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L’attesa
di Piccolo Abi

· In un racconto di Elena Bono ·

Piccolo Abi sa bene che cosa sia un sacrificio d’amore, perché l’agnelletto che sta portando a sgozzare se l’è tirato su come un figlio. Cucciolo sperduto dal gregge, l’aveva ritrovato tra le frasche della vigna e se l’era portato in casa. Allattato alla scodella e allevato, curato come uno di quei figlioli che la malasorte gli ha portato via uno dopo l’altro. È un sacrificio d’amore, vero Piccolo Abi? Si tiene l’agnelletto in grembo, gli struscia il muso, gli consola parole all’orecchio, gli dice che soldi per comprare un’altra bestiola non ne ha, tocca a lui. Col viso rigato di lacrime lo consegna alle donne, che lo portino a macellare. Lo fa per il bene suo che sta tornando; Piccolo Abi sacrifica la cosa più cara, deve preparare la festa. Ogni anno un certo giorno è come un anniversario e tutto deve essere pronto. Chi stai aspettando, Piccolo Abi?

Michelangelo, «La creazione di Eva» particolare di Adamo dormiente

Elena Bono costruisce intorno a questo buffo personaggio un racconto tenerissimo e struggente, tutto venato di malinconia bambina. Passetti piccoli e affrettati, mezze frasi farfugliate più che dette, frammenti di ricordi confusi con emozioni. E una testa che le comari del vicinato dicono sia un po’ bacata. Abimelec ben Abimelec, nome e patronimico secondo la tradizione giudaica, è piccolo di statura e tanto vale che lo sia anche il nome, come dice lui.

È una storia di attesa mai sopita e sempre rinverdita, ogni anno, nonostante le stagioni siano ormai tante e tutti attorno lo trattino come lo scemo del villaggio. Piccolo Abi è il titolo del secondo racconto di Morte di Adamo, una raccolta appena ripubblicata (Genova, Marietti, 2016, pagine 217, euro 14) indicata dall’autrice come il suo libro più importante (anche durante la sua ultima intervista, uscita sull’Osservatore Romano del 26 febbraio 2014). Elena Bono, allergica ad ogni sentimentalismo, non ce ne voglia se spesso l’emozione tracima, quando il palcoscenico è così magistralmente allestito da confondere verità artistica e verità storica, e appare davanti ai nostri occhi il tableau vivant dell’ultima cena di Gesù.

«La letteratura è visione» amava dire la scrittrice; un mondo che nel suo caso prende forma con sublimità di parola ed efficacia di narrazione.

Piccolo Abi, dicevamo, è il secondo racconto della silloge; segue il Morte di Adamo di apertura che dà il titolo alla raccolta e che inizia con lo sbalorditivo, meta-storico dialogo tra Adamo morente e il suo Creatore, fino all’ultima storia, Lettera dalla Giudea, ovvero il resoconto “di servizio” di quelle insignificanti crocifissioni in Galilea che tanto fastidio avevano provocato ai tutori dell’ordine. E di cui, stranamente, si continuava a parlare.

In tutti i racconti prende vita il dramma dell’attesa, vissuta nel desiderio del bene o tradita dalle lusinghe del potere. E tu, Piccolo Abi, chi stai aspettando? «Qui, qui figliolo. Tutto pronto. Tutto è pronto da tempo per il Signore. Se l’ho aspettato! Tu non sai... nessuno lo sa». Il vecchio tenta di spiegare a Giovanni perché ha preparato tutto questo, si tuffa nei ricordi, parla del suo padrone che ha promesso di tornare. Intanto Tommaso, il secondo che nel racconto viene mandato da Gesù a preparare il cenacolo, con circospezione si informa sullo strano personaggio. Nulla più che un anziano un po’ svanito, un tempo servo di un ricco figlio unico morto in lontane avventure e mai più ritornato, e ora solitario abitante della vasta casa padronale, sempre in attesa di quel giovane signore che non tornerà più.

«Vieni, andiamocene, non è posto per il Maestro»; è il rimbrotto perentorio di Tommaso a quel sognatore di Giovanni. Ma il giovane discepolo ha già visto la sala che Piccolo Abi ha preparato: «Un gran tavolo a ferro di cavallo vi biancheggiava per una tovaglia di lino candidissimo. A capotavola v’era un’unica coppa d’oro puro, e ai lati d’essa due candelabri d’argento massiccio a sette braccia. Cuscini verdi e rossi coprivano i lettini, posti a raggiera per tutta la lunghezza del tavolo; Giovanni ne contò una ventina».

E insieme alla sala, le primizie serbate per la cena: anfore colme di vino d’Adonai, ricotte in cestelli di vimini, pane azzimo profumato di forno. Giovanni sbotta davanti all’amico: «E dimmi un po’ Tommaso, l’hai trovato tu uno che in casa sua ha preparato pane, vino, tavola imbandita, una tovaglia che pare un campo di neve, i cuscini, i sedili, fin le foglie di lauro per terra? Sei pronto a giurare a occhi chiusi che a Gerusalemme ci sarà qualche altra casa pronta per il Maestro. E questa che hai sotto gli occhi, no, non la vuoi vedere».

E quando Tommaso finalmente si arrende allo slancio del cuore di Giovanni, ecco che da laggiù arriva una piccola folla. Madri con lattanti, bambini che corrono all’indietro, altri che fanno ala al corteo. «Eccolo, eccolo!». All’udire le grida Piccolo Abi si fa pallido e tremante. Tenta di slacciarsi il grembiule di cucina, vuole corrergli incontro. «Aprite, aprite la porta al Signore!». Corre, gli mancano le gambe, si siede. Si rialza, va verso la porta, varca la soglia. Ed ecco che gli appare il Signore. Gli sta davanti, trema, singhiozza, gli prende la mano: «Ah Signore, sei tornato. Non andartene più via. Non andartene più». Pianamente, «il Maestro ritirò la sua mano e gliela posò sul capo».

Ha importanza che Piccolo Abi sia lo scemo del villaggio? E se fosse stato il capotribù che differenza faceva? Con un epilogo carico di sorpresa e struggimento, Elena Bono ci riconsegna a noi stessi, facendoci specchio di quell’attesa che tutti ci accomuna.

Che l’amore — l’affetto, l’amicizia — sconosciuto eppure bramato, venga a stare da noi. Che diventi familiare come un convivio. «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse, 3, 20).

di Francesco Marchitti

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22 settembre 2019

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