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Le donne nella vita della Chiesa

· Nel colloquio di Papa Francesco con le superiore generali ·

Pubblichiamo la trascrizione del colloquio di Papa Francesco con le partecipanti alla plenaria dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg), ricevute la mattina del 12 maggio nell’aula Paolo VI. Un lungo e cordiale incontro, che ha offerto al Pontefice l’occasione per approfondire alcune questioni di grande attualità. Vasta, com’era prevedibile, l’eco suscitata in tutto il mondo dalle parole del Papa, la cui intenzione è rafforzare il ruolo delle donne nella Chiesa. Alcune affermazioni sono state, in non pochi casi, enfatizzate da interpretazioni infondate, soprattutto sul diaconato femminile. A questo proposito il Pontefice ha affermato l’utilità di proseguire gli studi attraverso l’istituzione di un’apposita commissione. Come appare con evidenza dalla trascrizione del colloquio, e come ha sottolineato in un tweet l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato: il Papa «pensa a una commissione. Non affrettiamo le conclusioni!».

[La prima domanda è relativa a un migliore inserimento delle donne nella vita della Chiesa] Papa Francesco, lei ha detto che «il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita della Chiesa e della società», e tuttavia le donne sono escluse dai processi decisionali nella Chiesa, soprattutto ai più alti livelli, e dalla predicazione nell’Eucaristia. Un importante impedimento all’abbraccio pieno della Chiesa del «genio femminile» è il legame che sia i processi decisionali che la predicazione hanno con l’ordinazione sacerdotale. Lei vede un modo per separare dall’ordinazione sia i ruoli di leadership che la predicazione all’Eucaristia, in modo che la nostra Chiesa possa essere più aperta a ricevere il genio delle donne, in un futuro molto prossimo?

Sono varie cose qui che dobbiamo distinguere. La domanda è legata alla funzionalità, è legata molto alla funzionalità, mentre il ruolo della donna va oltre. Ma io adesso rispondo alla domanda, poi parliamo... Ho visto che ci sono altre domande che vanno oltre.

È vero che le donne sono escluse dai processi decisionali nella Chiesa: escluse no, ma è molto debole l’inserimento delle donne lì, nei processi decisionali. Dobbiamo andare avanti. Per esempio — davvero io non vedo difficoltà — credo che nel Pontificio Consiglio Giustizia e Pace chi porta avanti la segreteria sia una donna, una religiosa. È stata proposta un’altra e io l’ho nominata, ma lei ha preferito di no, perché doveva andare da un’altra parte a fare altri lavori della sua Congregazione. Si deve andare oltre, perché per tanti aspetti dei processi decisionali non è necessaria l’ordinazione. Non è necessaria. Nella riforma della Cost. ap. Pastor Bonus, a proposito dei Dicasteri, quando non c’è la giurisdizione che viene dall’ordinazione — cioè la giurisdizionale pastorale — non si vede scritto che può essere una donna, non so se capo dicastero, ma... Per esempio per i migranti: al dicastero per i migranti una donna potrebbe andare. E quando c’è necessità — adesso che i migranti entrano in un dicastero — della giurisdizione, sarà il Prefetto a dare questo permesso. Ma nell’ordinario può andare, nell’esecuzione del processo decisionale. Per me è molto importante l’elaborazione delle decisioni: non soltanto l’esecuzione, ma anche l’elaborazione, e cioè che le donne, sia consacrate sia laiche, entrino nella riflessione del processo e nella discussione. Perché la donna guarda la vita con occhi propri e noi uomini non possiamo guardarla così. È il modo di vedere un problema, di vedere qualsiasi cosa, in una donna è diverso rispetto a quello che è per l’uomo. Devono essere complementari, e nelle consultazioni è importante che ci siano le donne.

Io ho avuto l’esperienza a Buenos Aires di un problema: vedendolo con il Consiglio presbiterale — quindi tutti uomini — era ben trattato; poi, il vederlo con un gruppo di donne religiose e laiche ha arricchito tanto, tanto, e favorito la decisione con una visione complementare. È necessario, è necessario questo! E penso che dobbiamo andare avanti, su questo poi il processo decisionale vedrà.

C’è poi il problema della predicazione nella Celebrazione Eucaristica. Non c’è alcun problema che una donna — una religiosa o una laica — faccia la predica in una Liturgia della Parola. Non c’è problema. Ma nella Celebrazione Eucaristica c’è un problema liturgico-dogmatico, perché la celebrazione è una — la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica, è un’unità — e Colui che la presiede è Gesù Cristo. Il sacerdote o il vescovo che presiede lo fa nella persona di Gesù Cristo. È una realtà teologico-liturgica. In quella situazione, non essendoci l’ordinazione delle donne, non possono presiedere. Ma si può studiare di più e spiegare di più questo che molto velocemente e un po’ semplicemente ho detto adesso.

