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L’azione internazionale della Santa Sede
a favore della pace

· ​Conferenza del Cardinale Lorenzo Baldisseri ·

«L’azione internazionale della Santa Sede a favore della pace» è il titolo della conferenza che il cardinale segretario generale del Sinodo dei vescovi tiene, venerdì 24 febbraio a Rovereto, nell’ambito delle iniziative della Fondazione Opera Campana dei Caduti quest’anno dedicate al tema dell’arbitrato. Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento .

Rovereto, 24 febbraio 2017

Eccellenza Reverendissima,
Distinte Autorità,
Signore e Signori,
Cari Amici,

1.Con viva cordialità vi saluto tutti e ringrazio dell’invito che mi è stato rivolto dal Reggente della Fondazione Opera Campana dei Caduti (“Maria Dolens”), Prof. Alberto Robol e dal Direttore artistico Maestro Marcello Filotei. Un saluto fraterno lo estendo all’Ecc.mo Vescovo di Trento, Mons. Lauri Tisi e all’Ecc.mo Arcivescovo Mons. Luigi Bressan, Emerito, come pure a tutte le personalità presenti. Non vi nascondo che sono lieto di trovarmi in questa terra ricca di storia, di tradizioni e di una fede radicata. Ma anzitutto esprimo un grazie al vostro impegno nel riflettere sulla grande causa della pace e così suscitare i sentimenti necessari per quella cultura di pace di cui tanto c’è bisogno nelle nostre società. La pace, lo sappiamo, è questione di ogni generazione, di oggi e di domani. “Si vis pacem para pacem”, è il motto che maggiormente si addice alla vostra benemerita Istituzione che si pone nel solco felice e illuminato di promuovere la sana convivenza tra i popoli, l’armonia delle sue componenti umane, la pace nel mondo.

In questa prospettiva sembra quanto mai significativo che abbiate voluto dedicare un momento di riflessione per conoscere meglio il ruolo che per raggiungere l’ obiettivo di pace svolge la Santa Sede, con la sua presenza e azione nella Comunità internazionale. Si tratta di un attività assai vasta, ma in cui il tema della pace è da sempre presente e rispondente alle necessità del momento. Penso a quella che Papa Benedetto XV chiamò l’ inutile strage con l’Appello ai Popoli belligeranti e ai loro reggitori di fronte agli orrori della Prima Guerra Mondiale, di cui stiamo vivendo il centenario e che proprio in queste regioni ha reciso vite umane, cancellato affetti, distrutto materialmente e moralmente il tessuto sociale. Ebbene, Papa Della Chiesa, non mancò di ricordare alle Potenze del tempo che «l’equilibrio del mondo e la prospera e sicura tranquillità delle Nazioni riposano sulla mutua benevolenza e sul rispetto degli altrui diritti e dell’altrui dignità, assai più che su moltitudine di armati e su formidabile cinta di fortezze» [1] .

E poi le altre tragedie del tormentato secolo ventesimo [2] > che hanno portato la Sede Apostolica a considerare lo scenario internazionale non solo come luogo privilegiato in cui inneggiare alla pace, ma anche come foro per elaborare un pensiero critico nei confronti della guerra. Penso al « Nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra » di Pio XII per scongiurare gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. E poi le riflessioni sistematiche di San Giovanni XXIII con la memorabile enciclica Pacem in terris che distingue la pace dalla semplice assenza di guerra; e ancora l’intuizione del Beato Paolo VI che lega la pace alla crescita dei popoli: lo « sviluppo è il nuovo nome della pace » dirà nell’Enciclica Populorum Progressio di cui celebriamo quest’anno il cinquantesimo. Verso Paolo VI, poi, siamo debitori dell’istituzione della Giornata Mondiale della Pace, celebrata ogni anno il 1º gennaio dal 1968 e accompagnata da un messaggio del Papa, che con l’anno che viene giunge al traguardo del suo cinquantesimo.

San Giovanni Paolo II sin dalla sua prima Enciclica, la , del 4 marzo 1979, indica che «la pace si riduce al rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo, mentre la guerra nasce dalla violazione di questi diritti». E questo legame ha caratterizzato tutti i successivi interventi della Santa Sede a favore della pace nelle diverse regioni del mondo e all’interno della tante Istituzioni internazionali di cui essa è parte.

