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Le disavventure
di un capolavoro

· «San Girolamo nel deserto» di Leonardo in mostra al Braccio di Carlo Magno ·

Pubblichiamo un testo del direttore dei Musei Vaticani che illustra la mostra dedicata al San Girolamo nel deserto di Leonardo, allestita in occasione del cinquecentesimo anniversario della morte dell’artista toscano. La mostra verrà inaugurata il 21 marzo nel Braccio di Carlo Magno; tra le testimonianze più preziose, ci sarà anche un documento dell’Archivio storico della Fabbrica di San Pietro del 1513, prestato per questa occasione, che conferma il soggiorno di Leonardo in un appartamento per lui allestito nel Belvedere Vaticano. Sono gli stessi anni in cui è certa la presenza contemporanea a Roma anche di Michelangelo, Raffaello, Bramante. Per narrare la vita di san Girolamo sono state scelte le parole del Papa emerito Benedetto XVI, pronunciate durante l’udienza generale del 7 novembre 2014.

Un particolare del dipinto

Sul fronte esterno del sontuoso edificio della Pinacoteca Vaticana, concepito all’indomani della stipula dei Trattati Lateranensi nel 1929, campeggiano in capitali romane, preziosamente eseguite in mosaico rosso su fondo oro, i nomi dei grandi artisti presenti nelle collezioni vaticane: Giotto, Raffaello, Tiziano, Melozzo, Caravaggio e Leonardo. Il genio vinciano vi appare perché dal 1932 il suo San Girolamo nel deserto è lì esposto nella sala ix, attigua al grande salone dedicato a Raffaello e concepita fin dalla sua costruzione, grazie al progetto di Luca Beltrami su indicazione di Biagio Biagetti e Bartolomeo Nogara, proprio per conservare il capolavoro leonardesco.

Per tre mesi, dal 22 marzo al 22 giugno prossimi, l’opera verrà trasferita nella sede del Braccio di Carlo Magno in Piazza San Pietro, in una piccola ma significativa esposizione, dove verrà mostrato da solo, gratuitamente, a tutti i pellegrini, visitatori e cultori dell’arte come omaggio del Vaticano per le celebrazioni dei cinquecento anni dalla morte del grande artista rinascimentale. Il San Girolamo nel deserto dei Musei Vaticani è un capolavoro indiscusso del genio leonardesco. Proprio per la sua caratteristica di “non finito” è ritenuto fra le sue opere più interessanti ed è annoverato fra i pochissimi dipinti la cui autografia non è stata mai messa in discussione.

L’iconografia scelta da Leonardo per raffigurare il suo san Girolamo è quella dell’eremita penitente nel deserto, nell’eremo o nella cosiddetta selva. Vestito di pochi stracci, è accovacciato, più che inginocchiato, in una posizione di tensione corporea ed emotiva. L’ambientazione, la pietra che tiene fra le mani, ma anche il leone, il cappello cardinalizio e il crocifisso sono tutti elementi che alludono alla vita del santo, come tramandata dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e ampiamente diffusa nel corso del XV secolo.

La scelta di raffigurare il santo nella sua versione eremitica, piuttosto che in quella di studioso biblista, Padre e Dottore della Chiesa, va letta come un momento chiave del percorso dell’artista, che da una parte dipinge il corpo del santo come “personificazione della passione”, dall’altra ce ne dà una rappresentazione in linea con i suoi interessi per lo studio anatomico del corpo umano.

Un’opera, quindi, in bilico fra il naturalismo e l’idealismo, l’osservazione e l’immaginazione: pregna della tensione generata dalla intrinseca sovrapposizione di sistemi diversi di percezione e conoscenza. Realizzato con la tecnica a olio (tempera a olio) su una tavola di legno di noce, composta di due assi affiancate verticalmente, è caratterizzato da un diffuso “non finito”, presente in ampie parti del dipinto, che permette di analizzare le modalità esecutive dell’artista, caratterizzate anche dall’uso della tecnica del finger painting. I pigmenti, infatti, appaiono distribuiti in grande parte della composizione con le dita, al fine di ammorbidire i contorni netti delle figure. Utilizzati, però, anche i pennelli. Attestate, inoltre, sia la pratica del wiping (strofinatura) che della tamponatura. La ricchezza di informazioni che offre il dipinto emerge chiaramente dagli esami scientifici che sono stati condotti dal Laboratorio di ricerche scientifiche dei Musei Vaticani, attraverso i quali è possibile indagare le varie fasi di realizzazione.