Invece nella leadership non c’è problema: in quello dobbiamo andare avanti, con prudenza, ma cercando le soluzioni...

Ci sono due tentazioni qui, dalle quali dobbiamo guardarci.

La prima è il femminismo: il ruolo della donna nella Chiesa non è femminismo, è diritto! È un diritto di battezzata con i carismi e i doni che lo Spirito ha dato. Non bisogna cadere nel femminismo, perché questo ridurrebbe l’importanza di una donna. Io non vedo, in questo momento, un grande pericolo riguardo a questo tra le religiose. Non lo vedo. Forse una volta, ma non in genere non c’è.

L’altro pericolo, che è una tentazione molto forte e ne ho parlato parecchie volte, è il clericalismo. E questo è molto forte. Pensiamo che oggi più del 60 per cento delle parrocchie — delle diocesi non so, ma solo un po’ meno — non hanno il consiglio per gli affari economici e il consiglio pastorale. Questo cosa vuol dire? Che quella parrocchia e quella diocesi è guidata con uno spirito clericale, soltanto dal prete, che non attua quella sinodalità parrocchiale, quella sinodalità diocesana, che non è una novità di questo Papa. No! È nel Diritto Canonico, è un obbligo che ha il parroco di avere il consiglio dei laici, per e con laici, laiche e religiose per la pastorale e per gli affari economici. E questo non lo fanno. E questo è il pericolo del clericalismo oggi nella Chiesa. Dobbiamo andare avanti e togliere questo pericolo, perché il sacerdote è un servitore della comunità, il vescovo è un servitore della comunità, ma non è il capo di una ditta. No! Questo è importante. In America Latina, per esempio, il clericalismo è molto forte, molto marcato. I laici non sanno che cosa fare, se non domandano al prete... È molto forte. E per questo la consapevolezza del ruolo dei laici in America Latina è molto in ritardo. Si è salvato un po’ di questo solo nella pietà popolare: perché il protagonista è il popolo e il popolo ha fatto le cose come venivano; e ai preti quell’aspetto non interessava tanto, e qualcuno non vedeva di buon occhio questo fenomeno della pietà popolare. Ma il clericalismo è un atteggiamento negativo. Ed è complice, perché si fa in due, come il Tango che si balla in due... Cioè: il sacerdote che vuole clericalizzare il laico, la laica, il religioso e la religiosa, il laico che chiede per favore di essere clericalizzato, perché è più comodo. È curioso questo. Io, a Buenos Aires, ho avuto questa esperienza tre o quattro volte: un parroco bravo, che viene e mi dice “Sa, io ho un laico bravissimo in parrocchia: fa questo, fa questo, sa organizzare, si dà da fare, è davvero un uomo di valore... Lo facciamo diacono?”. Cioè: lo “clericalizziamo?”. “No! Lascia che rimanga laico. Non farlo diacono”. Questo è importante. A voi succede questo, che il clericalismo tante volte vi frena nello sviluppo lecito della cosa.

Io chiederò — e forse alla Presidente lo farò arrivare — alla Congregazione per il Culto che spieghi bene, in modo approfondito, quello che ho detto un po’ leggermente sulla predicazione nella Celebrazione Eucaristica. Perché non ho la teologia e la chiarezza sufficiente per spiegarlo adesso. Ma bisogna distinguere bene: una cosa è la predicazione in una Liturgia della Parola, e questo si può fare; altra cosa è la Celebrazione eucaristica, qui c’è un altro mistero. È il Mistero di Cristo presente e il sacerdote o il vescovo che celebrano in persona Christi.

Per la leadership è chiaro... Sì credo che questa possa essere la mia risposta in generale alla prima domanda. Vediamo la seconda.

[La seconda domanda è sul ruolo delle donne consacrate nella Chiesa] Le donne consacrate lavorano già tanto con i poveri e con gli emarginati, insegnano la catechesi, accompagnano i malati e i moribondi, distribuiscono la comunione, in molti Paesi guidano le preghiere comuni in assenza di sacerdoti e in quelle circostanze pronunciano l’omelia. Nella Chiesa c’è l’ufficio del diaconato permanente, ma è aperto solo agli uomini, sposati e non. Cosa impedisce alla Chiesa di includere le donne tra i diaconi permanenti, proprio come è successo nella Chiesa primitiva? Perché non costituire una commissione ufficiale che possa studiare la questione? Ci può fare qualche esempio di dove lei vede la possibilità di un migliore inserimento delle donne e delle donne consacrate nella vita della Chiesa?

