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Le culture autentiche  non sono chiuse in se stesse

· A duecento anni dall'indipendenza nazionale del Cile ·

Nell'ambito della sua visita in Cile, il cardinale segretario di Stato ha tenuto, nella Pontificia Università Cattolica del Cile, una conferenza su «La Chiesa e lo stato a duecento anni dall'indipendenza nazionale. Storia e prospettive». Ne pubblichiamo ampi stralci.

La celebrazione del bicentenario rappresenta un'opportunità per guardare con gratitudine al passato, per crescere nell'amore per la patria e nella concordia nazionale, per rinnovarsi nell'impegno al servizio del bene comune del popolo cileno e del bene comune della comunità internazionale, al quale il Cile, a partire dalla sua ricca cultura ed esperienza, ha tanto da offrire. Pensare all'indipendenza è anche pensare all'identità nazionale, ripercorrendo gli inizi della vita politica nazionale e considerando i diversi fattori che hanno configurato la nazionalità culturale cilena. Non vi è dubbio che il cattolicesimo è uno di quegli elementi che hanno contribuito notevolmente a conformare l'identità nazionale cilena e che oggi continua a costituire un valore di primissimo ordine.

A tale proposito, non vorrei perdere l'occasione di ricordare qui tutte quelle nazioni latinoamericane, come l'Argentina, la Bolivia, la Colombia, l'Ecuador o il Messico, che celebrano sempre quest'anno il bicentenario della loro indipendenza. Come in Cile, anche in esse la Chiesa ha svolto un ruolo importante in quel momento tanto significativo, contribuendo a forgiare sin dall'inizio una cultura e un'identità nazionale ispirate ai più alti valori umani ed evangelici.

Il punto di partenza della formazione dell'amata nazione cilena è l'incontro degli spagnoli con i popoli autoctoni, che avviò un ambivalente processo di fondazione di alcune società nuove, nel quale l'evangelizzazione fu un fattore importante, insieme ad altri d'indole molto diversa, per la definizione del modo di essere di queste società. Come ha messo in evidenza Papa Benedetto XVI nel suo storico viaggio in Brasile: «dall'incontro di quella fede con le etnie originarie è nata la ricca cultura cristiana di questo continente espressa nell'arte, nella musica, nella letteratura e, soprattutto, nelle tradizioni religiose e nel modo di essere delle sue genti» ( Discorso inaugurale della v Conferenza Dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi , Aparecida, 13 maggio 2007). In effetti, con l'arrivo a metà del XVI secolo della piccola e amata immagine della Virgen del Socorro , che portò con sé Pedro de Valdivia, dei primi chierici secolari e di missionari domenicani, francescani e mercedari, e, dal 1593, dei gesuiti e, due anni dopo, degli agostiniani, cominciò l'annuncio del Vangelo in questa nobile terra.

Il bene spirituale e materiale degli abitanti originari del Cile fu sin dal primo momento una delle grandi preoccupazioni della Chiesa locale. Come precoci esempi della ricerca della giustizia possiamo menzionare il virtuoso parroco Cristóbal de Molina, che intercedette dinanzi al re per gli indios e i meticci, il focoso domenicano frate Gil González de San Nicolás, primo protettore degli indios in questa terra, e il vescovo Antonio de san Miguel, frate francescano, che nel 1572 convinse il re a ordinare che si sostituisse il lavoro personale degli indigeni con un tributo moderato. Fu merito di vari membri della Compagnia di Gesù, principalmente di Padre Luis de Valdivia, e del vescovo Juan Pérez de Espinosa, se questo ordine del re non restò lettera morta e se, anni dopo, portò all'esenzione dal lavoro almeno per le donne e per i minorenni. Inoltre, l'opera educativa del clero e, in particolare, della Compagnia di Gesù, fu sin dall'inizio di capitale importanza per il Paese. Detto questo, bisogna aggiungere anche che non si possono ignorare le ombre che hanno accompagnato l'opera di evangelizzazione del continente latinoamericano. Come ha ricordato Papa Benedetto XVI, «non è possibile dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali. Ma la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili — crimini peraltro già allora condannati da missionari come Bartolomeo de Las Casas e da teologi come Francesco da Vitoria dell'Università di Salamanca — non deve impedire di prendere atto con gratitudine dell'opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli» (Udienza generale, 23 maggio 2007).

