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Le comunità benedettine segno e presenza profetica

· Il cardinale Martino per il millennio della Badia di Cava ·

«Ai monaci di questa comunità benedettina e a tutti i rappresentanti della congregazione cassinese e di quella sublacense dico: aiutate la Chiesa tutta a riscoprire la centralità di Cristo. Per essere fari di luce divina è necessario che la vita sia vita donata a Cristo nella sua interezza senza compromessi e senza sconti». È questa la consegna che il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha lasciato alla comunità monastica di Cava, presiedendo domenica 4 settembre — come inviato speciale di Benedetto XVI — la celebrazione del millenario della dedicazione della cattedrale dell’abbazia della Santissima Trinità.

Con il pensiero rivolto al problema delle vocazioni, il porporato ha esortato a non avere «paura se il numero dei monaci non è proporzionale alla grandezza delle abbazie», perché — ha spiegato — «il Signore provvederà». Al contrario ha invitato a temere soltanto se la vita dei monaci non è sufficientemente santa. «La santità — ha detto — ha attratto in passato molti cristiani ad abbracciare la Regola di san Benedetto. La Chiesa ha bisogno della vostra santità e della vostra profezia». Nella sua omelia l’inviato speciale del Papa ha anche lasciato una consegna ai fedeli laici intervenuti alla messa: «non lasciatevi distrarre mentre edificate il tempio di Dio che siete voi, non costruite con mattoni diversi dal fondamento che è stato posto con il Battesimo».

Dopo aver ricordato il millenario della consacrazione della Badia della Santa Cava ad opera di Papa Urbano ii, il cardinale — che è nato e cresciuto nella vicina Salerno — ha confidato ai presenti il legame che lo unisce con i luoghi di sant’Alferio sin dai tempi della sua adolescenza. «Quante volte ho sentito ripetere la storia degli inizi della Badia, voluta dal Conte salernitano Alferio Pappacarbone, ispirato dalla Santissima Trinità, la Quale gli indicò il luogo in cui vivere intensamente la vita benedettina, appresa nel monastero di Cluny, e dove attirò una numerosa schiera di discepoli». Quindi ha spiegato come fare memoria della dedicazione di una chiesa significhi sottolineare il momento in cui il Signore ha scelto un determinato luogo come propria casa. «Questo tempio della Santissima Trinità è proprio una casa di Dio in cui, per mille anni, generazioni di monaci hanno innalzato preghiere e lodi per tutta la Chiesa». Tanto che la comunità monastica «ancora oggi innalza inni e cantici per lodare e ringraziare Dio». A loro volta i fedeli sono chiamati a pregare per la comunità benedettina «perché possa continuare la sua presenza in questo cenobio». Una presenza qualificata — l’ha definita il porporato — grazie alla quale ogni monaco «possa ancorarsi sempre più a Cristo, per poter essere un faro di luce e di santità per il territorio circostante e per tutti i fedeli che qui accorrono».

Del resto tutte le comunità monastiche benedettine sono chiamate a essere «segno e presenza profetica per la Chiesa, soprattutto in questo momento in cui sembra che abbiamo un po' perso i riferimenti saldi per vivere degnamente. Così ogni cristiano, seguendo l'impulso benedettino, ritrova nel Signore il centro della sua vita: un perno fondamentale attorno al quale deve ruotare la nostra esistenza».

E in proposito l’inviato del Papa ha concluso evidenziando come «possiamo essere buone persone anche altruiste e che collaborano per il bene, ma non saremo cristiani se non attingiamo a quella linfa vitale, che è l'amore di Dio, attraverso una vita che sia anche di preghiera, di lode e di ringraziamento».

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