Questa domanda va nel senso del “fare”: le donne consacrate lavorano già tanto con i poveri, fanno tante cose... nel “fare”. E tocca il problema del diaconato permanente. Qualcuno potrà dire che le “diaconesse permanenti” nella vita della Chiesa sono le suocere [ride, ridono]. In effetti questo c’è nell’antichità: c’era un inizio... Io ricordo che era un tema che mi interessava abbastanza quando venivo a Roma per le riunioni, e alloggiavo alla Domus Paolo VI; lì c’era un teologo siriano, bravo, che ha fatto l’edizione critica e la traduzione degli Inni di Efrem il Siro. E un giorno gli ho domandato su questo, e lui mi ha spiegato che nei primi tempi della Chiesa c’erano alcune “diaconesse”. Ma che cosa sono queste diaconesse? Avevano l’ordinazione o no? Ne parla il Concilio di Calcedonia (451), ma è un po’ oscuro. Qual era il ruolo delle diaconesse in quei tempi? Sembra — mi diceva quell’uomo, che è morto, era un bravo professore, saggio, erudito — sembra che il ruolo delle diaconesse fosse per aiutare nel battesimo delle donne, l’immersione, le battezzavano loro, per il decoro, anche per fare le unzioni sul corpo delle donne, nel battesimo. E anche una cosa curiosa: quando c’era un giudizio matrimoniale perché il marito picchiava la moglie e questa andava dal vescovo a lamentarsi, le diaconesse erano le incaricate di vedere i lividi lasciati sul corpo della donna dalle percosse del marito e informare il vescovo. Questo, ricordo. Ci sono alcune pubblicazioni sul diaconato nella Chiesa, ma non è chiaro come fosse stato. Credo che chiederò alla Congregazione per la Dottrina della Fede che mi riferiscano circa gli studi su questo tema, perché io vi ho risposto soltanto in base a quello che avevo sentito da questo sacerdote che era un ricercatore erudito e valido, sul diaconato permanente. E inoltre vorrei costituire una commissione ufficiale che possa studiare la questione: credo che farà bene alla Chiesa chiarire questo punto; sono d’accordo, e parlerò per fare una cosa di questo genere.

Poi dite: “Siamo d’accordo con lei, Santo Padre, che ha più volte riportato la necessità di un ruolo più incisivo delle donne nelle posizioni decisionali nella Chiesa”. Questo è chiaro. “Ci può fare qualche esempio di dove Lei vede la possibilità di un migliore inserimento delle donne e delle donne consacrate nella vita della Chiesa?”. Dirò una cosa che viene dopo, perché ho visto che c’è una domanda generale. Nelle consultazioni della Congregazione per i religiosi, nelle assemblee, le consacrate devono andare: questo è sicuro. Nelle consultazioni sui tanti problemi che vengono presentati, le consacrate devono andare. Un’altra cosa: un migliore inserimento. Al momento non mi vengono in mente cose concrete, ma sempre quello che ho detto prima: cercare il giudizio della donna consacrata, perché la donna vede le cose con una originalità diversa da quella degli uomini, e questo arricchisce: sia nella consultazione, sia nella decisione, sia nella concretezza.

Questi lavori che voi fate con i poveri, gli emarginati, insegnare la catechesi, accompagnare i malati e i moribondi, sono lavori molti “materni”, dove la maternità della Chiesa si può esprimere di più. Ma ci sono uomini che fanno lo stesso, e bene: consacrati, ordini ospedalieri... E questo è importante.

Dunque, sul diaconato, sì, accetto e mi sembra utile una commissione che chiarisca bene questo, soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa.

Riguardo a un migliore inserimento, ripeto quello che ho detto prima.

Se c’è qualcosa da concretizzare, domandatelo adesso: su questo che ho detto, c’è qualche domanda in più, che mi aiuti a pensare? Avanti...

[La terza domanda è sul ruolo dell’Unione internazionale delle superiore generali] Che ruolo potrebbe avere l’Uisg, in modo che possa avere una parola nel pensiero della Chiesa, una parola che sia ascoltata, dal momento che porta con sé la voce di duemila istituti di religiose? Come è possibile che molto spesso veniamo dimenticate e non rese partecipi, per esempio dell’assemblea generale della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, lì dove si parla della vita consacrata? Può la Chiesa permettersi di continuare a parlare di noi, invece di parlare con noi?