Papa Francesco su queste tematiche ha inserito alcuni elementi che ampliano ancora di più il pensiero della Santa Sede sulla pace. Egli ci chiama anzitutto a cogliere la causa remota dei conflitti e cioè l’ indifferenza. Proprio qui vicino, a Redipuglia, il 13 settembre 2014, il Papa disse che l’indifferenza è «il motto beffardo della guerra», introducendo l’interrogativo: «A me che importa?» [3] . Riferendosi alle cause immediate dei conflitti, Papa Francesco ci ha abituati all’idea di una «guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni». Guerre non isolate, perché «dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi» [4] . Di qui la convinzione che per fermare la guerra e creare condizioni di pace è necessaria una «nuova collaborazione sociale ed economica, libera da condizionamenti ideologici, che sappia far fronte al mondo globalizzato, mantenendo vivo quel senso di solidarietà e carità reciproca» [5] .

Queste indicazioni, ci dice ancora Papa Francesco, possono ridursi purtroppo solo a delle grandi aspettative di fronte ad una realtà che è diversa e impone di osservare «con dolore le conseguenze drammatiche di [una] mentalità del rifiuto e della cultura dell’asservimento» che evoca e sostiene la guerra «combattuta a pezzi» [6]. A questo punto Egli colloca l’invito a intraprendere «un sincero cammino di fiducia reciproca e di riconciliazione fraterna che permetta di superare l’attuale crisi» >[7] . Solo un’autentica fraternità, pertanto, può essere antidoto alla guerra, poiché «un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero» [8] .

La riflessione posta dai Pontefici alla pace, dunque, ci presenta le diverse sfaccettature che concorrono a definirla come “dono di Dio” e che richiedono l’impegno unitario per costruirla, perché ognuno senta la sua chiamata ad essere protagonista nell’impegno per edificare un futuro di pace. Se ci pensiamo bene, questo significa che aspirare alla pace non basta, come non è sufficiente l’intenzione di operare per la pace: occorrono comportamenti concreti e coerenti, azioni mirate e, soprattutto, la piena coscienza che ognuno nel suo piccolo o grande mondo quotidiano è “costruttore di pace”, pur nei diversi compiti, incarichi e funzioni.

Per la Santa Sede un tale impegno è sempre attuale e si manifesta non solo nell’ansia del Pastore della Chiesa universale per la promozione della pace, della giustizia e della solidarietà nella vita dei popoli, ma in un’azione a tutto campo sulla scena internazionale, per dare un diretto contributo alla concordia tra le Nazioni. Significa in pratica presenza nelle aree di guerra o in zone sconvolte dal terrorismo, nelle iniziative per fermare i conflitti, nell’incontro con i responsabili della politica degli Stati e delle Istituzioni intergovernative. Si tratta in sostanza di tutto ciò che la Santa Sede, con la sua diplomazia e la sua attività bilaterale e multilaterale, svolge in funzione non di un’astratta nozione di pace, ma di una pace intesa come giustizia e che richiede pertanto anche forme diverse di attuazione.

L’Anno Giubilare della Misericordia ci ha fatto riscoprire il valore del perdono e come questo sia applicabile anche all’obiettivo della pace. Già San Giovanni Paolo II diceva che: «La vera pace è frutto della giustizia, …ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com’è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. ... Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nel soprassedere alle legittime esigenze di riparazione dell'ordine leso» [9] . Sono parole a cui Papa Francesco unisce un monito: «Nella prospettiva della misericordia e della solidarietà si colloca l’impegno convinto della Santa Sede e della Chiesa cattolica nello scongiurare i conflitti o nell’accompagnare processi di pace, di riconciliazione e di ricerca di soluzioni negoziali agli stessi. Rincuora poter vedere che alcuni tentativi intrapresi incontrano la buona volontà di tante persone che, da più parti, si adoperano attivamente e fattivamente per la pace». Sono le parole pronunciate lo scorso 9 gennaio ai 184 membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Ma come la Santa Sede opera a favore della pace e per incoraggiare le istanze di pace presenti nel mondo? Vi propongo alcune riflessioni che sono orientate verso due aspetti concorrenti al grande obiettivo della pace: la funzione degli accordi stipulati dalla Santa Sede e il ruolo della diplomazia pontificia.

