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L’avventura della lontananza

· Nei racconti della scrittrice persiana Goli Taraghi ·

In ogni lingua del mondo il racconto è la prova del nove della creatività letteraria. Nondimeno per il lontano Iran, l’antica Persia, ma oggi contingente presenza politica, economica, e anche artistica; negli ultimi anni della sua storia la narrativa, soprattutto femminile, ha dato modo alla platea mondiale dei lettori e dei critici di coniare la fascinosa definizione di “figlie di Shahrazàd”, ideale e solidale compagnia di autrici dalla spiccata vivacità intellettuale.

Una tavola di «Persepolis. Histoire d’une femme insoumise» di Marjane Satrapi

Racconti tradotti dal persiano dunque, di cui un’ultima, magnetica raccolta è dovuta alla scrittrice Goli Taraghi (nata a Teheran ed esiliata a Parigi dal 1979), sotto il titolo La signora Melograno (Milano, Jaca Book, 2014, pagine 268, euro 14).

Se la condizione temporale del racconto è in genere il passato, questi di Goli Taraghi sono in parte scritti in un presente acronico, imperativo, eterno, a tal punto sospeso e cristallizzato da conferire a figure e azioni carattere di simbolo, di modello: un prisma di realtà storiche, geografiche e culturali a valore totale e chiaramente interpretabile in ogni contesto umano.

Dalle pagine del primo scritto, che dà il titolo alla raccolta, l’ottantatreenne signora protagonista che si accinge a raggiungere i figli anni fa emigrati in Svezia, vive lo spazio del suo inquietante spaesamento aeroportuale come il palcoscenico d’un drammatico confine tra due vuoti: quello della vecchia patria e quello d’un nuovo Paese, luogo d’esilio prima che di ogni possibile accoglienza. Questo evidenzia la traduttrice Anna Vanzan nella sua nitida postfazione, puntualizzando il clima di tutto il libro, quello di una «avventura della lontananza».

Quell’altro, è ad esempio la storia di due gemelli che i genitori si dividono tra loro ma che non riescono mai a condividere nulla l’un l’altro; mentre in La gara mai finita, dove si narra di una caotica attesa a Orly, aeroporto parigino, del volo per Teheran, tra indesiderati contatti di folla e di singoli passeggeri, di vere e proprie lotte con i doganieri, di amicizie fiorite e sfiorite all’improvviso sfaldarsi della calca.

Lingua sobria ma ansiosa, questa di Taraghi, un battere e levare di frasi svelte, minute, liquide, spesso intese a un catalogo di obbligate menzogne, di dissimulazioni, finti complimenti, contraddizioni, malintesi, tra descrizioni a volte sognanti, tonalità dolorose e appunti di costume. La stoffa del racconto è diversa tra una composizione e l’altra com’è giusto che accada in una collezione narrativa come questa, con figure diverse, psicologie riconducibili a un unico fascio di problemi ma trattate da punti di vista differenti, con attori di personalissima caratura morale sia pure riassunta nelle fondamentali dimensioni dell’onore e della dignità, del rispetto reciproco e della sacralità delle convinzioni. In un ventaglio di memorie, fantasie, amori, vicissitudini fisiche e spirituali.

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19 agosto 2019

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