In tal senso, la celebrazione del bicentenario, come avviene anche in altre nazioni del continente, suscita in Cile un'importante riflessione circa le condizioni delle popolazioni indigene e la loro integrazione nella vita nazionale. Il coraggio e l'eroismo con cui il popolo araucano difese la sua libertà di fronte all'avanzare della conquista suscitò profonda ammirazione negli spagnoli, e restò immortalato nel poema epico La araucana , di Alonso de Ercilla y Zúñiga, che ancora oggi è motivo di orgoglio per la memoria nazionale cilena. Le culture indigene sono chiamate a continuare ad arricchire con l'apporto delle loro tradizioni il bagaglio degli autentici valori nazionali del presente e del futuro. Ricordo qui l'ordine del padre della patria Bernardo O'Higgins, del 3 giugno 1818, affinché nei libri parrocchiali non si usassero più i termini «spagnolo» e «indio», ma tutti venissero chiamati indistintamente cileni. La promozione del bene comune obiettivo, quello che corrisponde alla verità dell'essere umano e della società, passa per il cammino della conoscenza e della stima reciproca, del rispetto, del dialogo e della collaborazione fra tutti i settori del popolo, senza escludere o dimenticare nessuna minoranza. Così come ci segnala il Santo Padre Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, la cooperazione per lo sviluppo «deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano» ( Caritas in veritate , n. 59), cercando tutti insieme di fare la «verità nella carità» ( Efesini , 4, 15), conformemente all'insegnamento di san Paolo.

Per trattare questo tema occorrono grande discernimento e saggezza. Papa Benedetto XVI, nel sopracitato viaggio in Brasile, ha detto: «Le autentiche culture non sono chiuse in se stesse né pietrificate in un determinato momento della storia, ma sono aperte, più ancora, cercano l'incontro con altre culture, sperano di raggiungere l'universalità nell'incontro e nel dialogo con altre forme di vita e con gli elementi che possono portare ad una nuova sintesi nella quale si rispetti sempre la diversità delle espressioni e della loro realizzazione culturale concreta» ( Discorso inaugurale della v Conferenza dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi , 13 maggio 2007). Sorprenderebbe ancora il voler ridare vita alle religioni precolombiane, separando i gruppi indigeni da Cristo e dalla Chiesa universale, come se il passato non preparasse all'incontro con Cristo, nel quale trova il suo significato e la sua pienezza, o come se le persone fossero al servizio delle espressioni culturali invece che queste ultime al servizio delle persone. In realtà, ciò sarebbe un'involuzione verso un momento storico ancorato al passato. Piuttosto, si deve cercare di preservare e anche di far risplendere la purezza del Vangelo e la saggezza dei popoli indigeni in un processo di autentica inculturazione della fede cristiana.

Avendo come fondamento questa ricca base storica e la molteplicità di sfumature, il Cile deve continuare a lavorare, come sta facendo da molto tempo, affinché i nostri fratelli delle popolazioni originarie possano ricevere pienamente, come membri attivi e decisivi dello sviluppo nazionale, tutti i benefici che sono propri di uno Stato moderno, assumendo allo stesso tempo gli obblighi e le responsabilità che esso comporta. Come ha lasciato scritto Papa Giovanni Paolo II nel suo libro Memoria e identità : «La patria è un bene comune di tutti i cittadini e, come tale, anche un grande dovere».

Nel celebrare il bicentenario e nel ricordare la storia nazionale, bisogna essere consapevoli che lo sguardo al passato comporta sempre il rischio di riaprire vecchie ferite. Non tutti i membri di una società condividono gli stessi punti di vista riguardo al loro passato comune, né tutti hanno vissuto gli eventi allo stesso modo nella propria carne e nel proprio spirito. Il rispetto per questa legittima diversità di sensibilità storiche è un requisito per ogni riflessione matura sulla storia patria, che, come memoria collettiva, è e deve essere patrimonio di tutti i figli della nazione cilena. Sarebbe, pertanto, un deplorevole errore se la contemplazione del passato servisse ad approfondire le distanze e se le differenze di sensibilità storica degenerassero nell'inasprirsi di antiche rivalità.