2.Presentare la materia degli accordi – tradizionalmente si parlava di concordati – significa entrare nel metodo di azione proprio del diritto internazionale: attraverso gli accordi si pone fine a conflitti di ogni tipo, ad opposte visioni, finanche a guerre. È in queste grandi finalità che si colloca anche la Santa Sede quando conclude accordi con altri membri della Comunità internazionale, anche se lo fa con uno spirito diverso in ragione della sua finalità, diversa da quella degli altri attori della scena internazionale. Finalità e peculiarità sono due caratteristiche che immediatamente offrono la giustificazione formale – quella sostanziale risiede invece nella soggettività giuridica internazionale della Sede Apostolica – del perché si faccia ricorso ad accordi: garantire la libertas Ecclesiae e la concordia nelle Nazioni. Si potrebbe dire che tramite gli accordi si manifesta la volontà della Chiesa di mantenersi distinta rispetto allo Stato ed al suo ruolo, pur volendo collaborare con esso per offrire un ulteriore sostegno alla persona umana, ai suoi diritti di cittadino-credente e in senso ampio al bene comune che della pace è presupposto. Infatti, lo sguardo sull’oggi ci porta immediatamente a rilevare che la maggior parte dei conflitti nasce all’interno di un Paese, perché la pace sociale è compromessa o forse non è stata mai voluta.

Il contenuto degli accordi, pur mantenendo una specificità quanto alla materia trattata, si va ormai ad intrecciare con la realtà complessiva della vita di uno Stato e con le situazioni in cui versa la sua società. Questo evidenzia la reciproca autonomia tra la Chiesa e lo Stato, mentre accresce la reciproca collaborazione per obiettivi comuni, superando anche quelle alleanze tra “Trono e Altare” che la storia ci ha narrato. È quanto indica in modo esplicito il Preambolo dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Federativa del Brasile che ho avuto il privilegio di negoziare negli anni della mia missione di Nunzio Apostolico in quel Paese. Nel rilevare la necessità di un «aggiornamento» delle relazioni storiche tra Brasile e Santa Sede si afferma in quel testo che «le Alte Parti Contraenti sono, ciascuna nel proprio ordine, autonome, indipendenti e sovrane e cooperano per l’edificazione di una società più giusta, pacifica e fraterna».

Questo rilievo ci permette di rilevare anche una seconda ragione della funzione pacificatrice degli accordi conclusi dalla Santa Sede. Infatti, se da un lato gli Stati sono impegnati a creare la coesione sociale tra i propri cittadini e quindi a regolare anche la loro dimensione individuale e collettiva di credenti, dall’altro la Santa Sede nella sua funzione di governo della Chiesa cattolica, utilizza per questo fine la sua capacità di concludere trattati (accordi, convenzioni, patti). A guardarla bene si tratta di una caratteristica rientrante nell’attività sovrana ed indipendente di ogni soggetto dell’ordinamento internazionale. Una prerogativa che la Santa Sede esercita ed ha esercitato in continuità nel corso della storia, senza limite alcuno che non fossero le norme di diritto internazionale regolanti la materia. E questo si è realizzato anche dopo la debellatio degli Stati Pontifici, nel 1870. Quei fatti non hanno di certo privato la Santa Sede degli attributi sovrani propri di qualunque soggetto dell’ordinamento internazionale, che ha continuato in modo ininterrotto a concludere accordi (furono ben 19), ad esercizio del diritto di legazione attivo e passivo nei confronti degli Stati, fino a predisporre interventi volti a dare soluzione pacifica a controversie internazionali che mettevano a serio rischio la pace.

La prassi mostra chiaramente, e senza interruzioni di continuità, che la Santa Sede ha sempre concluso trattati internazionali sia bilaterali – i concordati, appunto – sia multilaterali, seguendo le norme previste dall’ordinamento della Comunità internazionale. Tali norme, che appartengono alla categoria dei principi generali di diritto internazionale a cui si affiancano norme consuetudinarie, sono state oggetto della codificazione voluta dalla Nazioni Unite e conclusasi nell’apposita Convenzione sul diritto dei trattati (1969) di cui è parte anche la Santa Sede dal 24 febbraio 1977.

