Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Le celebrazioni del Venerdì Santo presiedute da Benedetto XVI

· La Passione del Signore nella basilica Vaticana e la Via Crucis al Colosseo ·

E alla fine quell'applauso spontaneo levatosi dalla folla, spettatrice e protagonista nella riproposizione della via dolorosa nei luoghi del martirio nell'antica Roma, ha restituito, nella serata del Venerdì Santo 2010, il senso vero alla speranza cristiana. Quella che segna la definitiva vittoria dell'amore sulla morte, minaccia, questa, per l'anima ancor prima che per il corpo.

Forse mai come quest'anno la Via Crucis, vissuta al Palatino con il Papa nel venerdì che precede la Pasqua, è stata così intensa e vissuta con tanta intima partecipazione. E non solo dalle decine di migliaia di persone accalcate nell'ampio spazio tra il Colosseo e il colle romano, ma anche da quanti, nei sessanta Paesi collegati in mondovisione, sono rimasti per oltre un'ora davanti ai teleschermi.

Del resto anche quest'anno non poche sofferenze sono state appese a quel legno, divenuto sempre di più un segno di contraddizione nella storia dell'umanità. A ricordarle, queste sofferenze, l'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice ha chiamato dei «cirenei» rappresentativi: due seminaristi di Haiti, un disabile aiutato da un'assistente e da un barelliere dell'Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali (Unitalsi), una famiglia romana con due bambini, due seminaristi iracheni, una religiosa della Repubblica Democratica del Congo, una giovane vietnamita nel suo sgargiante e coloratissimo abito tradizionale, due frati minori della Custodia francescana di Terra Santa.

Evidente il riferimento alle tante tragedie che hanno segnato quest'ultimo scorcio di tempo: dal tremendo terremoto che ha causato tante vittime e tanta distruzione nell'isola caraibica, al mistero della sofferenza umana, alle minacce portate alla famiglia, alla persecuzione nei confronti delle comunità cristiane in alcune zone dell'Iraq, così come in altre dell'Africa e dell'Asia, per finire con il dolore causato dall'esodo degli stessi cristiani dalla Terra Santa.

L'atmosfera tra i fedeli dava l'esatta dimensione della consapevolezza del momento da vivere. Lo si è intuito sin dai primi, composti arrivi della marea dei fedeli. Marco, Andrea, Giulia, suor Cathrine e le consorelle americane hanno conquistato la prima fila giungendo nei pressi del percorso, disegnato tra l'anfiteatro Flavio e il colle, quando ancora non era scoccato il mezzogiorno. Gli ultimi hanno trovato posto sui muraglioni ai margini delle strade che scorrono più in alto, attorno al piazzale.

A ognuno di loro è stata distribuita una fiaccola. L'hanno accesa non appena il Papa è giunto sul Palatino. Mancava qualche minuto alle 21.15. Lo accompagnavano gli arcivescovi Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, James Michael Harvey, prefetto della Casa Pontificia, il vescovo Paolo De Nicolò, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, i monsignori Peter Bryan Wells, assessore, Georg Gänswein, segretario particolare, e Alfred Xuereb, della segreteria particolare.

Ad attenderlo c'erano i cardinali Darío Castrillón Hoyos e Antonio Cañizares Llovera, il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo. Erano presenti il neoeletto presidente della regione Lazio, Renata Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il prefetto Salvatore Festa e il direttore del nostro giornale.

Dalla cattedra posta sul colle Palatino il Pontefice ha presieduto lo svolgersi dell'itinerario della Via Crucis, iniziatosi, come di consueto, all'interno del Colosseo. Il cardinale Agostino Vallini, suo vicario per la diocesi di Roma, sorreggeva la croce. Accanto a lui due giovani romani portavano le torce accese. Alle loro spalle l'arcivescovo vicegerente con i vescovi ausiliari di Roma.

