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L’azzurro tra terra e cielo

· Nell’arte la vitalità e la spiritualità dell’acqua ·

Senza la presenza dell’acqua, l’arte — nelle sue multiformi espressioni — non sarebbe certo stata quella che oggi ci è dato di ammirare. Nel corso dei secoli essa ha svolto una missione non solo di carattere esortativo, atta a privilegiare il piacere dell’occhio. Al di là della dimensione estetica l’acqua ha infatti contribuito a far sì che i grandi pittori del passato formulassero messaggi, plasmassero simboli, forgiassero gli obiettivi delle varie correnti artistiche. Di questo scenario è prova l’arte occidentale, tra il Nono e il Decimo secolo, che identificò l’acqua come l’atto battesimale in cui si specchia l’anelito alla purezza. Significativo, al riguardo, è l’affresco (XIV secolo) di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova: la limpidezza dell’acqua e il rilievo icastico a essa conferito stanno a indicare l’importanza attribuitale dal pittore. Colpisce, in egual misura, lo scintillio dell’acqua nel Battesimo di Cristo (1440) di Piero della Francesca: uno scintillio che trasmette vivacità alle figure che ruotano attorno a Cristo.

Piero della Francesca, «Battesimo di Cristo» (1440)

Anche sul versante profano l’acqua riveste un ruolo prioritario. Come attestato dal capolavoro divenuto un’icona del Rinascimento italiano, la Nascita di Venere (1484) di Botticelli: è l’acqua a dettare i ritmi della tela, perché assume diverse tonalità. In tal modo il quadro sembra muoversi, nello stesso tempo, avanti e indietro, secondo le cadenze delle onde e in rapporto alla distanza dalla quale si contempla il quadro. Venere e Proserpina, nel dipinto di Tiziano Amor sacro e Amor profano (1515), sono assorte nella visione dell’amorino che miscela l’acqua contenuta nello scrigno-sarcofago: una sorta di rito diretto a trasformare la morte in vita. E all’acqua Caravaggio riconosce un valore catartico quando nel Narciso (1597) la rappresenta come una medicina per curare lo spirito vanesio che irretisce il protagonista del quadro.

Senza l’acqua poi l’espressionismo non avrebbe avuto quell’inconfondibile tratto che ne costituisce la cifra stilistica. Sono infatti i giochi di luce a caratterizzare questo movimento: ma tale virtuosismo si lega intimamente alla presenza dell’acqua sulla tela. Emblematico, in merito, è Boulogne-sur-Mer (1869) di Manet, in cui il contrasto fra i ruvidi colori dei paletti del molo, alla foce della Liane, e l’acqua che è resa con morbide pennellate, rappresenta il pregio principale del quadro. E a proposito di folgoranti contrasti cromatici, s’impone Impression soleil levant (1872) di Monet, dove viene raffigurato il porto di La Havre alle prime luci dell’alba. Spicca una luminosità quasi irreale, frutto dello scontro tra il sole che sta per nascere e l’acqua che acquista gradualmente colore con lo svanire delle ombre notturne. E che Monet avesse una predilezione per l’acqua è testimoniato dai quadri dedicati al ponte del Giardino di Giverny, in cui è l’acqua dello stagno a recitare il ruolo di protagonista.

Non certo immune dalla consapevolezza del valore strumentale dell’acqua in funzione della composizione pittorica è van Gogh che nella Notte stellata sul Rodano (1888) crea un suggestivo riflesso del cielo stellato contro le acque torbide del fiume. Ad accentuare la dimensione cromatica contribuiscono poi le luci della cittadina di Arles, ritratte in dissolvenza e tremolanti proprio in virtù del riflesso che scaturisce dall’acqua. Sullo stesso versante dei giochi di luce si attesta Cézanne nel Lago di Annecy (1896): domina la tela il contrasto — che conferisce evidenza alla presenza dell’acqua e forza prospettica al lago lacustre — fra i toni blu e verde che vengono a mescolarsi con tocchi di giallo e di violetto. Insomma, laddove l’artista accorda priorità al contrasto cromatico tra i vari elementi che popolano la tela, la presenza dell’acqua si configura come un passaggio obbligato.

Soleva dire il pittore inglese Constable che tra i fattori che avevano fatto di lui un pittore vi è «il suon dell’acqua che sfugge alle dighe dei mulini»; un’affermazione suffragata dai suoi tenui e malinconici paesaggi dove l’acqua, anche laddove è appena accennata, riveste un ruolo nevralgico nella tela. Ne è prova Il carro da fieno (1821) dove in primo piano, ma di scorcio, è dipinta una trasparenza che riesce a dare luce e vita al resto del paesaggio, altrimenti cupo, quasi ripiegato su se stesso. E Constable, che amava dipingere in particolare il cielo nelle sue cangianti sembianze («perché la natura cambia ogni giorno, ogni ora») quasi sempre lo collegò alla raffigurazione dell’acqua, anch’essa camaleontica, così da creare una struttura coesa entro la quale dipanare i temi del dipinto. E non gli fu da meno un altro grande pittore inglese, Turner, soprannominato “il pittore della luce”. Quella luce, cui in gran parte deve la sua fama, nasce dall’urto con l’acqua raffigurata nelle sue multiformi variazioni: un urto che dona alle tele incisività e spessore. Ne Il molo di Calais (1803) l’acqua s’intreccia con il cielo, quasi a creare un unicuum e la gamma cromatica sembra aprirsi a ventaglio con velocità repentina. Ma è nel quadro Il naufragio della Minotauro (1793) che l’acqua assume una forza dirompente, al punto da suscitare l’impressione, al contempo suggestiva e inquietante, che essa stia per uscire dalla tela e invadere, inclemente, lo spazio esterno.

di Gabriele Nicolò

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20 settembre 2019

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