Appare chiaro che la materia degli accordi, la loro stipulazione ed il loro effetto si collegano direttamente con la questione della soggettività internazionale della Sede Apostolica. Una situazione che presenta tipicità ed atipicità rispetto all’ordinaria fisionomia dell’ordinamento internazionale, ma che, come si è già indicato, non si distacca dai parametri che il medesimo ordinamento prevede quanto ai requisiti necessari per la soggettività. Va precisato che la specificità della Santa Sede quale organo centrale del governo della Chiesa non ne limita o pregiudica la capacità di diventare parte di un trattato o ne compromette la presenza e l’azione internazionale. In questo senso appare improprio il fatto che parte della dottrina parli di uno “status sui generis”, dimenticando che la Santa Sede a pari degli altri soggetti persegue finalità proprie, certo diverse da quelle degli Stati, ma non per questo incompatibili con l’ordinamento internazionale. Natura giuridica e status della Sede Apostolica sono, infatti, quelli propri di ogni soggetto di diritto internazionale, sintetizzati nella formula “sovranità e indipendenza”.

È da tenere comunque presente che la Santa Sede resta in primo luogo il “governo” della Chiesa cattolica, e cioè di una Comunità di credenti che si pone nel mondo con il suo aspetto spirituale e societario, inscindibilmente connessi. Un legame evidente non solo quanto alla sua vita interna, ma anche quando essa si colloca in quel particolare contesto che sono le relazioni internazionali.

Pertanto anche alla luce dei fondamenti più direttamente teologico-dottrinali, emerge come la presenza della Santa Sede nelle relazioni internazionali presenti implicazioni non solo di tipo giuridico, ma anche di diverso tipo, come quello politico, che va immediatamente inteso ripercorrendo il rapporto di reciprocità Chiesa-Mondo, ben delineato dal Concilio Vaticano II. In questo profilo vanno inseriti gli accordi quali strumenti portatori di un interesse che da un lato tocca la Chiesa, la sua missione nel mondo in relazione ai “fatti” che accadono nella Comunità politica interna ed internazionale; dall’altro l’interesse che le singole Comunità politiche (uso qui la terminologia della Costituzione Gaudium et Spes del Vaticano II), i suoi membri e le sue forme di organizzazione, manifestano per la missione della Chiesa. Una visione che trova piena collocazione nelle espressioni presenti in ogni accordo, quando si indica l’impegno dello Stato e della Chiesa Cattolica nella cooperazione per la promozione delle dignità della persona umana, della giustizia e della pace.

A fronte di un siffatto contesto, volendo individuare il valore degli accordi emerge con tutta chiarezza la funzione strumentale che essi acquistano nel sistema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa che trovano riconoscimento alla propria rispettiva missione e vedono così garantito l’obiettivo della loro libertà di azione. Un valore, pertanto, che si lega al più vasto concetto della libertà di religione che oggi gli standard della regolamentazione giuridica inscrivono tra i diritti fondamentali della persona e per la cui tutela si muovono in modo sistematico la Chiesa e la Santa Sede operando tanto nell’ordinamento interno degli Stati quanto nel contesto del diritto internazionale.

In sostanza la Chiesa mediante un accordo va a ricercare uno stabile confronto con lo Stato regolato dal diritto internazionale e in grado di preservarne la sua capacità di presenza e di attività all’interno di un Paese. Tale posizione del resto è quella che trova spazio nell’approccio ai rapporti tra Chiesa e la Comunità politica seguito dal Vaticano II la cui impostazione ha caratterizzato gli accordi conclusi dalla Santa Sede, soprattutto per quanto concerne due aspetti fondamentali: la richiesta della garanzia per gli aspetti conseguenti alla libertà religiosa, come ad esempio il diritto all’istruzione, i poteri di auto-organizzazione, le forme di finanziamento e di sostentamento della Chiesa; e la funzione degli Episcopati locali che oltre ad essere tra i diretti destinatari delle previsioni concordatarie sono chiamati a darvi ulteriore attuazione, anche mediante specifiche intese con gli organi statali.