Alla seconda stazione la croce è passata nelle mani di Joseph Venel, il primo dei due seminaristi di Haiti. Poi, stazione dopo stazione, nelle mani dei novelli «cirenei», in rappresentanza, oltreché dell'America, dell'Europa, del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia. Solo alla quattordicesima stazione la croce è tornata nelle mani del cardinale Vallini affinché fosse lui stesso a consegnarla nelle mani di Benedetto XVI, che l'ha mostrata alla folla di fedeli e al mondo intero. È stato in quel momento che è scoppiato, fragoroso, l'applauso. Il Papa, poco prima, aveva ricordato proprio come la storia dell'uomo vede nella croce «il limite estremo della sua impotenza» e dunque l'uomo guarda a essa come «segno dell'abbandono, della debolezza e del fallimento». Con la morte di Cristo però «è diventata il segno del nuovo inizio, dell'amore sconfinato di Dio». E l'applauso che ha accompagnato l'apparire della croce accanto al Papa ha in un certo senso come anticipato il giorno della gloria pasquale, quando cioè «le nostre amarezze — ha ricordato il Pontefice — vengono illuminate dalla speranza».

Di fronte alla croce Benedetto XVI si era raccolto in silenziosa adorazione anche nella basilica di San Pietro, dove nel pomeriggio si era svolta la celebrazione della Passione del Signore.

Il rito solenne e austero ha avuto il suo momento più intenso proprio nella venerazione della croce, posta davanti all'altare della Confessione spoglia di fiori e di arredi sacri. A piedi scalzi, con indosso solo il camice bianco e la stola rossa, il Pontefice si è inginocchiato e ha baciato il crocifisso ligneo. Il gesto è stato poi ripetuto da cardinali, arcivescovi, vescovi, prelati della Curia, canonici della basilica, e da una rappresentanza di sacerdoti, religiosi e laici.

La celebrazione presieduta da Benedetto XVI dalla cattedra sistemata nella navata centrale della basilica, di fronte alla statua di san Pietro, è iniziata con un momento di preghiera silenziosa. Il Papa si è inginocchiato dinanzi all'altare della Confessione sostando per lunghi istanti in segno di perdono e di penitenza. È seguita la liturgia della Parola, culminata nel racconto della Passione del Signore tratto dal Vangelo di Giovanni (18,1 - 19,42), che è stato cantato in latino da tre diaconi, con intermezzi eseguiti dalla Cappella Sistina diretta dal maestro Giuseppe Liberto. Al termine il predicatore della Casa Pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa, ha tenuto l'omelia.

Successivamente il Pontefice ha guidato la preghiera universale, scandita da dieci intenzioni tramandate dall'antica liturgia romana e proclamate in francese, inglese, polacco, russo, tedesco, portoghese, filippino, swahili, arabo e spagnolo. Si è pregato per la Chiesa, per il Papa, per gli ordini sacri e i fedeli, per i catecumeni, per l'unità dei cristiani, per gli ebrei, per i non cristiani, per quanti non credono in Dio, per i governanti e per i tribolati. A proporre le intenzioni sono stati gli alunni di alcuni Pontifici Collegi: Maria Mater Ecclesiae, Americano del Nord, Polacco, Germanico-Ungarico, Filippino e Urbano de Propaganda Fide.

Conclusa la preghiera, ha avuto inizio la seconda parte della celebrazione. Un diacono che ha portato all'altare il crocifisso, coperto da un drappo rosso. Il Pontefice ha scoperto l'immagine sciogliendo i tre nastri che legavano il drappo, mentre per tre volte l'assemblea ha intonato l' Ecce lignum Crucis. Al termine dell'adorazione, Benedetto XVI ha alzato la croce, presentandola alla venerazione dei fedeli. Quindi un altro diacono ha portato processionalmente le specie eucaristiche per la comunione, che è stata amministrata dal Papa ai cardinali presenti al rito e da novanta sacerdoti all'assemblea dei fedeli.

Ad assistere Benedetto XVI durante la celebrazione sono stati i cardinali diaconi Raffaele Farina e Giovanni Coppa. Il servizio liturgico è stato svolto da ministranti dei Servi del Cuore Immacolato di Maria. Erano presenti 27 porporati, fra i quali il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano e il segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede — guidato dal decano, l'ambasciatore di Honduras Alejandro Emilio Valladares Lanza — erano il sostituto, il segretario per i Rapporti con gli Stati, l'arcivescovo Dominique Mamberti, l'assessore, il sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Ettore Balestrero, e il capo del Protocollo, monsignor Fortunatus Nwachukwu.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE