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L’avventura
di un laico in missione

· ​Ricordo di Silvio Daneo pioniere del movimento dei Focolari nel continente asiatico ·

Silvio Daneo con l’allora arcivescovo  François-Xavier Nguyên Van Thuán

Era il 1997 quando il rappresentante pontificio in Pakistan, arcivescovo Renzo Fratini, cercava qualcuno per una missione molto delicata: entrare in territorio afghano, in pieno regime talebano, per portare in gran segreto l’Eucarestia alla comunità delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld, quattro donne consacrate che vivevano a Kabul, unica presenza cristiana nel Paese in quel frangente storico. Anche il barnabita padre Giuseppe Moretti, infatti, il solo sacerdote autorizzato, era stato costretto a rientrare in Italia nel 1994, a causa dell’infuriare della guerra civile. Uno dei due laici prescelto dal rappresentante della Santa Sede per una missione così rischiosa e piena di incognite — i due ufficialmente figuravano come cooperanti, gli unici ammessi in territorio afghano — era Silvio Daneo: un uomo, scomparso lo scorso gennaio a Torino, che ha dedicato alla missione nei Paesi asiatici un’intera vita.

La missione segreta a Kabul, per la cronaca, riuscì perfettamente e fu uno dei successi che Daneo racconta, attribuendoli sempre e soltanto all’opera di Dio, nelle sue memorie raccolte in due libri: Una vita tra quattro mari e il più recente Nel continente dei continenti (entrambi per l’editrice Hever), l’ultimo pubblicato all’inizio del 2019, pochi giorni prima della morte dell’autore.

Donare Cristo e il suo Vangelo a nazioni e popoli d’Asia è sempre stata una sfida e un compito che, fin dagli albori dell’opera missionaria della Chiesa, ha suscitato interrogativi, ha alimentato riflessioni, ha nutrito l’immaginazione, ha generato martiri. Qualcuno ha perfino messo in dubbio che nel «continente dei continenti» il Vangelo potesse realmente attecchire. La vita e l’esperienza di Silvio Daneo, uno tra i pionieri del movimento dei Focolari nel continente asiatico, hanno forza kerygmatica e vitalità evangelica tali da offrire oggi un contributo nuovo e ineludibile anche agli studiosi di teologia della missione.

Scomparso a 77 anni, Daneo, originario di Ivrea, ha speso oltre venticinque anni della sua esistenza in Oriente, immergendosi ma anche studiando a fondo il pluralismo sociale, culturale, etnico, religioso, economico, politico del continente. Dalle Filippine, orgogliosamente cattoliche e devote, all’India fiera delle sue tradizioni millenarie; dall’Afghanistan dei talebani, dove era bandito ogni simbolo non islamico, fino alle mille pagode della penisola del Siam; dalla Cina dove, in piena Rivoluzione culturale, sopravviveva una comunità di battezzati fedeli al Papa, fino al Vietnam controllato dai vietcong. In questi e in molti altri Paesi asiatici, le storie, i volti, gli episodi, le curiosità e gli insegnamenti lasciati da Daneo vanno ben oltre il pur interessante saggio di letteratura odeporica. C’è molto di più: l’esperienza di una vita vissuta attraverso la lente del Vangelo, un memoriale che fa risaltare, in un racconto che si configura come un bilancio esistenziale, l’azione del Dio-Provvidenza che Daneo riconosce, sempre con sommo stupore, come guida di un cammino ricco di sorprese.

La vita di Daneo rappresenta in sé una storia di comprensione profonda, di sintonie, di annuncio del Vangelo della pace e di accoglienza. Partito nel febbraio del 1966 alla volta di Manila, Daneo è parte di una pattuglia di giovani inviati da Chiara Lubich a diffondere nell’arcipelago, e da lì nell’intero continente asiatico, la «spiritualità dell’unità». Da allora, in un cammino a volte tortuoso, quella peculiare spiritualità si è diffusa in Giappone, Corea, Hong Kong, Taiwan, India, Pakistan, Thailandia, Cambogia, Vietnam, e in altri luoghi e nazioni che Daneo ha visitato, fermandosi mesi o anni, per avviare o accompagnare le nascenti comunità del “focolare”. 

di Paolo Affatato

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20 ottobre 2019

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