congiungendola a quella petrina, nella memoria apostolorum, al III miglio della via Appia, recuperando la festa UNO DIE al 29 giugno, già nota al tempo dei consoli Tusco e Basso, nel 258, secondo la depositio martyrum, il martirologio geronimiano, il catalogo liberiano e i numerosi graffiti lasciati dai pellegrini nella cosiddetta triclia. Sulle catacombe di San Sebastiano, proprio là, dove, per commemorare la memoria apostolorum, i costantinidi avevano fatto erigere una monumentale basilica circiforme, si festeggiava l’anniversario congiunto dei due principi degli apostoli e proprio in questo monumento nacque, forse, il manifesto figurativo del suggestivo abbraccio. Questa ultima immagine trova i più naturali prototipi nell’iconografia imperiale, a cominciare dai gruppi porfiretici di età tetrarchica, ma anche dal mitologico abbraccio dei Dioscuri, che riecheggia, da ultimo, la solidarietà dei fondatori di Roma. L’apertura verso il culto per Paolo, in questo frangente, vuole anche significare che i tempi erano maturi per la conversione degli ultimi pagani, arroccati nelle famiglie degli intellettuali aristocratici romani. La sofisticata figura di Paolo, infatti, chiamato eloquentemente il doctor gentium, il vas electionis, il sapiens architectus, il magister scientiae, diviene l’emblema degli ultimi convertiti, che vennero definiti come la “generazione di Paolo”. Mentre l’iconografia petrina ebbe una precoce fortuna anche a livello narrativo, se consideriamo l’affresco di Dura Europos, che rappresenta Pietro che cammina sulle acque, e la decorazione del sarcofago vaticano di Giona, che lo coglie mentre tenta di sfuggire alla prigionia, le storie di Paolo tardarono ad entrare nel repertorio figurativo cristiano. Se escludiamo l’insorgere del tipo filosofico nell’ambito del collegio apostolico, la figura di Paolo, situata in contesti autonomi e liberi da manifesti simbolici, appare soltanto dall’età costantiniana, quando negli atelier romani vengono concepiti i cosiddetti sarcofagi di passione o dell’anastasis. Queste arche marmoree comprendono scene di ispirazione evangelica, con particolare riferimento alla passio Christi e a quella dei principi degli apostoli. Sfilano, così, il giudizio di Pilato, l’arresto di Cristo, quello di Pietro e quello di Paolo, la coronazione di spine e il cireneo. Tale fenomeno rappresenta una rivoluzione nell’arte cristiana, nel senso che, fino a quel momento, erano stati evitati tutti quegli episodi violenti o legati, in qualche maniera, al dramma del martirio. Anche nei sarcofagi di passione, comunque, non si affronta mai direttamente il momento dell’esecuzione capitale, ma si rappresentano momenti assai vicini alla damnatio, attraverso scene di arresto. Inoltre, al centro di questi sarcofagi, appare un segno ricco di sfumature simboliche, che combina il cristogramma con la corona del martirio, ai cui piedi sono assopiti i due militi romani preposti alla vigilanza del sepolcro di Cristo. Nell’ambito di queste intense sequenze passionali, attutite dal segno anastatico, ovvero dal signum salutis, non ancora risolto nel simbolo della croce inteso come patibolo, ma invece riconducibile alla resurrezione finale, si inserisce, appunto, la scena dell’arresto di Paolo. Tale scena, che appare per la prima volta in un frammento di sarcofago delle catacombe di S. Sebastiano, comporta la presenza dell’apostolo delle genti, con il campo chino e le mani legate dietro la schiena, mentre viene condotto verso il supplizio della decollatio, sullo sfondo di un ciuffo di canne, nelle vicinanze dell’ansa del Tevere, presso il quale si sarebbe consumato il martirio. Questa e altre scene della vita di Paolo, così come quelle della vita di Pietro o del Cristo, dovevano trovare collocazione lungo le navate delle basiliche paleocristiane, a cominciare dai martyria, e, così come per il santuario petrino, anche in quello ostiense, secondo quanto provano gli acquerelli che rappresentano le decorazioni della basilica prima dell’incendio del 1823, dovevano sfilare le sequenze della vita Pauli, forse alternate alla passione di Pietro e all’ultimo segmento della vita di Cristo. Con l’andare dei secoli, l’attributo più ricorrente per definire la figura di Paolo, al di là dell’inconfondibile fisionomia, è quello del libro, proprio per indicare la sapienza e l’attività epistolare e, più tardi, la spada che, rievocando il martirio, vuole anche essere il corrispettivo delle chiavi di Pietro.

di Fabrizio Bisconti

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24 agosto 2019

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