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Le condizioni del colore

· ​Sculture del Quattrocento in legno dipinto ·

Pubblichiamo un testo del direttore delle Gallerie degli Uffizi tratto dal catalogo della mostra «Fece di scoltura di legname e colorì. Scultura del Quattrocento in legno dipinto a Firenze» (Firenze, Giunti, 2016, pagine 287, euro 35). L’esposizione resterà aperta fino al 28 agosto.

La storiografia artistica, fortemente impregnata dei canoni estetici dell’Ottocento, ha sempre distinto la scultura dalla pittura, assegnando la purezza del candore alla prima, il colore alla seconda. E quando questi due aspetti si sono trovati congiunti in un’unica opera d’arte — ovvero nella scultura policroma — se n’è interpretato il risultato come privo del necessario afflato idealistico e pertanto etichettato come popolaresco, vernacolare, “minore”. 

Veit Stoss, «Jesse», 1500 circa

In verità, i confini tra le categorie, ovvero tra la scultura monocroma e quella policroma, sono astrazioni mentali che appaiono subito come tali a chi si accosta alla superficie del marmo — per esempio, quello cosiddetto bianco di Paro — e ne scopre la vibrazione cromatica della materia, i mille toni rifratti nella luce dai cristalli che la compongono. La dicotomia si annulla e tramite l’osservazione attenta si comprendono i principi biologici che presiedono al senso della vista: da un lato la cosiddetta “visione scotopica” (quella che registra il bianco, il nero e la gamma dei grigi), che si attiva di notte e dipende dall’attività dei bastoncelli della retina, dall’altro la “visione fotopica” che, grazie all’attività dei coni della retina, permette la percezione del colore. La struttura dell’occhio umano è dunque uno strumento primario di scelte estetiche deliberate.

Nella storia dell’arte universale, dai più antichi reperti archeologici fino ai filoni iperrealista e neoespressionista contemporanei, la quasi totalità della scultura è policroma e si avvale della visione fotopica che è in genere — ed erroneamente — associata al solo campo della pittura.

Forse anche questo sarebbe un argomento da aggiungere sul piatto dell’eterna querelle relativa al “paragone” delle arti. Proprio nella scultura del Rinascimento toscano la policromia è un fattore spesso al servizio del nuovo realismo dell’epoca e si esprime nelle opere tridimensionali con altrettanta potenza che nella pittura: statue celeberrime quali il San Rocco di Veit Stoss, giunte a noi nella bruna nudità della loro anima lignea, erano in origine del tutto o parzialmente colorate, come la Maddalena orante di Donatello (che conserva inoltre ampi frammenti dell’antica doratura). Si possono rievocare gli effetti coloristici delle sculture di un tempo se si osservano il cosiddetto Marsia rosso, che sfrutta la tinta intrinseca del marmo pavonazzetto per la rappresentazione dei muscoli scuoiati, o l’arte squisitamente rinascimentale e virtualmente eterna della terracotta invetriata. Al visitatore di questa mostra si offriranno pertanto molteplici spunti di riflessione e una lettura non convenzionale della vita artistica nella Firenze quattrocentesca, che nella considerazione generale è ancora ingabbiata entro le griglie di un’ideologia accademica e troppo eroica. Ma ecco la verità: famosi pittori si misero al servizio di colleghi scultori oggi quasi sconosciuti, artisti celebratissimi non disdegnarono d’intagliare l’umile legno di tiglio, facendolo colorire spesso da colleghi di rango inferiore; le Madonne più sublimi venivano replicate in stucco e dipinte per accontentare clienti meno abbienti (o più avari). Del tondo di Michelangelo si pone in risalto, una volta tanto, anche l’enigmatica cornice — un gioco di simboli — scolpita dal virtuoso Francesco del Tasso. Grazie a nuovi studi o per via di fortuiti ritrovamenti, statue meravigliose sono liberate da una segregazione secolare nel buio delle cappelle, altre rivestono nuovi panni dopo restauri accurati, altre ancora trovano una più consona collocazione attributiva.

Si scopre che la scultura toscana era molto più cosmopolita di quanto si pensi: assorbiva le migliori novità d’oltralpe e iberiche, prendeva a prestito gli ornati dall’oreficeria francese.

di Eike D. Schmidt

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19 gennaio 2020

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