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Le due fonti

· Intervista a padre Arturo Sosa ·

(g.m.v.) Sessantotto anni, venezuelano, Arturo Sosa è il primo generale dei gesuiti non europeo. In questa intervista all’Osservatore Romano si racconta e racconta la Compagnia. È la mattina del 12 dicembre, una giornata di fine autunno romano ancora molto lontana dall’inverno, e il sole invade di luce dorata una stanza spoglia e accogliente al quarto piano della curia generalizia. L’intervistato parla volentieri, distesamente, il suo viso si apre spesso in un largo sorriso e il movimento delle mani accompagna le risposte che si dipanano durante una conversazione cordiale e coinvolgente. Il calendario liturgico ricorda la Madonna di Guadalupe e quello personale di padre Sosa registra ben tre anniversari: delle nozze dei genitori nel 1947, del suo battesimo nel 1948 e della sua professione solenne (il famoso quarto voto di obbedienza al Papa) nel 1982. E non basta, perché la congregazione generale che lo scorso 14 ottobre lo ha eletto si è conclusa proprio un mese fa, il 12 novembre, giorno del suo compleanno.

Chi è Arturo Sosa, e come è diventato padre Sosa, ormai da un paio di mesi preposito generale della Compagnia di Gesù?

Per capire chi sono basta tenere presenti due fonti: la mia famiglia e il collegio San Ignacio di Caracas, che ho frequentato dalle elementari al liceo, e cioè da quando avevo cinque anni fino ai diciassette. La mia famiglia è venezuelana da più di tre generazioni, ma mio nonno materno era arrivato in America dalla Spagna cantabrica, da Santander. Siamo sei fratelli. Io sono il maggiore, poi vengono due sorelle, un altro maschio che oggi vive negli Stati Uniti, e altre due sorelle, tutte e quattro in Venezuela. Una famiglia praticante, con una mia prozia religiosa e un cugino gesuita. Ed è proprio qui, nella mia famiglia, che ho imparato a pregare e ad aprirmi all’esperienza degli altri. Già da bambino mio padre mi portava spesso con lui nei suoi viaggi per tutto il paese. Era avvocato ed economista, un imprenditore entrato in politica che per un anno è stato ministro delle finanze in un governo di transizione dopo la fine della dittatura di Marcos Pérez Jiménez. Per quasi tutto il Novecento il Venezuela ha attraversato dittature e l’impegno di mio padre, alla fine degli anni Cinquanta, è stato per creare spazi democratici. E in famiglia ho imparato che nessuno si salva da solo: se volevamo star bene, dovevamo contribuire al benessere del paese.

E l’altra fonte?

È stata altrettanto importante. Al collegio San Ignacio, dove sono rimasto quasi tredici anni, dal 1953 al 1966, c’erano molti gesuiti giovani e lì stavamo dalla mattina alla sera, dal lunedì al sabato. Dopo la scuola, ci portavano a visitare ospedali oppure in campagna per stare con i contadini. Ricordo quegli anni come un ambiente molto creativo. Facevo parte anche di una congregazione mariana e giocavo, per la verità piuttosto male, a calcio, baseball e pallacanestro. Finito il liceo, ho sentito che per contribuire meglio al bene di tutti dovevo entrare nei gesuiti e così ho fatto, il 14 settembre 1966, poco prima di compiere diciott’anni.

Com’è stata la formazione? E gli anni successivi?

La mia preparazione? Quella tipica della Compagnia: noviziato, studi di filosofia nell’università cattolica Andrés Bello di Caracas, quindi un periodo nel gruppo del Centro Gumilla, tenuto dai gesuiti a sostegno di cooperative per il risparmio e il credito nel centro del paese, e poi la teologia a Roma, nel collegio del Gesù e in Gregoriana, tra il 1974 e il 1977, anno in cui sono stato ordinato prete. Ma sono tornato in Venezuela per completare la teologia, mentre nella Universidad Central di Caracas ho preparato un dottorato in scienze politiche, materia che ho insegnato sia nella Central che nell’Andrés Bello, occupandomi soprattutto di storia delle idee. Per quasi un ventennio ho anche diretto la rivista dei gesuiti “Sic”. Dal 1996 al 2004 sono stato provinciale della Compagnia in Venezuela, e infine rettore dell’università cattolica del Táchira dal 2004 fino al 2014. Quell’anno il generale mi ha chiamato a Roma per occuparmi delle case internazionali, dove lavorano quattrocento gesuiti che dipendono direttamente da lui.

