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L’attualissima storia della piccola nomade

· Tradotto in italiano «La bambina selvaggia» di Rumer Godden ·

Non sta né qui né lì Kizzy, bambina orfana per metà zingara e per metà irlandese (il padre «di pura razza rom» aveva sposato una ragazza locale). Non sta né qui né lì Kizzy, che vive con la vecchissima nonna in un carrozzone situato nel giardino di un ammiraglio in pensione. Le compagne di classe la prendono in giro, buona parte del villaggio la guarda come fosse un fenomeno da baraccone, ma alla piccola poco importa: ha il suo mondo — la nonna, le tradizioni, i racconti, gli odori e l’anziano cavallo Joe — a cui tornare. Un mondo tacitamente custodito dall’ammiraglio Twiss, che per accoglierle ha fatto tagliare dal giardiniere l’erba del suo amato campo. 

Immagine dalla copertina del libro

Tutto, però, cambia per Kizzy dal giorno in cui la nonna muore. La comunità rom, che non l’ha mai accettata essendo una mezzosangue, la rifiuta definitivamente, mentre per il villaggio il fatto che all’antica stranezza se ne sia aggiunta una nuova (ammalatasi gravemente, la bambina viene curata, accudita e accolta in casa dall’ammiraglio e dai suoi collaboratori maschi) diventa troppo. E così il tribunale della piccola città di Rye si trova a discutere Il caso di Kizzy Lovell .
La bambina selvaggia (Milano, Bompiani, 2017, pagine 201, euro 13) — romanzo che Rumer Godden scrisse nel 1972 (uscito con il titolo The Diddakoi vinse il Whitbread Award, divenendo prima un dramma radiofonico e poi una serie televisiva) e che Marta Barone ha ora tradotto per la prima volta in italiano — è una lettura preziosa e attualissima. Scritta con delicatezza e profondità, racconta la vita di una piccola comunità alle prese con il diverso, tra bulle minorenni (saranno le bambine a essere più feroci con la piccola diddakoi) e adulti non da meno: se per Kizzy, abituata a essere indipendente tra cielo stellato e odore del fumo di legna, non è facile accettare regole e confini, per gli altri sembra più difficile ancora accettarne le stravaganze. Eppure, un modo per incontrarsi c’è, a patto che ci sia qualcuno che si impegni in questa direzione.
Nel romanzo di Godden — scrittrice che si definiva anglo-indiana (nata nel Sussex, classe 1907, crebbe in India assieme alle tre sorelle), celebre in Italia per Narciso Nero (che ebbe anche una famosa versione cinematografica) — questo qualcuno è una giovane donna, Miss Brooke, un passato da avvocato e un presente fatto di ascolto. Compare nelle prime pagine del romanzo, Miss Brooke, quando (senza successo) suggerisce alla maestra di Kizzy che, per farla accettare dai compagni, sarebbe meglio lavorare sulla curiosità (per il popolo rom e le loro usanze), anziché sulla disciplina imposta dall’alto («“Non ci sarà un comportamento simile nella nostra scuola”. E invece ci sarebbe stato; piccola e silenziosa, Kizzy lo sapeva»). Quando convince le autorità a far vivere la bimba con sé, Miss Brooke ha gli occhi malevoli di molti puntati contro. Le difficoltà non mancheranno: per la giovane donna non sarà facile superare le diffidenze e i timori di una bambina abituata a essere umiliata e offesa (e che non ama «le signore gentili»). Ma l’intelligente Miss Brooke, sostenuta sempre dall’ammiraglio, riuscirà ad avere la meglio.
Nel corso della sua avventurosa vita, Rumer Godden — che sopravvisse alla malattia (da bambina, cadendo, si lesionò gravemente la spina dorsale), a un tentativo di avvelenamento e alla morte di un figlio — fu tante cose insieme: saggista, collaboratrice della Bbc, responsabile per vent’anni a Calcutta di una scuola di ballo per bambini inglesi e indiani (che aveva aperto con la sorella), convertitasi al cattolicesimo, in novant’anni di vita (morirà nel 1998) scrisse non solo romanzi amatissimi dagli adulti, ma anche venticinque libri per bambini. Una cifra impressionante che rivela una grande attenzione per i piccoli. Un’attenzione che la storia di Kizzy incarna alla perfezione.
Grandi o bambini che si sia, non è facile per nessuno essere diversi. Ma è il nostro sguardo su quella diversità a essere capace di cambiare radicalmente le cose. Le ultime righe del libro lo spiegano a tutti. «C’è una bambina» disse a sua madre la compagna nuova alla scuola di Amberhurst, tre mesi dopo, «una bambina che è una zingara... cioè, è mezza zingara. Ha i cerchi alle orecchie e a volte viene a scuola in un piccolo carrozzone. È il suo carro, un vero carrozzone da zingari, e guida un pony da sola. (…) Vorrei essere una zingara».

di Silvia Gusmano

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22 febbraio 2018

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