Se questi elementi ben delineano l’interesse e le finalità proprie della Santa Sede quale soggetto dell’ordinamento internazionale, parimenti non mancano di indicare il limite che essa incontra nella stipulazione di accordi: realizzare nel contesto del diritto internazionale le finalità della Chiesa cattolica che riguardano, di fatto, la più ampia libertas Ecclesiae e quel traguardo ultimo proprio della missione della Chiesa che resta la salus animarum. Obiettivo da raggiungere anche mediante accordi volti a regolare la cooperazione tra Chiesa e Stato in funzione di una vera pace sociale. Proprio l’ Accordo con il Brasile, all’art. 8 fornisce una dimostrazione in tal senso quando indica che la «Chiesa Cattolica, in virtù del bene comune della società brasiliana, specialmente dei cittadini più bisognosi, si impegna […] a dare assistenza ai fedeli accolti in strutture sanitarie, di assistenza sociale, di educazione e similari, o detenuti in istituzioni penitenziarie o similari», esercitando così un diritto riconosciuto dallo Stato, «il diritto di svolgere questo servizio, inerente alla sua stessa missione».

Esempi analoghi si ritrovano in ogni altro accordo, come ad esempio quelli conclusi di recente con lo Stato di Palestina, la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centroafricana, il Benin, Timor-Leste, gli Emirati Arabi Uniti e, ultimo in ordine di tempo, con la Repubblica del Congo. Tutti contengono riferimenti specifici alla pace e specificamene ai modi per garantire attraverso un clima di concordia all’interno dei Paesi o delle Regioni la prevenzione di contrasti e conflitti.

3.Quest’ultimo aspetto consente immediatamente un concreto collegamento all’altro ambito di azione internazionale della Santa Sede che ha diretti riferimenti alla pace: la diplomazia pontificia.

L’attività diplomatica, come è noto, è una diretta manifestazione dei rapporti stabili che si instaurano tra i protagonisti della vita internazionale. Un contesto, quello della diplomazia, fatto di persone e di istituzioni il cui quotidiano confronto coinvolge gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Ma è vero, anzitutto, che l’azione diplomatica costituisce lo strumento privilegiato per garantire la pace, operando per superare i contrasti o svolgendo un’opera di prevenzione dei conflitti. Tutto questo mediante non solo l’ufficialità dei negoziati, delle conferenze e delle decisioni “al vertice”, ma anche attraverso la paziente tessitura di una tela fatta di piccoli e spesso incerti segnali di buona volontà, di conoscenze e, in particolare, di dialogo. Aspetto quest’ultimo non trascurabile, anzi direi essenziale per l’attività diplomatica. Papa Francesco, proprio nel suo primo incontro con la comunità diplomatica, ricevendo subito dopo la Sua elezione gli Ambasciatori presso la Santa Sede, parlò della necessità di un «dialogo tra luoghi e culture fra loro distanti, tra un capo del mondo e l’altro, oggi sempre più vicini, interdipendenti, bisognosi di incontrarsi e di creare spazi reali di autentica fraternità» [10] .

È questo il contesto in cui opera anche la diplomazia pontificia, pur mantenendo la propria finalità e in particolare gli obiettivi che è chiamata a raggiungere che toccano la vita interna della Chiesa nella sua dimensione spirituale e nel suo assetto societario che restano inscindibilmente connessi. Una presenza consolidata, al punto che negli studi sulla diplomazia è facile incontrarsi con l’espressione che quella pontificia è “la diplomazia più antica”, presente in permanenza nel corso della storia e con modalità strutturatesi in modo preciso sin dal X secolo. La Santa Sede, infatti, ha contribuito al sorgere della cosiddetta diplomazia stabile, fatta di “Rappresentanze permanenti” (fine XVI secolo) che costituiscono la base per le relazioni stabili tra le Nazioni. Uno strumento che, con tutti i limiti possibili, resta una modalità essenziale di servire al grande obiettivo della pace e della pacifica coesistenza tra popoli e nazioni.