L’opera ha subito diversi interventi di restauro, noti quelli di Luigi Cavenaghi e Biagio Biagetti (1930); il più importante e completo resta comunque quello realizzato da Gianluigi Colalucci, nel 1993. La committenza del San Girolamo di Leonardo rimane ancora oggi incerta e divide la critica. Non abbiamo appigli documentari, non esistono carte che lo riguardino direttamente e l’opera non è citata da nessun biografo antico dell’artista.

È stata più volte sottolineata la sua vicinanza, stilistica, tecnica e compositiva con la Adorazione dei Magi, oggi agli Uffizi, che sappiamo essere stata commissionata nel 1481 e lasciata incompiuta, per la partenza di Leonardo per Milano, l’anno successivo. Altri studiosi datano l’opera al primo soggiorno milanese dell’artista (1482-1484), vedendo così il San Girolamo nel deserto come una tappa di quell’importante percorso di studio e costruzione del nudo, attraverso annotazioni, schizzi e commenti messi per iscritto nei primissimi anni Novanta di quel secolo e poi riordinati dall’allievo Francesco Melzi nel Trattato della pittura, sulla base degli appunti del maestro.

C’è chi ha voluto vedere nel quadro il frutto di una devozione privata dell’artista; chi una committenza di ambito fiorentino, dove il soggetto era molto richiesto; chi, ancora, la richiesta di una confraternita di san Girolamo o quella dei monaci benedettini della Badia Fiorentina, dove esisteva la tomba di famiglia di Leonardo e che commissionò a Filippino Lippi un dipinto di analogo soggetto: forse perché quello di Leonardo era stato lasciato incompiuto?

Altri studiosi propendono invece per una datazione — più convincente — vicino agli anni Novanta, trovando un confronto con la prima versione della Vergine delle rocce del Louvre (1483-1486) e un preludio ad alcune soluzioni del Cenacolo. Il dipinto è documentato agli inizi dell’Ottocento nella collezione della celebre Angelica Kauffmann (1741-1807). Non è chiara la sua sorte dopo la morte della pittrice, ma è noto che entrò a far parte della collezione del cardinale Joseph Fesch (1763-1839), zio di Napoleone, che stando al suo biografo J.B. Lionnet, ebbe il merito di ricongiungere le due parti dell’opera che erano state segate: la parte bassa, di più grandi dimensioni, utilizzata come anta di una credenza e trovata presso un rigattiere; la seconda, la parte della testa del santo, utilizzata come piano di uno sgabello da un ciabattino.

Il dipinto venne infine acquisito in Vaticano per la volontà di Papa Pio IX di accogliere nelle collezioni pontificie importanti opere di soggetto religioso presenti sul mercato antiquario. Il San Girolamo nel deserto venne acquistato nel 1856 grazie a Tommaso Minardi e Filippo Agricola, che la raccomandarono come «dipinto di mano di Leonardo da Vinci e perciò rarissimo e pregevolissimo».

L’opera venne collocata nell’allora Pinacoteca pontificia, ubicata nella Sala del Bologna dei Palazzi Vaticani, e fece poi parte della Nuova Pinacoteca di san Pio X, inaugurata nelle Gallerie Vaticane nel 1909.

Verrà ora spostato per tre mesi a piazza San Pietro, prima di raggiungere il Metropolitan Museum di New York (dal luglio all’ottobre del 2019) e il Louvre a Parigi (dall’ottobre del 2019 a febbraio del 2020) per due importanti esposizione dedicate a Leonardo.

di Barbara Jatta

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22 agosto 2019

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