Suor Teresina abbia un po’ di pazienza, perché mi è venuto in mente quello che era sfuggito dell’altra domanda, su “che cosa può fare la vita consacrata femminile?”. È un criterio che voi dovete rivedere, che anche la Chiesa deve rivedere. Il vostro lavoro, il mio e quello di tutti noi, è di servizio. Ma io, tante volte, trovo donne consacrate che fanno un lavoro di servitù e non di servizio. È un po’ difficile da spiegare, perché non vorrei che si pensasse a casi concreti, che forse sarebbe un cattivo pensiero, perché nessuno conosce bene le circostanze. Ma pensiamo a un parroco, un parroco che per sicurezza immaginiamo: “No, no, la mia canonica è in mano a due suore” — “E sono loro che gestiscono?” — “Sì, sì!” — “E cosa fanno di apostolato, catechesi?” — “No, no, soltanto quello!”. No! Questo è servitù! Mi dica, signor parroco, se nella sua città non ci sono donne brave, che hanno bisogno di lavoro. Ne prenda una, due, che facciano quel servizio. Queste due suore, che vadano nelle scuole, nei quartieri, con gli ammalati, con i poveri. Questo è il criterio: lavoro di servizio e non di servitù! E quando, a voi Superiore, chiedono una cosa che è più di servitù che di servizio, siate coraggiose nel dire “no”. Questo è un criterio che aiuta parecchio, perché quando si vuole che una consacrata faccia un lavoro di servitù, si svaluta la vita e la dignità di quella donna. La sua vocazione è il servizio: servizio alla Chiesa, ovunque sia. Ma non servitù!

Ecco, adesso [rispondo a] Teresina: “Qual è, secondo lei, il posto della vita religiosa apostolica femminile all’interno della Chiesa? Che cosa mancherebbe alla Chiesa se non ci fossero più le religiose?”. Mancherebbe Maria il giorno di Pentecoste! Non c’è Chiesa senza Maria! Non c’è Pentecoste senza Maria! Ma Maria era lì, non parlava forse... Questo l’ho detto, ma mi piace ripeterlo. La donna consacrata è una icona della Chiesa, è un’icona di Maria. Il prete, il sacerdote, non è icona della Chiesa; non è icona di Maria: è icona degli apostoli, dei discepoli che sono inviati a predicare. Ma non della Chiesa e di Maria. Quando dico questo voglio farvi riflettere sul fatto che “la” Chiesa è femminile; la Chiesa è donna: non è “il” Chiesa, è “la” Chiesa. Ma è una donna sposata con Gesù Cristo, ha il suo Sposo, che è Gesù Cristo. E quando un vescovo è scelto per una diocesi, il vescovo — in nome di Cristo — sposa quella Chiesa particolare. La Chiesa è donna! E la consacrazione di una donna la fa icona proprio della Chiesa e icona della Madonna. E questo noi uomini non possiamo farlo. Questo vi aiuterà ad approfondire, da questa radice teologica, un ruolo grande nella Chiesa. E questo vorrei che non sfuggisse.

Mi trovo totalmente d’accordo [sulla conclusione della terza domanda]. La Chiesa: la Chiesa siete voi, siamo tutti. La gerarchia — diciamo — della Chiesa deve parlare di voi, ma prima e nel momento deve parlare con voi! Questo è sicuro. Nell’Assemblea della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica voi dovete essere presenti. Sì, sì! Io questo lo dirò al Prefetto: nell’Assemblea voi dovete essere presenti! È chiaro, perché parlare di un assente non è neanche evangelico: deve poter sentire, ascoltare che cosa si pensa, e poi facciamo insieme. Sono d’accordo. Io non immaginavo tanto distacco, davvero. E grazie di averlo detto così coraggiosamente e con quel sorriso.

Mi permetto una battuta. Lei lo ha fatto con quel sorriso, che in Piemonte si dice il sorriso della mugna quacia [con una faccia ingenua]. Brava! Sì, voi avete ragione in questo. Credo che sia facile riformare, io ne parlerò con il Prefetto. “Ma questa Assemblea generale non parlerà delle suore, parlerà di un’altra cosa...” – “È necessario sentire le suore perché hanno un’altra visione della cosa”. È quello che avevo detto prima: è importante che siate sempre inserite... Vi ringrazio della domanda.

Qualche chiarimento riguardo a questo? Qualcosa di più? È chiaro?

Ricordate bene questo: cosa mancherebbe alla Chiesa se le religiose non esistessero? Mancherebbe Maria nel giorno di Pentecoste. La religiosa è icona della Chiesa e di Maria; e la Chiesa è femminile, sposata da Gesù Cristo.

