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Cure palliative
come diritto per tutti

· Gli obiettivi del programma Pal-Life ·

Nel mondo solamente l’8 per cento dei pazienti in fase avanzata di malattia può contare su cure palliative in grado di alleviare i sintomi fisici, psichici, spirituali e sociali dovuti alla patologia inguaribile. Se si parla di Africa la percentuale scende drammaticamente al 5 per cento ma anche in un paese come l’Italia solamente il 30 per cento dei malati di cancro in fase terminale ha accesso a queste cure che pure sono previste da un’apposita legge dal 2010. In molti paesi africani non esiste la possibilità di essere trattati con la radioterapia in caso di neoplasie che potrebbero rispondere a tale terapia, sia in fase curativa che in fase palliativa, e nella quasi totalità degli stati, con rarissime eccezioni quali l’Uganda e il Sud Africa, sono totalmente assenti hospice o servizi di cure palliative in senso lato. Anche in paesi tecnologicamente avanzati come gli Stati Uniti i programmi di formazione universitaria in medicina palliativa restano inadeguati alle reali necessità. 

Questi sono solo alcuni dei dati emersi dal primo incontro del progetto “Pal-Life” organizzato dalla Pontificia Accademia per la vita (Pav) il 31 marzo e 1 aprile scorsi con lo scopo di mettere a fuoco lo sviluppo attuale delle cure palliative nel mondo e di evidenziare opportunità e difficoltà con le quali la diffusione di questa giovane disciplina dovrà confrontarsi.
«Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata» si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2279) e da sempre la logica del «prendersi cura» è stata al centro della vita cristiana; esse «sono espressione dell’attitudine propriamente umana a prendersi cura gli uni degli altri, specialmente di chi soffre (...), testimoniano che la persona umana rimane sempre preziosa, anche se segnata dall’anzianità e dalla malattia» diceva Papa Francesco il 5 marzo 2015. Il presidente della Pav, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, lo ha ricordato in apertura dell’incontro di lavoro che ha riunito in Vaticano alcuni tra i migliori esperti di cure palliative a livello mondiale, in rappresentanza dei cinque continenti. L’obiettivo del progetto “Pal-Life” è ambizioso e non potrà che svilupparsi sul medio e lungo periodo. In primo luogo a livello culturale è necessaria una conoscenza esatta di che cosa sono e di che cosa non sono le cure palliative, della loro forza e della loro bellezza. «Curare la vita e accettare la morte» recita un motto scelto qualche anno fa dalla Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles per un documento sulle cure di fine vita: la Pav intende promuovere una visione positiva della medicina palliativa che deve restare centrata sui bisogni della persona per alleviare la sofferenza del paziente e della sua famiglia escludendo logiche come l’eutanasia e il suicidio assistito che nulla hanno a che vedere con la professione medica.
Una grande confusione, spesso alimentata da un’informazione di basso livello, si ritrova quasi ovunque: occorre fare chiarezza per allontanarsi sia dalla tentazione eutanasica sia da quella dell’accanimento diagnostico e terapeutico che spingerebbe a fare sempre tutto ciò che è tecnicamente possibile. Il secondo obiettivo è di tipo pratico: esistono enormi disuguaglianze a livello mondiale nello sviluppo e nella diffusione delle cure palliative. Colleghi africani, latinoamericani e asiatici hanno detto chiaramente che ciò che funziona in occidente potrebbe non essere altrettanto efficace nei loro continenti. Il progetto “Pal-Life” guarda lontano e cercherà di mettere a punto modelli di sviluppo mirati per situazioni anche molto diverse da quella alla quale siamo abituati, coinvolgendo personalità politiche e sociali di rilevanza internazionale. In terzo luogo la dimensione religiosa: la ricerca di una grande alleanza tra le religioni valorizzando lo sguardo che ciascuna di esse ha sviluppato nell’ottica del «prendersi cura» è stata più volte citata da monsignor Paglia, come obiettivo non secondario del progetto. Sulla strada appena delineata si profilano anche numerose sfide: le cure palliative non devono rischiare di essere “assimilate” o “dissolte” in qualcosa di diverso, non dovranno piegarsi a un concetto di autonomia assoluta che nulla ha a che vedere con la vera alleanza terapeutica, non dovranno rinunciare a quello slancio pionieristico e innovativo che può oggi più che mai donare a tutta la medicina un volto più umano.
Tre direttrici di lavoro e varie sfide: questi i punti che, dopo i primi passi di questi giorni, saranno sviluppati in un convegno che il gruppo di lavoro “Pal-Life” si è proposto di organizzare per il prossimo anno. «Le cure palliative rappresentano un mondo alla rovescia rispetto a una certa cultura contemporanea» ci ha ricordato l’arcivescovo Paglia, uno di quei cambi di prospettiva che sono in grado di restituire all’uomo ferito la vera consolazione.

di Ferdinando Cancelli

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24 agosto 2019

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