La figura del Rappresentante pontificio mostra subito la sua natura di strumento di comunione tra il Romano Pontefice e i Vescovi che sono a capo delle chiese locali. Una funzione, però, da cui non può separarsi il compito di garantire la vita della Chiesa cattolica in un Paese per consentire alle istituzioni ecclesiali lì presenti di attingere all’insegnamento e alle indicazioni che giungono dal Vescovo di Roma. Un insegnamento che ne indirizza l’azione e fornisce loro sostegno. Il can. 365 del Codice di Diritto Canonico , riprendendo quanto previsto dal Motu proprio Sollicitudo Omnium Ecclesiarum emanato dal Papa Paolo VI nel 1969, chiama il Rappresentante diplomatico della Santa Sede a «promuovere e sostenere le relazioni tra la Sede Apostolica e le Autorità dello Stato», come pure ad «affrontare le questioni che riguardano i rapporti fra Chiesa e Stato» e, in particolare «nel trattare […] la stipulazione e l’attuazione dei concordati e delle altre convenzioni similari».

Chi opera nei contesti diplomatici sa bene che senza l’azione della diplomazia pontificia tanti credenti – e non solo cattolici – potrebbero vedersi porre dei limiti alla loro libertà di religione. E poi, l’assenza della Santa Sede a riunioni e conferenze intergovernative certamente priverebbe di quella “esperienza in umanità” – sono le parole di Paolo VI, primo Papa a recarsi alla sede dell’ONU – le azioni volte a promuovere il disarmo, la concordia tra gli Stati, come pure la lotta alla povertà che, nelle sue diverse forme, concorre ad edificare la pace.

Di tutto questo ne sono coscienti coloro che dedicano il loro ministero sacerdotale ed episcopale al servizio diplomatico della Santa Sede, con una responsabilità che li rende partecipi dell’esercizio di un aspetto del munus Petrino, come ha sottolineato Papa Francesco incontrando lo scorso settembre i suoi Rappresentanti diplomatici «Nel vostro operare, siete chiamati a portare ad ognuno la carità premurosa di chi rappresentate, diventando così colui che sostiene e tutela, che è pronto a sorreggere e non solo a correggere, che è disponibile all’ascolto prima di decidere, a fare il primo passo per eliminare tensioni favorire comprensione e riconciliazione» [11] . Una visione chiara che sottolinea da un lato la funzione ecclesiale della diplomazia pontificia – richiamando quella collegialità esposta dal Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium –, dall’altro il suo essere partecipe delle dinamiche e situazioni della vita internazionale, ma con lo sguardo rivolto al grande obiettivo della comprensione e della riconciliazione.

Se facciamo riferimento ai dati, emerge che la Santa Sede ha relazioni diplomatiche di tipo bilaterale con 182 Stati (su 193), a cui si aggiunge l’Unione Europea. Stati la cui popolazione appartiene ad ogni religione o a credi diversi, con proprie tradizioni frutto di civiltà spesso lontane da quelle a cui la Chiesa stessa è abituata. Non posso dimenticare come nel corso della mio lungo peregrinare quale Rappresentante della Santa Sede, ho dovuto apprendere e conoscere la novità di culture e riti diversi prima di poter entrare con maggiori possibilità nel dialogo con tutti.

Alle relazioni diplomatiche bilaterali si affiancano i rapporti di tipo multilaterale instaurati dalla Santa Sede con oltre 30 Organizzazioni internazionali, operanti nei molteplici settori in cui si struttura la Comunità delle Nazioni.

Tutto questo, se si richiamano le norme del diritto internazionale, significa la presenza di Nunziature Apostoliche presso gli Stati e di Missioni Permanenti presso le Organizzazioni internazionali. Ad esse è preposto in genere rispettivamente un Nunzio Apostolico (al quale in tanti luoghi è dato l’appellativo di “Ambasciatore del Papa”), oppure un Delegato o Osservatore Permanente, a seconda se la Santa Sede è membro o meno di una Organizzazione internazionale. In ogni caso si tratta di un’attività in funzione di quell’ordine tra i popoli che nell’insegnamento del Magistero della Chiesa è considerato il vero pilastro della pace.

Possiamo ben dire che la « vera pace sulla terra» auspicata da San Giovanni XXIII nella richiamata enciclica Pacem in Terris, significa dare compimento alla storia della salvezza. E questo per la diplomazia pontificia vuol dire operare come strumento di pace, attenendosi conseguentemente alla perseveranza, al rispetto delle regole, a quella lealtà che il diritto internazionale esprime nel ben noto principio di buona fede ( pacta sunt servanda ). Risulta allora particolarmente illuminante la descrizione fatta dal Codice di Diritto Canonico quando pone tra i compiti del Rappresentante Pontificio quello di « adoperarsi per promuovere tutto ciò che riguarda la pace, il progresso e la cooperazione tra i popoli » (can. 364, 5).