[La quarta domanda riguarda gli ostacoli che si incontrano come donne consacrate all’interno della Chiesa] Carissimo Santo Padre, molti istituti stanno affrontando la sfida di portare novità nella forma di vita e nelle strutture rivedendo le costituzioni. Questo si sta rivelando difficile, perché ci ritroviamo bloccate dal diritto canonico. Lei prevede cambiamenti nel diritto canonico, in modo da facilitare questa novità? Inoltre i giovani oggi hanno difficoltà a pensare ad un impegno permanente, sia nel matrimonio che nella vita religiosa. Potremmo essere aperte a impegni temporanei? E un altro aspetto: svolgendo il nostro ministero in solidarietà con i poveri e gli emarginati, veniamo spesso erroneamente considerate come attiviste sociali o come se prendessimo posizioni politiche. Alcune autorità ecclesiali vorrebbero che fossimo più mistiche e meno apostoliche. Quale valore viene dato alla vita consacrata apostolica e in particolare alle donne, da alcune parti della Chiesa gerarchica?

Primo: i cambiamenti che si devono fare per assumere le nuove sfide. Lei ha parlato di novità, novità nel senso positivo, se ho capito bene, cose nuove che vengono... E la Chiesa è maestra in questo, perché ha dovuto cambiare tanto, tanto, tanto nella storia. Ma in ogni cambiamento ci vuole il discernimento, e non si può fare discernimento senza preghiera. Come si fa il discernimento? La preghiera, il dialogo, poi il discernimento in comune. Bisogna chiedere il dono del discernimento, di saper discernere. Per esempio, un imprenditore deve fare cambiamenti nella sua ditta: lui valuta con concretezza, e quello che la sua coscienza gli dice, lo fa. Nella nostra vita, c’entra un altro personaggio: lo Spirito Santo. E per fare un cambiamento, dobbiamo valutare tutte le circostanze concrete, questo è vero, ma per entrare in un processo di discernimento con lo Spirito Santo ci vogliono preghiera, dialogo e discernimento comune. Credo che su questo punto noi non siamo ben formati — quando dico “noi” parlo anche dei sacerdoti — nel discernimento delle situazioni, e dobbiamo cercare di avere esperienze e anche cercare qualche persona che ci spieghi bene come si fa il discernimento: un buon padre spirituale che conosca bene queste cose e ci spieghi, che non è un semplice “pro e contro”, fare la somma, e avanti. No, è qualcosa di più. Ogni cambiamento che si deve fare, richiede di entrare in questo processo di discernimento. E questo vi darà più libertà, più libertà! Il Diritto Canonico: ma non c’è nessun problema. Il Diritto Canonico nel secolo scorso è stato cambiato — se non sbaglio — due volte: nel 1917 e poi sotto san Giovanni Paolo II. Piccoli cambiamenti si possono fare, si fanno. Questi invece sono stati due cambiamenti di tutto il Codice. Il Codice è un aiuto disciplinare, un aiuto per la salvezza delle anime, per tutto questo: è l’aiuto giuridico della Chiesa per i processi, tante cose, ma che nel secolo scorso due volte, è stato totalmente cambiato, rifatto. E così si possono cambiare delle parti. Due mesi fa è arrivata una richiesta di cambiare un canone, non ricordo bene... Ho fatto fare lo studio e il Segretario di Stato ha fatto le consultazioni e tutti erano d’accordo che sì, questo si doveva cambiare per il maggior bene, ed è cambiato. Il Codice è uno strumento, questo è molto importante. Ma insisto: mai fare un cambiamento senza fare un processo di discernimento, personale e comunitario. E questo vi darà libertà, perché mettete lì, nel cambiamento, lo Spirito Santo. È questo che ha fatto san Paolo, san Pietro stesso, quando ha sentito che il Signore lo spingeva a battezzare i pagani. Quando noi leggiamo il libro degli Atti degli Apostoli, ci meravigliamo di tanto cambiamento, tanto cambiamento... È lo Spirito! Interessante, questo: nel libro degli Atti degli Apostoli, i protagonisti non sono gli apostoli, è lo Spirito. “Lo Spirito costrinse a fare quello”; “lo Spirito disse a Filippo: vai là e là, trova il ministro dell’economia e battezzalo”; “Lo Spirito fa”, “lo Spirito dice: no, qui non venite”... È lo Spirito. È lo Spirito che ha dato il coraggio agli apostoli per fare questo cambiamento rivoluzionario di battezzare i pagani senza fare la strada della catechesi ebraica o delle prassi ebraiche. È interessante: nei primi capitoli c’è la Lettera che gli apostoli, dopo il Concilio di Gerusalemme, inviano ai pagani convertiti. Raccontano tutto quello che hanno fatto: “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso questo”. Questo è un esempio di discernimento che hanno fatto. Ogni cambiamento, fatelo così, con lo Spirito Santo. Cioè: discernimento, preghiera e anche valutazione concreta delle situazioni.

