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L'attimo
che cambia tutto

· "Una mattina di ottobre" di Virginia Baily ·

Entra immediatamente in tema e in trama Virginia Baily, emergente scrittrice inglese, impostasi all’attenzione internazionale di lettori e critici con Una mattina di ottobre (Milano, Edizioni Nord, 2016, pagine 406, 16,90 euro), frastagliato racconto che parte dalla rievocazione del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma da parte dei nazisti il 16 ottobre 1943.

Quel 16 ottobre 1943

Chiara Ravello, nubile, via dei Cappellari 147 — come si legge dalla sua carta d’identità — è una giovane donna che cammina spedita alle sei del mattino per una via della capitale, fingendo di recarsi dalla madre in ospedale, lasciando per altro da sola la sorella Cecilia, minore di lei e sofferente di epilessia. In realtà, obbedisce a una convocazione clandestina.

Poche righe e abbiamo tutte le coordinate: personali, familiari, urbane, ambientali e persino storico-politiche. Poche pagine e irrompe nel libro una delle più orribili imprese degli occupanti tedeschi nel clima di persecuzione dei cittadini ebrei.

«Alcuni indossano ancora la biancheria da notte sotto i cappotti. I soldati li spintonano con le canne dei fucili. Che ne faranno di loro? Probabilmente li portano al nord, in un campo di lavoro. Bambini e vecchiette in un campo di lavoro?».

È uno dei tanti capitoli dello sconfinato dramma della Shoah — 1.259 deportati, tornati 16 — ma il libro tiene sullo sfondo il genocidio, dedicando il suo articolato intreccio al destino del piccolo Davide, portato col resto della famiglia verso un furgone telonato, prima fase del lungo viaggio verso Auschwitz. Il momento in cui Chiara, astante occasionale all’operazione, intercetta lo sguardo della madre di Daniele che — con muta ma straziante ingiunzione — la invita a prendersi il figlioletto, già sull’autocarro con lei, il marito e un’altra bambina, e salvarlo da una più che probabile fine. E così accade: intervenendo col cuore in tumulto e un’imprevista irruenza, Chiara strappa il piccolo dalle mani della soldataglia, qualificandolo come suo nipote e, soprattutto, cittadino italiano, portandoselo a casa.

Già da questo concitato inizio, la prosa di Baily si mostra ponderatamente ferma, compatta, concreta, attenta a ogni dato, a ogni particolare sia della realtà sia delle inquiete movenze degli stati d’animo, così come avverrà, lungo tutto il testo, per ogni occorrenza descrittiva di luoghi, volti, paesaggi romani o della vicina campagna.

Anche la struttura del romanzo è attentamente studiata: la storia viene rilasciata al lettore per tranches temporali che alternano momenti di vita presenti e passato-prossimi, in modo che si seguano, a piani alterni, esistenze in divenire. Quella di Chiara che, tra mille difficoltà pratiche ma anche disagi psicologici, porta avanti la crescita di Davide; quella stessa del ragazzo che mal si ambienta, all’inizio, nel traumatico realizzarsi di un suo inatteso destino e che giungerà a rischiare la sua salvezza per una scelta che è uno dei segreti del romanzo. Ma anche quella di Maria, figlia di Davide, che a un certo punto svanisce nel nulla lasciando in un interrogante smarrimento coloro che lo hanno accudito sino ad allora.

Maria, si diceva, cresciuta nel Galles presso una famiglia adottiva che cerca fino all’ultimo di celarle la sua vera identità, e che un bel giorno decide di recarsi in Italia, dopo lunghe ricerche, da quella Chiara Ravello che deve pur sapere qualcosa di suo padre.

Intanto il clima cambia, nel senso che Roma è liberata dagli Alleati, e che anche i protagonisti si trasferiscono, sotto l’occhio acuto e ricettivo dell’autrice che non si lascia sfuggire nulla. Anzi, quasi fotografa: i mutamenti della città, l’evoluzione dei rapporti umani dei suoi personaggi, le condizioni di vita, gli eventi politico-ideologici del Paese.

Se non conta l’anticipo del finale, che vieterebbe a chi legge la sua giusta ricompensa, è però d’obbligo mettere in evidenza qualcosa del molto che il libro intende dare oltre ai fatti, alle cause e agli effetti.

La prova di Baily è apprezzabile perché ci fa riflettere sulla potenza dell’attimo in cui il fato ci può privare di tutto; sul senso da dare al nostro esserci, che spesso ignoriamo o facciamo finta di non vedere; sul fatto che, collegando ciò di cui disponiamo a ciò che ci sembra irrealizzabile, otteniamo di maturare concretamente e moralmente. E, infine, su come quello al bene sia un istinto non meno perentorio di quello al male. Perché la capacità di amare non è meno praticabile del suo contrario.

di Claudio Toscani

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20 agosto 2019

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