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Le donne in Sud Sudan

Perché nei conflitti armati, come in Sud Sudan, si attaccano le donne? Anyeth D’Awol lo spiega: «La violenza legata al conflitto armato appare quando c’è un sistema di genere basato sulla discriminazione. Alle morti e agli stupri si risponde con altre morti e altri stupri come vendetta, quando si sa che non ci sarà altra giustizia. Gli autori della violenza cercano di distruggere tutto, il nostro futuro e la nostra storia: le vittime vanno dalle bambine piccole alle anziane di ottant’anni. Si usa la brutalità per assicurare che il dolore sia profondo, affinché duri per sempre e non si possa mai dimenticare. La violenza sessuale si sta infliggendo in una misura mai vista prima, superando i livelli di brutalità delle guerre precedenti. A molte viene fatto scegliere tra lo stupro o la morte. Quelle che rifiutano lo stupro vengono penetrate con pali, fucili e altri oggetti finché muoiono dissanguate. Quelle che scelgono lo stupro vengono violentate da gruppi e neanche loro sopravvivono».

Vi è poi la testimonianza di una religiosa sulle donne di Leer: «Nel mese in cui abbiamo vissuto la guerra, sono state sempre le donne a dover scappare per salvare la vita ai propri figli, in condizioni in cui sembrava impossibile poter sopravvivere. Durante l’attacco numerose donne sono state violentate, e le bambine venivano a rifugiarsi nella nostra casa. Gli assalitori arrivavano ad aprire il ventre delle donne incinte per estrarre il bambino».

Le donne nei campi parlano della sofferenza e della violenza, dei mariti e dei figli morti o dai quali sono state separate, della mancanza di cibo, di acqua, di medicine, di luoghi sicuri per educare i figli, delle malattie e della morte. E parlano anche loro di anelito di pace.

L’uso dello stupro come arma di guerra nei campi di sfollati interni è stato riconosciuto come la situazione più atroce di cui è stata testimone in trent’anni di lavoro Zainab Hawa Bangura, la rappresentante delle Nazioni Unite per la violenza sessuale in situazioni di conflitto armato afferma: «Le persone trasferite nei campi affrontano una situazione d’insicurezza cronica, condizioni di vita inimmaginabili, seri problemi di protezione e una violenza sessuale senza freni. Il cibo offerto nei campi è insufficiente, per cui le donne devono uscire per andare a cercare la legna per cucinare, attraversando diversi controlli dell’esercito, dove vengono sistematicamente violentate. Gli uomini non escono dal campo, devono scegliere tra la propria vita e quella della loro famiglia. Se esco dal campo — pensano — mi uccidono, perciò mando o mia moglie, o mia figlia o mia madre, perché il massimo che possono fare loro è violentarle. Ma almeno torneranno vive».

Commettendo le peggiori atrocità contro le donne, s’inviano chiari messaggi agli uomini: è il modo per punirli. Così le donne e le bambine diventano uno strumento per distruggere famiglie e comunità. Vittime e operatori sanitari raccontano storie di stupri di gruppo, di sequestri, di schiavitù sessuale e di matrimoni forzati. Questi sono crimini contro l’umanità che devono essere perseguiti nei tribunali sia nazionali sia internazionali. Oltre agli stupri, le donne sfollate nei campi subiscono la violenza domestica.

I matrimoni forzati delle bambine servono come fonte di risorse familiari e come misura di protezione o controllo da parte dei padri. Quelle che sopravvivono sono tre volte vittime: della violenza, dell’intimidazione o impunità se la denunciano, e del matrimonio forzato per sistemare la situazione secondo la cultura tradizionale.

Che cosa fa la Chiesa di fronte a tutto ciò? Attraverso laici impegnati, sacerdoti diocesani, religiosi, e soprattutto religiose, la Chiesa locale lavora assistendo le vittime nei campi di sfollati e, mediante programmi per superare i traumi e favorire la riconciliazione, si reca nei luoghi dove sono fuggite le loro comunità.

Le storie sono terrificanti e lasciano ferite indelebili. Si cerca di aiutare le vittime a superarle e a conviverci in modo da divenire a loro volta capaci di sanare se stesse e gli altri; molti sacerdoti e religiosi devono partecipare a questi programmi per riprendersi.

Le Chiese lavorano direttamente con le donne, riuscendo a fare scoprire loro la propria dignità e i propri diritti. «Oggi è la giornata della mia indipendenza, ho scoperto che le donne hanno dignità e che sono fatta a immagine di Dio. Non è vero che non valgo nulla» afferma una delle donne vittima di violenze.

di Yudith Pereira Rico

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08 dicembre 2019

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