4.La Santa Sede attraverso la conclusione di trattati e mediante l’azione diplomatica raccoglie quel desiderio di pace che appartiene alla famiglia umana, ma con una visione che non si ferma a quella degli Stati. Accrescere e garantire la sicurezza rimane un primo passo, ma è importante prevenire le cause dei conflitti e rimuovere le situazioni che possono riaccenderli anche se formalmente conclusi.

Per questo la Santa Sede opera con una evidente continuità attraverso l’istituto della mediazione tanto importante per la vita internazionale e il suo ordinamento giuridico. Risalendo nella storia basta qui ricordare l’arbitrato condotto da Papa Leone XIII nel 1885 per porre fine al conflitto che opponeva la Spagna e la Germania per la sovranità sulle Isole Caroline; o negli anni ’80 del secolo scorso, l’azione per porre fine alla disputa territoriale tra l’Argentina e il Cile sul Canale di Beagle, all’estremo sud del Continente americano: un obiettivo realmente raggiunto il 29 novembre 1984 con la conclusione del Trattato di Pace e di Amicizia mediante il quale le Parti accettarono la soluzione proposta dalla Santa Sede. Ed oggi la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti dopo decenni di contrapposizione o la mediazione svolta in Colombia tra le forze delle FARC e il Governo.

Certamente Papa Francesco ha aperto ulteriori spazi a questa azione per la pace, affrontando in modo diretto le situazioni che causano conflitti determinate dalla povertà e dal sottosviluppo. E questo fornendo una esplicita indicazione di metodo e un obiettivo da raggiungere: «individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista» [12] .

Sono sotto i nostri occhi le fonte di quelle ingiustizie che mettono in pericolo la pace: violazioni del diritto all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, per citarne alcune. Come pure, guardando i contenuti della grande enciclica Laudato Si’ con la quale Papa Francesco ci pone di fronte alla distruzione della “casa comune”, ci accorgiamo che i danni all’ambiente e, soprattutto, i cambiamenti climatici sono altrettanti fattori pericolosi che allontanano un futuro di pace per il nostro mondo. I conflitti recenti, infatti, sono sorti dagli spostamenti forzati di popolazione che sempre più dipenderanno dai cambiamenti climatici, come indica il Papa con la Sua capacità di scrutare i segni dei tempi: «i cambiamenti climatici non appartengono esclusivamente alla sfera della meteorologia. Come dimenticare che a rendere inarrestabile la mobilità umana concorre anche il clima? I dati più recenti ci dicono che i migranti climatici sono sempre più numerosi e vanno ad ingrossare le fila di quella carovana degli ultimi, degli esclusi, di coloro a cui è negato anche di avere un ruolo nella grande famiglia umana» [13] .

A Papa Francesco oggi credenti e non credenti da ogni parte del pianeta guardano per la Sua azione instancabile a favore della pace. Questo può incoraggiare anche il nostro sforzo per essere dappertutto costruttori della pace vera e realizzare così la beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» ( Mt 5,9).

Grazie dell’attenzione che avete voluto rivolgere a queste riflessioni che ho potuto, con immenso piacere, condividere con voi.


[1] Esortazione Allorché fummo chiamati, 28 luglio 1915.

[2] Cf. E.J. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991, 2014 Rizzoli.

[3] Francesco, Omelia al Sacrario Militare di Redipuglia, 13 settembre 2014.

[4] Ibid.

[5] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa, 25 novembre 2014.

[6] Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 2015.

[7] Ibid.

[8] Francesco, Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale della Pace , 1º gennaio 2017, 5.

[9] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace , 1° gennaio 2002.

[10] Francesco, Discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede , 22 marzo 2013.

[11] Francesco, Discorso all’incontro dei Rappresentanti Pontifici , 17 settembre 2016.

[12] Francesco, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2014, 1.

[13] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2016, 3.

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