Se la domanda sulla storia è sempre una domanda sull'identità, la risposta deve essere sempre un richiamo alla responsabilità, all'impegno nel presente per la costruzione del futuro. Il Cile, come molte altre nazioni della terra, ha vissuto antagonismi interni. Alcuni sono stati difficili da superare, condizionando dopo decenni la concordia nella Nazione. Al dovuto e legittimo anelito di giustizia, e di riparazione per i danni subiti, si deve aggiungere il, a sua volta dovuto, desiderio di concordia, ossia di cancellare rancori e di superare animavversioni. A questa autentica riconciliazione vuole contribuire anche la Chiesa. La nazione cilena, come ogni nazione, ha bisogno e merita gli sforzi di tutti i suoi membri per offrire alle nuove generazioni un futuro di giustizia e di amore.

La relazione fra lo Stato e la Chiesa nei primi tempi di vita indipendente non fu facile. Ebbene, il Cile ha il privilegio di essere stata la prima nazione fra tutte quelle dell'America indipendente a inviare un rappresentante a Roma. L'allora canonico Cienfuegos giunse alla città eterna nell'agosto del 1822 al fine di sollecitare a Papa Pio VII un legato pontificio per il Cile che potesse ristabilire l'organizzazione ecclesiastica. La richiesta fu accolta e il 3 gennaio 1824 giungeva in Sud America il vescovo monsignor Giovanni Muzi, in qualità di vicario apostolico, accompagnato da Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Papa Pio ix, che si sarebbe sempre interessato molto all'America Latina, e del sacerdote Giuseppe Sallustri. La loro missione, pur non ottenendo molto in quanto a ricostruzione della vita ecclesiastica, resta come testimonianza di un precoce e reciproco interesse fra il Cile e la Santa Sede a mantenere qualche tipo di relazione a beneficio del popolo cileno.

Nelle relazioni fra lo Stato e la Chiesa in Cile durante il primo secolo dopo l'indipendenza, constatiamo che era frequente e persino normale l'ingerenza di un'istituzione nelle questioni proprie dell'altra, spiegabile in parte per le condizioni specifiche della società e dell'epoca in cui si viveva; tuttavia, questo non portò, se non raramente, a situazioni di conflitto. Ciò dimostra che il Cile ebbe fra le sue autorità civili ed ecclesiastiche uomini capaci di dialogo che seppero anteporre il bene comune agli interessi di parte. A tale proposito, i vescovi del Cile, nel 1925, dopo che fu stabilita la separazione fra la Chiesa e lo Stato, scrissero che la Chiesa «resterà pronta a servirlo; ad occuparsi del bene del popolo; a ricercare l'ordine sociale, ad accorrere in aiuto di tutti, senza escludere i propri avversari nei momenti di angoscia in cui tutti sono soliti, durante le grandi agitazioni sociali, ricordarsi di essa e chiederle aiuto» ( Pastoral Colectiva sobre la separación de la Iglesia y el Estado , 22 settembre 1925).

Un'analisi storica seria, serena e obiettiva sull'interazione fra politica e religione ai tempi della lotta per l'indipendenza e per l'instaurazione di un nuovo ordine politico nella nazione, come pure nel successivo susseguirsi degli eventi, può validamente contribuire alla purificazione della memoria storica e all'assimilazione di questa esperienza storica collettiva.

La speranza è che, in sintonia con la tradizione della buona intesa reciproca, continui e s'intensifichi sempre la sana collaborazione fra lo Stato e la Chiesa in linea con gli auspici espressi dal concilio Vaticano II ( Gaudium et spes , n. 76). Una collaborazione fondata sul riconoscimento e sul rispetto reciproco dell'autonomia propria di ogni istituzione e volta sempre al servizio della persona umana, la quale ha diritto a vedere garantita la sua libertà religiosa ( Dignitatis humanae ). In effetti, che esista la separazione fra Stato e Chiesa non significa che vi sia ignoranza reciproca, e tanto meno inimicizia. È fondamentale distinguere fra la sana laicità dello Stato, in base alla quale questo si mantiene neutrale nelle questioni religiose, facendo sì che siano i cittadini a esprimere liberamente il proprio sentimento religioso nella vita sociale, e il laicismo dello Stato, in base al quale questo si arrogherebbe la facoltà di limitare l'espressione sociale della vita religiosa, interferendo pertanto in essa.

In tal senso, la Chiesa, come insegna Papa Benedetto XVI, è consapevole che: «non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile, Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare» ( Deus caritas est , n. 28).

