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​Le carmelitane puntano sul Paradiso

Remedios Varo, «Transito in spirale» (1962)

Nella città-castello di Avila, che ha solo sassi e santi, Teresa giovane giocava agli scacchi. Ma si ritiene non immaginasse mai che il suo Castello interiore sarebbe stato tradotto in un bel cartellone da gioco. L’idea appare piuttosto originale, perché non si conoscono altri grandi libri che siano stati usati a tale fine. E sicuramente si presterebbero bene poemi come l’Odissea, la Divina Commedia, il Don Chisciotte, che sono in sostanza viaggi-avventure sul mare, nella selva e per altipiani petrosi, a volta a volta con avanzate e arretramenti. Il gioco predetto, dagli indizi che si hanno, è stato inventato, come altri da tavoliere, in terra d’Oriente. Spiritualmente deliziosa è la storia che se ne narra. La carmelitana Maria Teresa di Gesù Bambino (Georgette Greville), che dal Carmelo di Lisieux passò nel 1924 non ancora trentenne a quello di Saigon, vi tenne l’ufficio di maestra delle novizie, poi di priora. Formò diciannove carmelitane indigene vietnamite, prima di morire nel 1968. Nello studio d’imprimere la dottrina teresiana nelle sue figlie asiatiche, lei o forse una delle novizie escogitò di servirsi del gioco spirituale configurato sul trattato famoso: era un condurre quelle menti, con mezzi appropriati ai costumi e affinità, gettando i dadi.

L’opera rappresentata graficamente è stata composta da santa Teresa di getto, in sei mesi, tra il 2 giugno e il 29 novembre 1577. A Toledo, comprati una dozzina di quinterni di grande formato, aveva incominciato a scrivere, sopra un cassone di legno. Qualcuna tra le consorelle le preparava artigianalmente un inchiostro rossastro, carico di ferro (che perforerà le carte, in seguito sottoposte a restauro) e le temperava la penna d’oca. Sopravvenne l’interruzione d’un viaggio, a Madrid, Segovia, Avila, e in questa sua città entro la gelida cella del monastero di San Giuseppe, ella terminò il libro, redatto per ordine del suo provinciale e del confessore. L’originale, di 246 pagine, non porta cancellature e ripensamenti, confermando la velocità della scrittura di questa sessantenne, «squinternata» in salute. Le citazioni sono fatte a memoria, e non riscontrate: un eroe scritturale (Gedeone) è designato come «non ricordo bene chi», e l’espressione di una parabola è attribuita incertamente a san Paolo o a Gesù. Il fulcro di questo trattato sulla preghiera è l’immagine di un castello di diamante, che ha nel centro l’appartamento del Re della gloria, e lo precedono sei altri appartamenti o «mansioni», rappresentanti i gradi ascendenti dell’orazione: ognuno caratterizzato con il vigore della sua esperienza mistica e la vivacità della sua fantasia. Fuori della cerchia del castello non è che un groviglio di animali immondi, tra le tenebre.

Pascal fece scommessa sulla vita eterna. Più semplicemente, la maestra delle novizie, o la piccola carmelitana vietnamita, architettò un cartellone di sette giri a spirale, per raffigurare l’itinerario attraverso gli appartamenti o «mansioni» del Castello interiore. Cartellone e tecnica sono del genere del vecchio gioco dell’oca (più assennato e istruttivo che non dia a pensare il nome, perché è in fondo il gioco stesso della vita). Il viaggio entro il Castello dura più a lungo. Le caselle, punti segnati di passaggio, salgono a duecento, e anche qui il percorso è seminato di rischi, con arretramenti di tre o sette punti, o addirittura la retrocessione alla stazione di partenza. Ma si danno anche le buone venture, di andare di volo, raddoppiando le avanzate e le giocate. Tutto ciò è trasportato allo spirituale, e ogni mossa ha il contrappunto della lettura di un passo del libro, per incitamento o riprensione. Al gettare dei dadi, pare di sentire (è l’ora della ricreazione) le strida giovanili e le innocenti risa delle giocatrici, e si vede lo sgranare degli occhi a mandorla. La posta è la più grossa, e la gioia comune. Perché le carmelitane puntano tutte bravamente sul Paradiso.

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19 novembre 2019

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