E per il Codice non c’è problema, questo è uno strumento.

Riguardo all’impegno permanente dei giovani. Noi viviamo in una “cultura del provvisorio”. Mi raccontava un vescovo, tempo fa che era andato da lui un giovane universitario, che aveva finito l’università, 23/24 anni, e gli aveva detto: “Io vorrei diventare sacerdote, ma solo per dieci anni”. È la cultura del provvisorio. Nei casi matrimoniali è così. “Io ti sposo finché dura l’amore e poi ciao”. Ma l’amore inteso in senso edonistico, nel senso di questa cultura di oggi. Ovviamente questi matrimoni sono nulli, non sono validi. Non hanno coscienza della perpetuità di un impegno. Nei matrimoni è così. Nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia leggete la problematica, è nei primi capitoli, e leggete come preparare il matrimonio. Mi diceva una persona: “Io questo non lo capisco: per diventare prete dovete studiare, prepararvi per otto anni, più o meno. E poi, se la cosa non va, o se ti innamori di una bella ragazza, la Chiesa ti permette: vai, sposati, incomincia un’altra vita. Per sposarsi — che è per tutta la vita, che è “per” la vita — la preparazione in tante diocesi sono tre, quattro conferenze... Ma questo non va! Come può un parroco firmare che questi sono preparati al matrimonio, con questa cultura del provvisorio, con quattro spiegazioni soltanto? È un problema molto serio. Nella vita consacrata, a me sempre ha colpito — positivamente — l’intuizione di san Vincenzo de Paoli: lui ha visto che le Suore della Carità dovevano fare un lavoro così forte, così “pericoloso”, proprio in frontiera, che ogni anno devono rinnovare i voti. Soltanto per un anno. Ma lo aveva fatto come carisma, non come cultura del provvisorio: per dare libertà. Io credo che nella vita consacrata i voti temporanei facilitino questo. E, non so, voi vedete, ma io sarei piuttosto favorevole forse di prolungare un po’ i voti temporanei, per questa cultura del provvisorio che hanno i giovani oggi: e... prolungare il fidanzamento prima di fare il matrimonio! Questo è importante.

[Ora il Papa risponde a una parte della domanda che non è stata letta ma era scritta]

Le richieste di soldi nelle nostre Chiese locali. Il problema dei soldi è un problema molto importante, sia nella vita consacrata, sia nella Chiesa diocesana. Non dobbiamo mai dimenticare che il diavolo entra “per le tasche”: sia per le tasche del vescovo, sia per le tasche della Congregazione. Questo tocca il problema della povertà, ne parlerò dopo. Ma l’avidità di denaro è il primo scalino per la corruzione di una parrocchia, di una diocesi, di una Congregazione di vita consacrata, è il primo scalino. Credo che fosse a questo proposito: il pagamento per i sacramenti. Guardate, se qualcuno vi chiede questo, denunciate il fatto. La salvezza è gratuita. Dio ci ha inviato gratuitamente; la salvezza è come uno “spreco di gratuità”. Non c’è salvezza a pagamento, non ci sono sacramenti a pagamento. È chiaro questo? Io conosco, ho visto nella mia vita corruzione in questo. Ricordo un caso, appena nominato vescovo, avevo la zona più povera di Buenos Aires: è divisa in quattro vicariati. Lì c’erano tanti migranti dei Paesi americani, e succedeva che quando venivano a sposarsi i parroci dicevano: “Questa gente non ha il certificato di battesimo”. E quando lo richiedevano nel loro paese dicevano loro: “Sì, ma manda prima 100 dollari — ricordo un caso — e poi te lo invio”. Ho parlato con il cardinale, il cardinale ha parlato con il vescovo del posto... Ma nel frattempo la gente poteva sposarsi senza il certificato di battesimo, con il giuramento dei genitori o dei padrini. E questo è il pagamento, non solo del sacramento ma dei certificati. Ricordo una volta a Buenos Aires che è andato un giovane, che doveva sposarsi, alla parrocchia per chiedere il nulla osta per sposarsi in un’altra: è un mezzo semplice. Gli ha detto la segretaria: “Sì, passi domani, venga domani che ci sarà, e questo costa tanto”: una bella somma. Ma è un servizio: è soltanto constatare i dati e riempire. E lui — questo è un avvocato, giovane, bravo, molto fervente, molto buon cattolico — è venuto da me: “Adesso cosa faccio?” — “Vai domani e dille che hai inviato l’assegno all’arcivescovo, e che l’arcivescovo le darà l’assegno”. Il commercio dei soldi.

