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Le ferite non vanno mai
in prescrizione

· Testimonianza di una donna europea vittima di abusi ·

Pubblichiamo la traduzione italiana della testimonianza di una donna europea vittima di abusi presentata nell’Aula nuova del Sinodo venerdì sera, 22 febbraio.

Buonasera, volevo raccontarvi di quand’ero bambina. Ma è inutile farlo perché a 11 anni un sacerdote della mia parrocchia ha distrutto la mia vita. Da allora io, che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata, non sono più esistita.

Restano invece incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui, lui, bloccava me bambina con una forza sovrumana: io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse. Pensavo: «se non mi muovo, forse non sentirò nulla; se non respiro, forse potrei morire».

Quando terminava, riprendevo quello che era il mio corpo, ferito e umiliato e me ne andavo credendo persino di essermi immaginata tutto. Ma come potevo io, bambina, capire ciò che era accaduto? Pensavo: «sarà stata sicuramente colpa mia!» o «mi sarò meritata questo male?».

Questi pensieri sono le più grandi lacerazioni che l’abuso e l’abusatore ti insinuano nel cuore, più delle ferite stesse che lacerano il corpo. Sentivo di non valere ormai più nulla, neppure di esistere. Volevo solo morire: ci ho provato... non ci sono riuscita.

L’abuso è continuato per 5 anni. Nessuno se n’è accorto.

Mentre io non parlavo, il mio corpo ha iniziato a farlo: disturbi alimentari, ospedalizzazioni varie: tutto urlava il mio star male mentre io, completamente sola, tacevo il mio dolore. Tutto veniva attribuito all’ansia per la scuola che improvvisamente, andava malissimo.

Poi, il primo innamoramento... il mio cuore che batte e si emoziona in lotta con lo stesso cuore che rallenta per il terrore vissuto; gesti di tenerezza contro atti di forza: un paragone insostenibile. La consapevolezza: una realtà insopportabile! Per non farmi sentire il dolore, lo schifo, la confusione, la paura, la vergogna, l’impotenza, l’inadeguatezza, la mia mente ha rimosso i fatti avvenuti, ha anestetizzato il corpo mettendo delle distanze emotive rispetto a tutto ciò che vivevo facendo in me danni enormi.

A 26 anni il mio primo parto: flash back e immagini hanno riportato alla mente tutto. Il travaglio bloccato; mio figlio in pericolo; l’allattamento reso poi impossibile per i terribili ricordi che affioravano. Credevo di essere impazzita. Allora mi sono confidata con mio marito, confidenza usata poi contro di me durante la separazione, quando, in nome dell’abuso subìto, chiedeva che mi fosse tolta la potestà genitoriale quale madre indegna. Poi l’ascolto paziente di una cara persona e il coraggio di scrivere una lettera a quel sacerdote conclusa con la promessa di non lasciargli mai più il potere del mio silenzio.

Da allora, fino a oggi, continuo un durissimo percorso di rielaborazione che non ha scorciatoie, che richiede un’enorme costanza per ricostruire in me identità, dignità e fede. Un percorso che si fa per lo più in solitudine e con l’aiuto di qualche specialista, se possibile. L’abuso crea un danno immediato, ma non solo: più difficile è fare i conti ogni giorno con quel vissuto che ti invade e si presenta nei momenti più improbabili. Ci dovrai convivere... sempre! Puoi solo imparare, se ci riesci, a farti ferire di meno.

Dentro te abitano un’infinità di domande a cui non troverai risposta, perché l’abuso senso non ne ha! «Perché a me?», mi chiedevo, e non certo perché avrei preferito capitasse a un altro, perché ciò che ho subito è troppo per chiunque altro!

Oppure: «Dov’eri, Dio?»... Quanto ho pianto su questa domanda! Non avevo più fiducia nell’uomo e in Dio, nel Padre-buono che protegge i piccoli e i deboli. Io bambina ero certa che nulla di male potesse venire da un uomo che “profumava” di Dio! Come potevano le stesse mani, che tanto avevano osato su di me, benedire e offrire l’Eucarestia? Lui adulto e io bambina... aveva approfittato del suo potere oltre che del suo ruolo: un vero abuso di fede!

E non per ultimo: «Come fare a superare la rabbia e non allontanarsi dalla Chiesa dopo un’esperienza del genere soprattutto di fronte alla gravissima incoerenza di quanto predicato e quanto agito dal mio abusatore, ma anche da chi, di fronte a questi crimini, ha minimizzato, nascosto, messo a tacere, o ancor peggio non ha difeso i piccoli, limitandosi meschinamente a spostare i sacerdoti a nuocere da altre parti?». Di fronte a questo, noi vittime innocenti, sentiamo amplificato il dolore che ci ha ucciso: anche questo è un abuso alla nostra dignità umana, alla nostra coscienza, nonché alla nostra fede!

Noi vittime, se riusciamo ad avere la forza di parlare o denunciare, dobbiamo trovare il coraggio di farlo pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena canonica. Ciò non può e non deve essere più così!

Ho avuto bisogno di 40 anni per trovare la forza della denuncia. Volevo rompere il silenzio di cui si nutre ogni forma di abuso; volevo ripartire da un atto di verità, scoprendo poi che con questo atto offrivo un’opportunità anche a chi aveva abusato di me.

Ho vissuto l’iter di denuncia con un costo emotivo molto elevato: parlare con sei persone di grande sensibilità, ma solo uomini e per di più sacerdoti è stato difficile. Io credo che una presenza femminile sarebbe un’attenzione necessaria quanto indispensabile per accogliere, ascoltare e accompagnare noi vittime.

L’essere creduta e la sentenza, comunque, mi ha donato un dato di realtà: quella parte di me che ha sempre sperato che l’abuso non fosse mai accaduto, si è dovuta arrendere, ma al contempo ha ricevuto una carezza: io ora so che sono altro, oltre l’abuso subito e le cicatrici che porto.

La Chiesa può andare fiera della possibilità di procedere in deroga ai tempi di prescrizione (diritto negato dalla giustizia italiana), ma non del fatto di riconoscere come attenuante, per chi abusa, l’entità del tempo trascorso tra i fatti e la denuncia (come nel mio caso). La vittima non è colpevole del suo silenzio! Il trauma e i danni subiti sono tanto maggiori quanto più è lungo il tempo del silenzio, che la vittima trascorre tra paura, vergogna, rimozione e senso di impotenza. Le ferite non vanno mai in prescrizione, anzi!

Oggi io sono qui, e con me ci sono tutti i bambini e le bambine abusati, le donne e gli uomini che provano a rinascere dalle loro ferite, ma c’è, soprattutto, anche chi ci ha provato e non ce l’ha fatta, e da qui, e con loro nel cuore, dobbiamo ripartire insieme.

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10 dicembre 2019

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