Credo che questa visione che ci offre il Papa, in linea con gli insegnamenti del concilio Vaticano II, debba illuminare il cammino delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato in una nazione come quella cilena, dove la fede cristiana è radicata nella stragrande maggioranza del suo popolo e la Chiesa gode di stima, essendo la sua presenza, il suo lavoro e la sua parola rispettati. Non passa inosservato a chi si avvicina alla storia dell'indipendenza cilena l'impegno con cui molti dei protagonisti di allora ricercarono la giustizia, e la convinzione che questa esigesse che Dio fosse in qualche modo riconosciuto nella sfera pubblica. Una delle conseguenze più gravi dell'organizzare la vita sociale voltando le spalle a Dio è il relativismo, poiché, una volta accantonato Dio, non ci si mette molto ad accantonare anche la ragione naturale.

Negando la possibilità di conoscere la verità e, di conseguenza, ignorando ogni esigenza che da essa proviene, si farebbe del relativismo il fondamento filosofico della democrazia. «Questa, in effetti, si edificherebbe sulla base secondo la quale nessuno può avere la pretesa di conoscere la via vera, e si nutrirebbe del fatto che tutti i cammini si riconoscono reciprocamente come frammenti dello sforzo verso ciò che è migliore (...) Una società liberale sarebbe, quindi, una società relativista; solo a questa condizione potrebbe rimanere libera e aperta al futuro» (cardinale Joseph Ratzinger, Conferenza nell'incontro dei presidenti delle commissioni episcopali dell'America Latina per la dottrina della fede , Guadalajara,Messico, novembre 1996). Tuttavia, l'impossibilità di accedere alla verità e di formulare pertanto norme etiche universalmente valide, potrebbe condurre, in virtù della sua stessa logica interna, alla situazione paradossale di ammettere l'immoralità come qualcosa di moralmente accettabile, disprezzando il giudizio della stessa ragione naturale. Ciò, a sua volta, porterebbe a quello che sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno chiamato «dittatura del relativismo», «che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» ( Omelia nella messa «Pro Eligendo Pontifice» , 18 aprile 2005). Tutto resta allora alla mercé della forza dei voti, delle pressioni dei potenti, degli interessi di parte, facendo così trionfare la ragione della forza e non la forza della ragione; allora, afferma Papa Benedetto XVI, «le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono» ( Incontro con il Mondo Accademico della Repubblica Ceca , 27 settembre 2009). Il Cile, negli ultimi decenni, ha vissuto uno sviluppo economico e sociale accelerato, che è motivo di gioia e di speranza, e sono certo che l'impegno e la laboriosità di questo amato popolo non permetteranno che si oscurino, nonostante le dolorose vicissitudini delle scorse settimane. Allo stesso tempo però, è necessario restare vigili affinché questo sviluppo non vada contro l'identità propria della nazione o gli aspetti che riguardano essenzialmente la dignità della persona e della famiglia. Bisogna tener presente che possiamo parlare di autentico sviluppo solo quando questo risponde alle esigenze morali più profonde della persona. È auspicabile che il popolo cileno, per tanti motivi esemplare, abbia il coraggio di evitare i cammini sbagliati che oggi si deplorano in altre latitudini. Ciò dipenderà in buona parte dall'agire responsabile e coerente dei cattolici nella vita pubblica, difendendo quei valori «non negoziabili» che fanno parte della propria e intrinseca dignità della persona e che non sono pertanto esclusivi di una concezione cristiana dell'uomo.

Permettetemi di segnalare fra i principi fondamentali di ogni azione politica e sociale la tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal momento del concepimento fino alla morte naturale, poiché mai sarà lecito in una società moderna che aspira alla giustizia e alla verità, introdurre norme legali che permettano di porre fine a una vita umana già concepita. Desidero sottolineare anche la tutela del diritto dei genitori a educare i propri figli in sintonia con le loro convinzioni morali e religiose. Ciò implica che l'autorità politica provveda e predisponga gli spazi necessari affinché questo diritto sia davvero effettivo. È necessario riconoscere il servizio sociale che la Chiesa in Cile realizza nell'ambito dell'educazione, contribuendo così non solo all'esercizio positivo di un diritto dei genitori, ma anche allo sviluppo dell'intera società.

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