Ma qui tocchiamo un problema serio, che è il problema della povertà. Io vi dico una cosa: quando un istituto religioso — e questo vale anche per altre situazioni —, ma quando un istituto religioso si sente morire, sente che non ha capacità di attirare nuovi elementi, sente che forse è passato il tempo per il quale il Signore aveva scelto quella Congregazione, la tentazione è l’avidità. Perché? Perché pensano: “Almeno abbiamo i soldi per la nostra vecchiaia”. Questo è grave. E qual è la soluzione che dà la Chiesa? L’unione di vari istituti con carismi che si assomigliano, e andare avanti. Ma mai, mai il denaro è una soluzione per i problemi spirituali. È un aiuto necessario, ma tanto quanto. Sant’Ignazio diceva, sulla povertà, che è “madre” e “muro” della vita religiosa. Ci fa crescere nella vita religiosa come madre, e la custodisce. E si incomincia la decadenza quando manca la povertà. Ricordo, nell’altra diocesi, quando un collegio di suore molto importante doveva rifare la casa delle suore perché era vecchia, si doveva rifare; e hanno fatto un bel lavoro. Hanno fatto un bel lavoro. Ma in quei tempi — sto parlando dell’anno 1993, 1994 più o meno — dicevano: “Facciamo tutte le comodità, la stanza con il bagno privato, e tutto, e anche il televisore...”. In quel collegio, che era tanto importante, dalle 2 alle 4 del pomeriggio tu non trovavi una suora in collegio: erano tutte in stanza a guardare la telenovela! Perché è mancanza di povertà, e questo ti porta alla vita comoda, alle fantasie... È un esempio, forse è l’unico nel mondo, ma per capire il pericolo della troppa comodità, della mancanza di povertà o di una certa austerità.

[Altra parte della domanda non letta ma scritta]: Le religiose non ricevono uno stipendio per i servizi che svolgono, come lo ricevono i preti. Come possiamo dimostrare un volto attraente della nostra sussistenza? Come possiamo trovare le risorse finanziare necessarie per compiere la nostra missione?.

Vi dirò due cose. Prima: vedere come è il carisma, l’interno del vostro carisma — ognuno ha il proprio — e qual è il posto della povertà, perché ci sono congregazioni che esigono una vita di povertà molto, molto forte; altre, non tanto, e tutte e due approvate dalla Chiesa. Cercare la povertà secondo il carisma. Poi: i risparmi. È prudenza avere un risparmio; è prudenza avere una buona amministrazione, forse con qualche investimento, quello è prudente: per le case di formazione, per portare avanti le opere povere, portare avanti scuole per i poveri, portare avanti i lavori apostolici... Una fondazione della propria congregazione: questo lo si deve fare. E come la ricchezza può far male e corrompere la vocazione, la miseria pure. Se la povertà diventa miseria, anche questo fa male. Lì si vede la prudenza spirituale della comunità nel discernimento comune: l’economa informa, tutti parlano, sì è troppo, non è troppo... Quella prudenza materna. Ma per favore, non lasciatevi ingannare dagli amici della congregazione, che poi vi “spenneranno” e vi toglieranno tutto. Ho visto tante case, o mi hanno raccontato altri, di suore che hanno perduto tutto perché si sono fidati di quel tale... “molto amico della congregazione”! Ci sono tanti furbi, tanti furbi. La prudenza è non consultare mai una sola persona: quando avete bisogno, consultare varie persone, diverse. L’amministrazione dei beni è una responsabilità molto grande, molto grande, nella vita consacrata. Se non avete il necessario per vivere, ditelo al vescovo. Dire a Dio: “Dacci oggi il nostro pane”, quello vero. Ma parlare col vescovo, con la Superiora generale, con la Congregazione per i religiosi. Per il necessario, perché la vita religiosa è un cammino di povertà, ma non è un suicidio! E questa è la sana prudenza. È chiaro questo?

E poi, dove ci sono conflitti per quello che le Chiese locali vi chiedono, bisogna pregare, discernere e avere il coraggio, quando si deve, di dire “no”; e avere la generosità, quando si deve, di dire “sì”. Ma voi vedete quanto è necessario il discernimento in ogni caso!

Mentre svolgiamo il nostro ministero, rimaniamo solidali con i poveri e gli emarginati, veniamo spesso erroneamente considerate come attiviste sociali o come se prendessimo posizioni politiche. Alcune autorità ecclesiali guardano negativamente al nostro ministero, sottolineando che dovremmo essere più concentrate su una forma di vita mistica. In queste circostanze, come possiamo vivere la nostra vocazione profetica?

