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L’armonia del dialogo

· Paolo VI e la missione ·

La terza parte dell’enciclica Ecclesiam suam rivela, infine, la finezza tipica di Paolo VI nell’analisi del linguaggio e delle forme del dialogo. Anzitutto, il Papa ne tratteggia sei caratteristiche decisive, sulla falsariga del dialogo storico-salvifico tra Dio e l’umanità: l’iniziativa divina, la sua intenzione misericordiosa, il carattere incondizionato, la sua qualità liberante, l’universalità dei destinatari, la pedagogia della gradualità (nn. 74-79). Si tratta di un bell’affresco del colloquium salutis: oggi siamo in grado di dire che queste sei note qualificano precisamente l’essere del popolo di Dio che è la Chiesa. 

Angelo Biancini «Paolo VI  e Atenagora» (1970)

La Chiesa è il segno reale del dialogo salvifico di Dio con l’umanità, che ha il suo centro nella pasqua di Gesù. In quanto è “reale” la Chiesa è il luogo vero e proprio in cui giunge a compimento ogni incontro degli uomini con Cristo; in quanto è “segno”, la Chiesa realizza questo incontro portando Cristo agli uomini e facendo accedere gli uomini a Cristo. Essa non sta in mezzo come un terzo incomodo tra Cristo e l’umanità, ma la comunione e missione che definiscono la Chiesa sono i due nomi di uno stesso incontro.

Poi, Paolo VI passa a definire lo stile dell’«annuncio cristiano nella circolazione dell’umano discorso». Sembra di sentire qualche anticipazione del rapporto Chiesa-mondo, come «comunità di discorso» (nn. 80-82). Sono numeri atmosferici che descrivono bene il clima di fiducia e di speranza di quegli inizi anni sessanta. Al termine di questa parte brilla la bellezza della scrittura montiniana, quando il Papa descrive le quattro proprietà del dialogo (nn. 83-84): chiarezza, mitezza, fiducia, prudenza.

Mi piace trascriverne le prime due, per assaporarne l’inconfondibile linguaggio: «La chiarezza innanzi tutto; il dialogo suppone ed esige comprensibilità, è un travaso di pensiero, è un invito all’esercizio delle superiori facoltà dell’uomo; basterebbe questo suo titolo per classificarlo fra i fenomeni migliori dell’attività e della cultura umana; e basta questa sua iniziale esigenza per sollecitare la nostra premura apostolica a rivedere ogni forma del nostro linguaggio: se comprensibile, se popolare, se eletto. Altro carattere è poi la mitezza, quella che Cristo ci propose d’imparare da Lui stesso: imparate da me che sono mansueto e umile di cuore; il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso».

di Franco Giulio Brambilla

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18 agosto 2019

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