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Le cose non dette più forti delle parole

· Una storia di dannazione e di possibile redenzione nello splendido "Manchester by the sea" ·

Ci sono storie che ti catturano al punto da farti entrare in empatia con i protagonisti, anche se imperfetti; e del resto chi non lo è. Personaggi nei quali riconoscersi, nelle cui vicende cogliere qualcosa sulla verità della vita, sia essa bella e felice, o al contrario, come capita più spesso, piena di difficoltà, di sconfitte, di sofferenze ma, fortunatamente, anche di rinascite. 

Casey Affleck nei panni del protagonista, Lee, e Lucas Hedges che interpreta il nipote Patrick

È il caso del protagonista del film Manchester by the sea, magistralmente diretto, oltre che scritto, da Kenneth Lonergan. Lee — interpretato da uno strepitoso Casey Affleck meritatamente premiato con un Oscar per la migliore interpretazione maschile — fa il portiere in alcuni edifici a Boston dove svolge all’occorrenza anche lavoretti come idraulico ed elettricista. Vive in un locale piccolissimo e male arredato. La sua vita scorre lenta, monotona. Non ha amici e non sembra intenzionato a farsene, parla pochissimo. Unici svaghi, la tv e il bar, dove solitario va a bere birra, attaccando briga con qualche sconosciuto che non gli va a genio. La routine della vuota esistenza di Lee viene sconvolta dalla notizia della morte del fratello Joe (Kyle Chandler) che lo richiama a Manchester, dove scopre di essere stato nominato tutore del nipote adolescente, Patrick, interpretato da un sorprendente Lucas Hedges. Una situazione imprevista per un uomo ancora tormentato da un tragico passato che lo ha allontanato dalla moglie Randi, una bravissima — ma non lo si scopre certo ora — Michelle Williams, e dalla comunità in cui è nato e cresciuto.
Apprezzato sceneggiatore e commediografo, al suo terzo film da regista — dopo il lusinghiero Conta su di me (2000) e il meno conosciuto Margareth (2011) — Lonergan confeziona un piccolo capolavoro giustamente premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Tutto funziona alla perfezione in questo dramma intimo, a cominciare dalla scelta di una fotografia livida e di grande effetto. Eppoi i flashback, sapientemente disseminati, che riescono a ricostruire il tragico percorso del protagonista, la sua caduta all’inferno e la sua autocondanna a un’espiazione senza fine. La colonna sonora alterna senza mai risultare fuori luogo la musica pop alla musica classica. E la scelta di accompagnare con il pur abusato Adagio di Albinoni la scena madre è un tocco di raffinatezza. Ma è la recitazione degli attori, non solo del protagonista, a rendere Manchester by the sea un film che ti resta dentro. E ciò grazie a una regia tendente alla sottrazione, come evidente dalla scelta continua di inquadrature fisse e spesso prolungate, per un racconto che si prende tutto il tempo necessario, nel quale ogni sottolineatura sarebbe risultata superflua e i silenzi, le cose non dette, riescono più efficaci delle parole. Tra le scene da ricordare, stupenda per l’intensità della recitazione, quella in cui Lee e la ex moglie si incontrano da soli per la prima volta dopo la separazione.

È difficile trovare nel cinema hollywoodiano di oggi opere capaci di raccontare storie tanto drammatiche senza dover forzare l’emotività dello spettatore. Lonergan riesce nell’intento senza usare trucchetti. Non ha bisogno di eccessi per descrivere il trauma, il dolore, il senso di colpa: si limita a mostrare la cupa realtà così com’è. Ed è questo realismo a rendere credibile Lee e il suo crudele destino, la sua storia di dannazione — ma sarebbe forse meglio dire di resistenza passiva — che alla fine sembra schiudersi a una possibile redenzione. Per questo Manchester by the sea meritava tutte le sei candidature con le quali si è presentato alla notte degli Oscar. E le due statuette portate a casa, entrambe pesanti, confermano il valore del film.

di Gaetano Vallini

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20 agosto 2018

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