Sì. Tutte le religiose, tutte le consacrate devono vivere misticamente, perché il vostro è uno sposalizio; la vostra è una vocazione di maternità, è una vocazione di essere al posto della Madre Chiesa e della Madre Maria. Ma quelli che vi dicono questo, pensano che essere mistico è essere una mummia, sempre così pregando... No, no. Si deve pregare e lavorare secondo il proprio carisma; e quando il carisma ti porta ad andare avanti con i rifugiati, con i poveri tu devi farlo, e ti diranno “comunista”: è il meno che ti diranno. Ma devi farlo. Perché il carisma ti porta a questo. In Argentina, ricordo una suora: è stata provinciale della sua congregazione. Una brava donna, e lavora ancora... ha quasi la mia età, sì. E lavora contro i trafficanti di giovani, di persone. Io ricordo, nel governo militare in Argentina, volevano mandarla in carcere, facevano pressione sull’arcivescovo, facevano pressione sulla superiora provinciale, prima che lei stessa diventasse provinciale, “perché questa donna è comunista”. E questa donna ha salvato tante ragazze, tante ragazze! E sì, è la croce. Di Gesù che cosa hanno detto? Che era Belzebù, che aveva il potere di Belzebù. La calunnia, siate preparate. Se fate il bene, con preghiera, davanti a Dio, assumendo tutte le conseguenze del vostro carisma e andate avanti, preparatevi per la diffamazione e la calunnia, perché il Signore ha scelto questa via per Sé! E noi, vescovi, dobbiamo custodire queste donne che sono icona della Chiesa, quando fanno cose difficili e sono calunniate, e sono perseguitate. Essere perseguitati è l’ultima delle Beatitudini. Il Signore ci ha detto: “Beati voi quando sarete perseguitati, insultati” e tutte queste cose. Ma qui il pericolo può essere: “Io faccio la mia” — no, no: tu senti questo, ti perseguitano: parla. Con la tua comunità, con la tua superiora, parla con tutti, cerca consiglio, discerni: un’altra volta la parola. E questa religiosa della quale parlavo ora, un giorno l’ho trovata che piangeva, e diceva: “Guarda la lettera che ho ricevuto da Roma — non dirò da dove —: cosa devo fare?” — “Tu sei figlia della Chiesa?” — “Sì!” — “Tu vuoi obbedire alla Chiesa?” — “Sì!” — “Rispondi che tu sarai obbediente alla Chiesa, e poi va’ dalla tua superiora, va’ dalla tua comunità, va’ dal tuo vescovo — che ero io — e la Chiesa dirà cosa devi fare. Ma non una lettera che viene da 12.000 km”. Perché lì un amico dei nemici della suora aveva scritto, era stata calunniata. Coraggiose, ma con umiltà, discernimento, preghiera, dialogo.

Una parola di incoraggiamento a noi leader, che sopportiamo il peso della giornata.

Ma datevi anche un respiro! Il riposo, perché tante malattie vengono dalla mancanza di un sano riposo, riposo in famiglia... Questo è importante per sopportare il peso della giornata.

Voi menzionate qui anche le suore anziane e ammalate. Ma queste suore sono la memoria dell’istituto, queste suore sono quelle che hanno seminato, che hanno lavorato, e adesso sono paralitiche o molto malate o lasciate da parte. Queste suore pregano per l’Istituto. Questo è molto importante, che si sentano coinvolte nella preghiera per l’Istituto. Queste suore hanno anche un’esperienza tanto grande: chi più, chi meno. Ascoltarle! Andare da loro: “Mi dica, sorella, cosa pensa lei di questo, di questo?”. Che si sentano consultate e dalla loro saggezza uscirà un buon consiglio. State sicure.

Questo è quello che mi viene di dirvi. So che io sempre mi ripeto e dico le stesse cose, ma la vita è così... A me piace sentire le domande, perché mi fanno pensare e mi sento come il portiere, che sta lì, aspettando il pallone dove viene... Questo è buono e questo fate anche voi nel dialogo.

Queste cose che ho promesso di fare, le farò. E pregate per me, io prego per voi. E andiamo avanti. La nostra vita è per il Signore, per la Chiesa e per la gente, che soffre tanto e ha bisogno della carezza del Padre, tramite voi! Grazie!

Vi propongo una cosa: finiamo con la Madre. Ognuna di voi, nella propria lingua, preghi l’Ave Maria. Io la pregherò in spagnolo.

[Ave Maria...]

Dopo la benedizione:

E pregate per me, perché possa servire bene la Chiesa.

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24 maggio 2019

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