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Le donne
e il diamante liquido
in India

Si sta esaurendo l’acqua in uno dei sette Paesi più ricchi del mondo. L’India perde i suoi diamanti liquidi. Circa il 54 per cento dei suoi pozzi sotterranei e le riserve d’acqua di almeno 21 delle sue città, tra cui anche la capitale New Delhi e la popolosa Chennai, si svuoteranno entro il 2020, colpendo oltre 100 milioni di persone. Lo sostiene l’ente statale indiano The National Institution for Transforming India (Niti) che due mesi fa ha lanciato un allarme per gli oltre 600 milioni di abitanti che stanno affrontando uno «stress idrico estremo». E a pagare sono poveri e soprattutto le donne.

Ogni anno, circa 200 mila persone muoiono a causa della mancanza di acqua pulita. A giugno la Nasa ha rilevato che quasi il 65 per cento delle riserve d’acqua dell’India erano in via di esaurimento. La stagione monsonica, che da cinque anni segna un progressivo rallentamento, ha compromesso anche le piogge tropicali che avrebbero dovuto bagnare le aree nord orientali dell’India, tra ottobre e giugno scorsi. Così come hanno tardato anche i monsoni di questa stagione estiva che, oltre alla morsa delle temperature quotidiane più alte del normale, stanno compromettendo la naturale rigenerazione ambientale delle zone sud occidentali. In emergenza è di conseguenza anche il settore agricolo, vitale per il 70 per cento della popolazione, dove l’irrigazione dei campi sta trasformandosi in un lusso per pochi.

Un conto che, come ha sottolineato il presidente Narendra Modi a giugno commentando i dati della Niti, stanno saldando «i poveri», costretti a «sopportare il peso di sforzi insufficienti per la conservazione dell’acqua».

E da quando l’acqua pulita non scorre più naturalmente lungo i suoi corsi, provvedere a trasportarla attraverso il Paese spetta, in parte, al governo, in parte, alle società private, che hanno determinato un costante e vertiginoso aumento del prezzo dell’acqua. Fino a «900 rupie al mese», dichiara un abitante di un villaggio dello Stato del Maharashtra. Ovvero circa 13 dollari a fronte di un salario medio giornaliero che in India corrisponde a poco più di tre dollari e mezzo.

È proprio nel Maharashtra che sta andando diffondendosi, a causa della mancanza di acqua, una penosa pratica tra le lavoratrici del distretto di Beed. Costrette — dalle scarse prospettive di alternativa — a tagliare canna da zucchero per oltre 12 ore al giorno, si ritrovano ad affrontare dure giornate lavorative, dove oltre alla forza e alla resistenza è richiesta perseveranza estrema, a fronte di un settore agricolo sempre più in crisi data la scarsità di precipitazioni. Così, mortificate dalla totale assenza di servizi igienici e vincolate al proprio lavoro, molte di loro sono cadute vittime di medici che le hanno convinte a sottoporsi a un’operazione chirurgica per rimuovere l’utero. Nel periodo mestruale le contadine di Beed soffrono di dolori addominali esasperati dalla sete e dalla durezza del lavoro che minano i turni sfiancanti. L’isterectomia è dunque la drammatica soluzione che molti medici propongono per rimuovere definitivamente il dolore e la quantità di medicinali necessari per alleviarlo. Secondo i media indiani, oltre 4.500 giovani donne a Beed, negli ultimi tre anni, si sono sottoposte a isterectomia.

di Elena Pelloni

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20 settembre 2019

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