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Le due “dottore” carmelitane

Anticipiamo alcuni stralci delle due relazioni che Cristiana Dobner terrà alla settimana di studi sul tema «Le donne e la Chiesa: maternità, profezia, teologia» in programma dal 17 al 21 settembre 2018 presso la Facoltà di teologia di Lugano.

Dalla proclamazione di Gregorio Magno nel 1298 a dottore della Chiesa, si sono susseguiti ben trentun uomini santi proposti ai cristiani quali dottori per la luce della loro dottrina e per l’adesione al Vangelo. Grazie a Paolo vi, finalmente, Teresa di Gesù e Caterina da Siena nel 1970 hanno aperto il varco alle donne. Nel 1987 le seguì Teresa di Gesù Bambino e, per ora ultima, nel 2012, Ildegarda di Bingen. La dottrina, cioè il dono dello Spirito che illumina l’intelligenza e rende la fede riflessa, è stata riconosciuta così non solo appannaggio maschile, ma possibile alla conoscenza e alla trasmissione per le donne.

Anonimo, «Santa Teresa maestra» (xviii secolo, particolare) Toro (Zamora), monastero di San Giuseppe

Teresa di Gesù e Teresa di Gesù Bambino sono monache carmelitane scalze, di ben diversa provenienza sociale e storica. Eppure accomunate dal particolare dono che si sarebbe irraggiato sulla Chiesa e sull’umanità intera.

Il secolo d’oro spagnolo notoriamente non fu aperto verso le donne, cui era preclusa l’istruzione, invece non solo consentita ma richiesta ai maschi. I monasteri femminili però si dimostrarono delle oasi in cui le donne potevano accedere alla cultura e coltivarla. Oggi molte storiche hanno dimostrato con le loro ricerche che esistono nei secoli le “orme” silenziose (e anche silenziate) di donne spirituali notevoli.

Teresa de Ahumada y Cepeda, per i canoni del suo tempo, si può dire una donna colta ma, ancora meglio, una donna di vivace intelligenza e curiosità. Le sue opere, «scritte come parlava», sono dirette alle sue sorelle e figlie carmelitane, nello scorrere della storia tuttavia, sono diventate indicazioni di cammino per chi cerca Dio e voglia aprirsi alla Sua irruzione.

L’Inquisizione sottopose a minuzioso controllo il manoscritto della Vita ma non riuscì a trovarvi nulla che fosse contrario alla fede. Il nunzio Filippo Sega definì Teresa fémina inquieta y andariega, disobbediente e contumace, che gironzolava fuori clausura contro le prescrizioni del Concilio di Trento e delle autorità ecclesiastiche. La conobbe da vicino e la scortò nei difficili viaggi d’allora per disseminare «colombai», così chiamava i suoi carmeli, un semplice prete, Giuliano d’Ávila, cui dobbiamo una vita di Teresa in presa diretta.

Anche ai contemporanei risultò ben chiaro che l’avventura della vita di Teresa di Gesù, se si dimostrava esperienza di Dio, si dimostrava pure capace di raccontare e indicare il cammino verso l’unione con Dio a chiunque l’avesse letta. Giuliano d’Ávila afferma che nelle sue opere «si spiega come Dio fece capire alla santa Madre la prima verità: come Dio abita nelle anime che vivono nella sua grazia, come si vede Dio in tutte le cose. Una dottrina molto utile per le anime».

Chi si scopre abitato da una Presenza e non sa darvi nome ma vuole comprenderla per rispondervi e modellare la propria vita trova in Teresa la Mater spiritualium che lo sa condurre, chiarificando dubbi e incitando a proseguire.

Teresa con il suo linguaggio incisivo affermava che, per chi seguiva il Signore e il suo progetto di salvezza, tutto avrebbe avuto un senso e si sarebbe mutato a suo favore: Agua arriba, l’acqua che in natura scende, sarebbe salita verso l’alto.

La vita e la dottrina di Teresa di Gesù Bambino posseggono un tutt’altro profumo. La giovane normanna non fondò, non disseminò il mondo di carmeli, ma non appartenne alle “sepolte vive”.

Teresa — che si sente un piccolo fiore o un piccolo uccellino — entrata giovanissima nel Carmelo di Lisieux, si lasciò condurre a scoperte interiori che avrebbero rivoluzionato la teologia, abbattendo l’immagine di un Dio irato e pronto a colpire e svelando il Volto di Padre, ricco di misericordia. Così l’esistenza di chi l’avrebbe incrociata sul proprio cammino ne sarebbe stata trasformata.

Nella sua ricca e semplice simbologia Teresa diverrà una rosa primaverile, colta nel suo sbocciare e sfogliata per amore, bianca colomba che punterà dritta verso il cielo, ma dovrà percorrere il “buco nero” mentre per lei, gravemente ammalata, si avvicinava la fine.

Si scoprirà contemporanea alla cosiddetta “macchia oscura” dell’incredulità che dilagava e acquistava peso, non solo nelle opere letterarie e poetiche ma anche nelle coscienze delle persone comuni. Aria pervasiva, che si respirava semplicemente vivendo.

Accogliendo su di sé il buio, si lasciò trasformare in un’eco creante: persona colpita dall’ateismo e dal nulla più pesante che seppe trasfigurare e donare nel più puro amore.

Quella via scoperta da Teresa, detta «piccola via», può così incarnarsi e insinuarsi nella storia dell’umanità per diventare faro di luce.

di Cristiana Dobner

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19 marzo 2019

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