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L’avvenire di un’illusione

· Un ritratto del filosofo Leo Strauss ·

È una cosa «che effettivamente sono» fu il commento leggermente ironico di Leo Strauss in risposta alla definizione di “reazionario senza speranza” attribuitagli dallo storico George Lichtheim. Se le accuse di conservatorismo o di tendenze reazionarie non sembravano turbare più di tanto la quiete di Strauss, lo stesso non si può dire degli equivoci riguardanti il suo rapporto con Dio e il Giudaismo.

Leo Strauss negli anni Cinquanta

Nato in Germania nel 1899 in una famiglia ebrea ortodossa, attenta osservante della Legge, ma, allo stesso tempo, poco incline a una conoscenza approfondita del Giudaismo, Strauss fu cresciuto con un’educazione conservatrice. Interessatosi sin da giovane alla filosofia e agli studi giudaici, in numerosi scritti Strauss dichiarò fallito il tentativo di critica della religione lanciato da Spinoza e dagli illuministi radicali. Una confutazione della rivelazione biblica sul terreno della critica filosofica era sconfitta già in partenza. L’impossibilità di sintesi tra le due vie maestre del pensiero occidentale, l’obbedienza biblica e la conoscenza greca, la critica all’interpretazione filosofica della rivelazione e ai tentativi di “interiorizzazione” dei concetti di creazione, rivelazione e miracolo, erano alcune delle principali tesi esposte da Strauss già a partire dagli anni Trenta nei suoi celebri saggi su Spinoza, Maimonide e i suoi predecessori arabi.

Furono probabilmente queste tesi che portarono alcuni dei pensatori suoi contemporanei, amici e colleghi a fraintendere il suo rapporto con la fede tramandatagli. Numerose tracce di questi equivoci si possono trovare nelle corrispondenze tra Strauss e i principali protagonisti della vita intellettuale novecentesca. Esclamando «io non sono un ebreo ortodosso!», Strauss conclude una lettera inviata il 23 giugno 1935 all’amico e celebre filosofo, anch’egli ebreo, Karl Löwith (Oltre Itaca. La filosofia come emigrazione. Carteggio 1932-1971, a cura di Carlo Altini e Manuel Rossini, Carocci, 2012). Una precisazione analoga a quella inviata l’anno precedente allo studioso di Kabbalah Gershom Sholem in riferimento a un’ipotetica candidatura a docente di filosofia ebraica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme: con estrema franchezza Strauss annuncia al suo collega di non essere ortodosso e di non essere disposto a fare alcuna concessione per lavorare in istituti di tendenza religiosa ortodossa (Lettere dall’esilio. Carteggio 1933-1973, a cura di Carlo Altini, Giuntina, Firenze 2008).

Pensatore e uomo a cavallo tra Atene e Gerusalemme, Strauss consegna ancora una volta alla corrispondenza le sue considerazioni più personali in merito al rapporto con Dio. Alcune sue lettere risalenti all’inizio degli anni Trenta e indirizzate a Gerhard Krüger non lasciano molti dubbi su quale fosse il suo rapporto con la fede. In questi scritti confessa che l’impossibilità di credere in Dio è per lui “l’unica cosa chiara”, una certezza che fa nascere in Strauss la necessità di iniziare la ricerca di un modo per vivere in assenza di fede.

Il problema teologico-politico diventa quindi “il mio argomento”, l’oggetto di studio che accompagnerà Strauss per tutta la sua vita intellettuale, prendendo di volta in volta le vesti di Platone, al-Farabi, Maimonide, Machiavelli, Hobbes e Spinoza.

Non solo nelle lettere di Strauss troviamo dibattiti sul suo sentire religioso, ma anche altri intellettuali hanno come oggetto della loro corrispondenza la religiosità del pensatore ebreo-tedesco. Conoscendolo ormai da circa quarant’anni, nel 1968 Scholem tranquillizza Lichtheim assicurandogli che Strauss è un “ateo assoluto” e che per lui l’ateismo è il punto centrale della concezione filosofica del mondo.

A tal proposito, va ricordato che Strauss cercò di riattivare il pensiero greco nella sua originarietà, liberandolo dagli influssi cristiani e dalla polemica anticristiana dei filosofi moderni, ossia dalla polemica nei confronti della tradizione che amava chiamare “la seconda caverna”. Forse l’atteggiamento di Strauss nei confronti del Dio biblico e della fede in cui era nato può essere riassunto con gli ultimi versi di una poesia dello stesso Scholem dedicata a Walter Benjamin: «Nei tempi antichi tutte le vie portavano a Dio e al suo Nome in qualche modo. Noi non siamo pii. Rimaniamo nel profano, e dove “Dio” una volta stava, sta melancolia» (Gershom Scholem, Il sogno e la violenza. Poesie, a cura di Irene Kajon, Giuntina, Firenze 2013).

L’ateismo di Strauss non è vissuto come una liberazione epicurea dalla “terribile illusione” della religione o come una vittoria dello smascheramento illuminista del carattere ingannatorio di questa illusione. Al contrario, è un ateismo consapevole che qualcosa è andato perso, che un posto è rimasto vuoto e che vi è la necessità di trovare un modo per imparare a vivere senza la fede.

di Federico Stella

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17 agosto 2019

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