Cosa significa un preposito generale della Compagnia di Gesù per la prima volta non europeo (e americano) dopo quasi cinque secoli di vita?

Questo è certo il frutto di un cambiamento che investe tutta la Chiesa e un segno della sua cattolicità, come è stato evidente per l’elezione in conclave di Bergoglio. Voglio però sottolineare un dato storico innegabile molto importante: è stata la generosità missionaria europea a permetterlo, e a favorire questa predisposizione all’inculturazione che è tipica dei gesuiti e delle loro missioni. Il processo è durato oltre un secolo e mezzo, e ha portato oggi la Compagnia a essere una realtà multiculturale, incarnata ormai in decine di culture, per aiutare le persone e le società a essere più umane, mostrando Gesù Cristo, il volto di Dio. È una ricchezza enorme per i gesuiti e per tutte le Chiese. Come quella latinoamericana, molto vitale, spesso ingiustamente appiattita su una teologia della liberazione che non di rado è stata presentata in modo caricaturale come marxista: una mediazione della fede cristiana che già in un mio articolo degli anni Settanta definivo impossibile.

Qual è lo stato di salute odierno della Compagnia, dimezzata rispetto a mezzo secolo fa, al suo interno con poche centinaia di fratelli, una volta molto più numerosi? E la formazione?

Il numero non è un criterio per giudicare lo stato di salute dei gesuiti: già agli inizi Ignazio parlava di “minima Compagnia”. Preferiamo la qualità alla quantità e non vi è dubbio che il rigore nella nostra formazione, se possibile, è oggi ancora maggiore di quello di un tempo. Certo, non nego la forte crisi che attraversiamo in Europa e negli Stati Uniti, principalmente a causa del secolarismo e della crisi demografica. La formazione accademica e spirituale deve poi tenere conto che entrano nei gesuiti molti professionisti. E l’ambito della preparazione si è diversificato ancor più di prima, allargandosi alla psicologia, alle scienze sociali, alle aree scientifiche. Anche all’innalzamento del livello culturale generale si deve la rarefazione dei fratelli, una volta molto numerosi nella Compagnia. E dico con orgoglio che la mia vocazione deve molto a loro, ai “fratelli maestri”, così come a quella dei giovani gesuiti ancora non ordinati. Molte volte sono ammutolito davanti all’esperienza di Dio di questi fratelli, che sono religiosi non sacerdoti. Ricordo in particolare uno di loro che in una fattoria per tutta la vita ha badato agli animali: era un contemplativo. Bisogna però tenere presente che la forma ideale della Compagnia è quella dei professi [i gesuiti che arrivano al quarto voto], oggi in larga maggioranza rispetto ai coadiutori [che invece non lo pronunciano], agli scolastici [quelli che stanno formandosi] e, appunto, ai fratelli.

Come mai dai gesuiti non è mai nato un ramo femminile?

Moltissime sono state e sono le religiose che si sono ispirate alla spiritualità ignaziana, l’hanno condivisa e la condividono. E voglio aggiungere che senza le donne semplicemente non sarebbe possibile pensare la missione della Compagnia di Gesù. D’altra parte, alle origini dei gesuiti vi è gruppo di uomini già ordinati deciso a vivere un nuovo stile di consacrazione religiosa: insieme, come compagni e al servizio della Chiesa universale.

Un ordine nato per stare in frontiera dove e come si muove oggi? Quali sono le sue frontiere?

Siamo missionari e le frontiere, come in tutta la nostra storia, oggi sono moltissime: l’educazione, sia tradizionale che popolare, il servizio ai profughi e ai rifugiati, l’ambito vastissimo della lotta per la giustizia sociale e quello della formazione all’impegno politico. Questo, insieme alla vita religiosa, è una delle mie due grandi passioni: lotta e contemplazione, per usare un’espressione di qualche decennio fa.

I gesuiti sono ancora formatori e direttori spirituali?

Oggi più che mai. E ora questo servizio alla vita spirituale si è moltiplicato, proprio come si sono moltiplicati i modi, i luoghi e le persone. Gli esercizi spirituali ignaziani di un mese o anche di una settimana sono quasi impossibili a causa dei ritmi della vita contemporanea, e allora si propongono forme alternative nella quotidianità che possono durare anche otto o nove mesi. E a darli non sono più soltanto i gesuiti, ma anche molte altre persone, laiche o religiose, uomini o donne. Dopo il concilio, che è stato una grazia, siamo molto più sensibili alla diversità di vocazioni e di doni che vengono da Dio.

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