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L'atto accademico della vigilia

· Con la partecipazione del cardinale segretario di Stato ·

«Il movimento ecumenico è un'ispirazione dello Spirito Santo, non dello spirito dell'illuminismo o del liberalismo come alcuni oggi presumono». Se ne è detto convinto il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, intervenendo mercoledì pomeriggio, 17 novembre, all'atto commemorativo per il cinquantesimo del dicastero. Alla presenza del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che ha trasmesso il saluto e l'incoraggiamento di Benedetto XVI, hanno preso la parola anche l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, primate della Comunione Anglicana, e il metropolita di Pergamo Ioannis (Zizioulas), rappresentante del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Il porporato tedesco, che ha guidato il dicastero dal marzo 2001 al luglio scorso, ha posto l'accento in particolare sull'anima dell'ecumenismo, ovvero l'ecumenismo spirituale. «Nessuno di quanti lavorano e hanno lavorato nel nostro Consiglio — ha detto — ha mai pensato che la divisione tra i cristiani può essere guarita con un esercizio di diplomazia ecclesiastica, con negoziati teologici che sfociano in facili compromessi o con una qualsiasi attività umana». Al contrario «c'è solo una medicina: digiuno, penitenza e preghiera. Perciò la promozione dell'ecumenismo spirituale è una priorità nel nostro lavoro e la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani è per noi il fulcro ecumenico dell'anno liturgico».

In precedenza il cardinale Kasper aveva ripercorso a grandi tappe la storia del movimento ecumenico, mettendo in luce soprattutto le speranze suscitate dalla stagione conciliare. Mentre oggi — ha detto attualizzando la sua riflessione — «ci troviamo in un clima ben diverso dall'atmosfera ottimista di cinquanta anni fa. La primavera di allora, malgrado la raccolta che abbiamo potuto realizzare, non si è avverata. Dobbiamo fare fronte a una situazione difficile; l'entusiasmo degli inizi si è affievolito». Le ragioni? «Ci sono problemi esterni come la secolarizzazione del mondo occidentale, e, in reazione a essa, il diffondersi di atteggiamenti integralisti e antiecumenici e un crescente sgretolamento di comunità ecclesiali». Di conseguenza, «le Chiese sono alle prese con i loro problemi e prioritaria diventa la difesa dell'identità e dell'autosufficienza».

Il cardinale Kasper ha poi individuato anche ragioni interne. «Abbiamo raggiunto un consenso su quanto ci accomuna e abbiamo notato che esso è più di ciò che ci divide; abbiamo scoperto una nuova fraternità e sviluppato nuove collaborazioni. Adesso ci troviamo a dover far fronte alle divergenze che permangono». Con gli ortodossi, le differenze riguardano la delicata questione del primato: «Una soluzione accettabile per entrambi — ha notato — richiederà tempo per maturare». Con le Chiese e le comunità dell'Occidente, invece, il banco di prova è l'ecclesiologia. «La diversità delle rispettive concezioni ecclesiologiche — ha spiegato — ha per conseguenza una diversità di obiettivi ecumenici o di modelli di unità. Quest'ultima mi pare la sfida più difficile. Difatti, se non c'è consenso sulla meta, corriamo il rischio di incamminarci in direzioni opposte e di ritrovarci più lontani gli uni dagli altri rispetto a quanto lo eravamo all'inizio».

Secondo il porporato, per tutti questi dialoghi non si prevedono al momento rapide soluzioni. «Perciò — ha detto — molti hanno perduto la speranza. Si ripetono le solite belle parole ecumeniche nei discorsi della domenica, ma nella prassi quotidiana prevale un certo disilluso pragmatismo. Molti si limitano a un ecumenismo di convivenza bonaria e di collaborazione nel campo della cultura e del sociale, dei diritti umani, della tutela della vita, della giustizia nel mondo, della salvaguardia del creato, il che è certamente utile e necessario». Tutto questo — ha rilevato — «può essere un importante passo intermedio, ma non è lo scopo dell'ecumenismo, che rimane l'unità nella diversità e la diversità nell'unità, un'unità che non è né assorbimento né fusione, secondo le parole dello stesso Giovanni Paolo II. Questa unità non è un elemento opzionale, come ha sottolineato Benedetto XVI, ma è la volontà del Signore e perciò una condizione fondamentale per poter essere la Chiesa di Cristo».

Ecco allora la triplice conclusione dal cardinale Kasper. Primo: risvegliare e rinnovare l'ecumenismo spirituale. Occorre un ecumenismo fatto di preghiera, di penitenza e di digiuno. «Se c'è un dialogo accademico, ma non c'è un'atmosfera di preghiera — ha detto — non si arriva a niente di veramente costruttivo». Da qui l'auspicio che in ogni celebrazione eucaristica, la preghiera rivolta a Dio per l'unità e la pace della Chiesa, prima dello scambio del segno di pace, diventi una vera preghiera ecumenica.

Secondo: vanno rafforzati gli elementi in comune, a partire dal battesimo e dalla fede battesimale professata nel Credo apostolico. Infatti il vero pericolo attuale è che la maggioranza dei fedeli «soffre di un analfabetismo religioso e non sa più cosa significhi essere cristiano e tanto meno essere cattolico, ortodosso, protestante. L'identità confessionale è ridotta a qualche slogan o pregiudizio. La questione della verità è spesso celata dal relativismo o dal pragmatismo, per cui tutto è uguale e tutto è possibile». La conseguenza «è un ecumenismo a piacere, su misura», mentre occorrerebbe «un nuovo sforzo per promuovere e cementare la formazione ecumenica». Terzo: il bisogno di purificazione, di rinnovamento e di approfondimento del concetto di Chiesa. «Chi vuole l'unità della Chiesa — ha concluso — deve sapere che cosa sono la Chiesa e l'unità. Bisogna dunque tornare a scuola dalla Bibbia e dai padri della Chiesa».

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